Verso la metà del XII secolo, un copista compostelano rilegava in un unico codice, che la tradizione avrebbe chiamato Codex Calixtinus, testi di natura diversa legati al culto dell’Apostolo Giacomo: fra questi il più conosciuto e studiato è una guida pratica per il pellegrino diretto a Compostela, con i diversi itinerari, l’elenco delle tappe, le locande ospitali e altre informazioni utili. Un altro testo importante contenuto nel codice callistino è la cosiddetta Historia Turpini, cronaca leggendaria delle guerre di Carlo Magno contro i Saraceni di Spagna, in cui l’Apostolo Giacomo appare in sogno all’Imperatore per indicargli la via della conquista e in battaglia per sostenerne le armi. Bastone da viandante e spada da cavaliere convivono quindi, fin dalle origini, nel culto giacobeo. Una duplice fisionomia che rielabora due esperienze fontamentali dell’Europa medievale: il pellegrinaggio e la crociata. Esperienze strettamente legate tra loro.
In Spagna l’iconografia di San Giacomo si sviluppa su due binari paralleli: il Giacomo pellegrino compare nei portali romanici e gotici con gli attributi inconfondibili del bordone, la bisaccia, la zucca per l’acqua, la conchiglia cucita sul cappello a larghe falde; il Giacomo guerriero appare invece in sella a un destriero, brandendo la spada e un vessillo crociato. Il riferimento è alla leggendaria battaglia del Clavijo, in cui l’Apostolo sarebbe apparso a dare man forte all’esercito asturiano contro le truppe dell’Emiro Abd Al-Rahman. La singolare iconografia di Santiago Matamoros (San Giacomo che ammazza i Mori) ha trovato la sua massima esuberanza nel periodo Barocco, quando i retablos castigliani e galiziani, ornati di fregi d’oro e affollati di figure, ne hanno accentuato la teatralità.
Se si guarda a questa iconografia non con l’imbarazzo di chi deve giustificarla ma con l’attenzione di chi cerca di capirla, si scopre che la milizia e il pellegrinaggio condividono il riferimento a una medesima realtà spirituale, che san Paolo descrive nella lettera a Timoteo con una frase che tiene insieme le due metafore: «Ho combattuto la buona battaglia, ho portato a termine la corsa». La militia Christi si identifica anzitutto con la disciplina interiore, per resistere al vizio e alla dispersione. San Benedetto apre la sua Regola definendo il monastero una scuola del servizio del Signore in cui si «milita sotto una regola e un abate». Nel corso dei secoli i maestri di spirito, da Cassiano a Ignazio di Loyola, hanno adottato senza scandalo il lessico guerresco per descrivere la testimonianza di vita cristiana, nella consapevolezza che il vero campo di battaglia e di conquista non sono i regni terreni, ma il cuore dell’uomo.
Il pellegrinaggio, d’altra parte, evidenzia un aspetto costitutivo della vita spirituale: il progresso, l’esigenza di non restare fermi. La conchiglia del pellegrino e la spada del cavaliere, quindi, rappresentano due tensioni interne all’esperienza della fede: la necessità di camminare verso una meta e la necessità di lottare contro gli avversari interni ed esterni. Camminare senza combattere conduce alla deriva oggi molto diffusa del turismo spirituale; combattere senza camminare, porta all’aridità di una lotta di retroguardia. San Giacomo, nella sua duplice icona, ci ricorda che la vita cristiana comprende entrambe le grammatiche e che la conchiglia e la spada raccontano un’unica storia di santità.

