Riflessioni

«Finché si è inquieti, si può star tranquilli», un ricordo di Indro Montanelli

di Francesco Fisoni

Il 22 luglio 2001 si spegneva a Milano Indro Montanelli. A venticinque anni dalla morte, il suo nome continua a rappresentare uno dei riferimenti imprescindibili del giornalismo italiano. Nato a Fucecchioil 22 aprile 1909, attraversò da protagonista il Novecento, raccontandone guerre, rivoluzioni, dittature, speranze e disillusioni. Più di ogni altra cosa, lasciò in eredità un’idea alta del giornalismo: indipendente, rigoroso, capace di mantenere sempre una salutare distanza da ogni potere. Dal Corriere della Seraalla fondazione deIl Giornale Nuovo, fino alla separazione dal quotidiano da lui creato quando ritenne incompatibile la proprietà con l’impegno politico di Silvio Berlusconi, Montanelli rimase fedele a un principio che considerava irrinunciabile: «Il giornalista deve tenere il potere a una distanza di sicurezza».

Fu anche uno straordinario scrittore. La sua prosa, limpida e asciutta, sembrava semplice, ma era il frutto di un lavoro paziente. Diffidava della retorica e sosteneva che il giornalista dovesse farsi capire, non ammirare. Nei suoi articoli i vocaboli erano selezionati con una precisione chirurgica e dietro quello stile essenziale c’era un metodo rigoroso: osservare i fatti, comprenderli e solo dopo giudicarli. Una lezione che conserva ancora oggi tutta la sua attualità. Milano gli diede il mestiere, ma fu sempre Fucecchio, ripeteva, a dargli il carattere. E il legame con Fucecchio non venne mai meno: alla sua città natale volle infatti lasciare un’eredità concreta con la costituzione, nel 1987, della Fondazione Montanelli Bassi, ospitata nello storico Palazzo Della Volta, nel luogo dove, nel Medioevo, si trovavano le case degli antenati di Montanelli, che facevano parte della potente consorteria detta appunto dei “della Volta”. Qui sono conservati gli studi nei quali Indro lavorò a Milano e a Roma, insieme a migliaia di volumi, manoscritti, lettere, fotografie e numerosi oggetti personali: un patrimonio prezioso che restituisce il ritratto del giornalista ma anche dell’uomo. Tra i ricordi locali più significativi emerge quello di I don Idilio Lazzeri, per trentacinque anni parroco della Collegiata di Fucecchio, la cui canonica si trova a pochi passi dalla casa dove Montanelli nacque. Dopo la morte della madre Maddalena Doddoli, avvenuta nel 1982, il giornalista tornava spesso il 2 novembre nella sua città per partecipare alla Messa in commemorazione dei defunti, vivendo quella celebrazione come un omaggio alla madre, verso la quale nutriva una venerazione profonda.

Don Idilio ne ricorda una in particolare: quasi intimidito dalla presenza del più celebre giornalista italiano e dei suoi collaboratori, decise di parlare con semplicità della morte e della speranza cristiana. Montanelli seguì l’omelia con profonda attenzione e, al termine della celebrazione, volle avvicinarsi al sacerdote per ringraziarlo personalmente di quelle parole. Era una stima sincera quella che nutriva per don Lazzeri. Poco prima di morire confidò con la consueta ironia che, se un prete lo avesse accompagnato alla sepoltura, lui certamente non avrebbe protestato. Anche per questo, quando le sue ceneri furono tumulate nel cimitero di Fucecchio, don Idilio volle essere presente per rivolgergli il suo ultimo saluto. Lo stesso Alberto Malvolti, a lungo presidente della Fondazione Montanelli Bassi, ha ricordato quanto Montanelli amasse intrattenersi, ogni volta che tornava al paese natale, con don Idilio Lazzeri e con don Mario Santucci. Fu proprio a Malvolti che un giorno confidò: «Siete fortunati a Fucecchio, avete dei sacerdoti che credono profondamente e prendono sul serio la propria missione». Sotto l’armatura del laico rigoroso, il grande giornalista nascondeva infatti una profonda inquietudine spirituale.

Celebre resta un’intervista televisiva nella quale confessò di invidiare chi possedeva la fede, aggiungendo che, se un giorno si fosse trovato davanti a Dio, gli avrebbe domandato perché a lui quel dono era stato negato. Parole che molti hanno letto come una sorta di inconsapevole professione di fede, in pratica un desiderio di Dio nato dal non rassegnarsi alla sua assenza. A confermare questa ricerca interiore fu anche l’attuale cardinale Gianfranco Ravasi che, intervenendo nel 2003 nella Collegiata di Fucecchio per ricordare l’amico scomparso due anni prima, raccontò i lunghi colloqui avuti con lui negli ultimi tempi della sua vita. Durante una cena nella casa di Cesare Romiti, Ravasi gli citò una frase dello scrittore Julien Green: «Finché si è inquieti, si può stare tranquilli». Montanelli ne rimase folgorato, tanto da farsela ripetere lentamente per impararla a memoria e riproporla poi, pochi giorni dopo, nella sua rubrica sul Corriere della Sera. Ravasi ricordò come, dietro le apparenti certezze dei suoi articoli, emergesse nei colloqui privati un uomo assetato di verità, consapevole che anche la fede vive di domande, di crisi e di ricerca. Colpisce infine una coincidenza carica di significato.

Montanelli morì il 22 luglio, giorno in cui la Chiesa celebra santa Maria Maddalena, la santa di cui la madre portava il nome. Quella madre semplice e profondamente credente che, solo possiamo immaginare quanto avrà pregato per il figlio. Indro aveva chiesto di essere cremato e che le sue ceneri fossero deposte in un’urna fissata sopra il loculo materno nel cimitero di Fucecchio. Un ultimo ritorno a quella madre e a quella terra dalle quali, nonostante una vita trascorsa al centro della storia italiana, non si era mai realmente allontanato. A venticinque anni dalla sua scomparsa, Montanelli continua a essere ricordato come uno dei più grandi giornalisti italiani, ma accanto all’eredità del cronista e dello scrittore rimane quella, forse ancora più discreta e affascinante, di un uomo che non smise mai di interrogarsi sul mistero dell’esistenza. Perché, come gli ricordò Ravasi con le parole di Julien Green, «finché si è inquieti si può stare tranquilli».