Festa di San Giacomo apostolo

La conchiglia e la spada

di don Francesco Ricciarelli

Verso la metà del XII secolo, un copista compostelano rilegava in un unico codice, che la tradizione avrebbe chiamato Codex Calixtinus, testi di natura diversa legati al culto dell’Apostolo Giacomo: fra questi il più conosciuto e studiato è una guida pratica per il pellegrino diretto a Compostela, con i diversi itinerari, l’elenco delle tappe, le locande ospitali e altre informazioni utili. Un altro testo importante contenuto nel codice callistino è la cosiddetta Historia Turpini, cronaca leggendaria delle guerre di Carlo Magno contro i Saraceni di Spagna, in cui l’Apostolo Giacomo appare in sogno all’Imperatore per indicargli la via della conquista e in battaglia per sostenerne le armi. Bastone da viandante e spada da cavaliere convivono quindi, fin dalle origini, nel culto giacobeo. Una duplice fisionomia che rielabora due esperienze fontamentali dell’Europa medievale: il pellegrinaggio e la crociata. Esperienze strettamente legate tra loro.

In Spagna l’iconografia di San Giacomo si sviluppa su due binari paralleli: il Giacomo pellegrino compare nei portali romanici e gotici con gli attributi inconfondibili del bordone, la bisaccia, la zucca per l’acqua, la conchiglia cucita sul cappello a larghe falde; il Giacomo guerriero appare invece in sella a un destriero, brandendo la spada e un vessillo crociato. Il riferimento è alla leggendaria battaglia del Clavijo, in cui l’Apostolo sarebbe apparso a dare man forte all’esercito asturiano contro le truppe dell’Emiro Abd Al-Rahman. La singolare iconografia di Santiago Matamoros (San Giacomo che ammazza i Mori) ha trovato la sua massima esuberanza nel periodo Barocco, quando i retablos castigliani e galiziani, ornati di fregi d’oro e affollati di figure, ne hanno accentuato la teatralità.

Se si guarda a questa iconografia non con l’imbarazzo di chi deve giustificarla ma con l’attenzione di chi cerca di capirla, si scopre che la milizia e il pellegrinaggio condividono il riferimento a una medesima realtà spirituale, che san Paolo descrive nella lettera a Timoteo con una frase che tiene insieme le due metafore: «Ho combattuto la buona battaglia, ho portato a termine la corsa». La militia Christi si identifica anzitutto con la disciplina interiore, per resistere al vizio e alla dispersione. San Benedetto apre la sua Regola definendo il monastero una scuola del servizio del Signore in cui si «milita sotto una regola e un abate». Nel corso dei secoli i maestri di spirito, da Cassiano a Ignazio di Loyola, hanno adottato senza scandalo il lessico guerresco per descrivere la testimonianza di vita cristiana, nella consapevolezza che il vero campo di battaglia e di conquista non sono i regni terreni, ma il cuore dell’uomo.

Il pellegrinaggio, d’altra parte, evidenzia un aspetto costitutivo della vita spirituale: il progresso, l’esigenza di non restare fermi. La conchiglia del pellegrino e la spada del cavaliere, quindi, rappresentano due tensioni interne all’esperienza della fede: la necessità di camminare verso una meta e la necessità di lottare contro gli avversari interni ed esterni. Camminare senza combattere conduce alla deriva oggi molto diffusa del turismo spirituale; combattere senza camminare, porta all’aridità di una lotta di retroguardia. San Giacomo, nella sua duplice icona, ci ricorda che la vita cristiana comprende entrambe le grammatiche e che la conchiglia e la spada raccontano un’unica storia di santità.