Terzo Incontro di Formazione guidato dal Vescovo Giovanni

Costruire Comunità per annunciare Il Vangelo

La Redazione

Nella chiesa di Sant’Andrea a Santa Croce sull’Arno si è tenuto mercoledì 15 aprile il terzo appuntamento di formazione diocesana di questo anno pastorale. Alla relazione iniziale di monsignor Paccosi è seguita una fase assembleare con lavori di gruppo. Costruire comunità, vivere la carità come annuncio e ricentrare in chiave sinodale i Consigli pastorali parrocchiali, le priorità indicate dal Vescovo.

Dopo tre anni di percorso insieme, il vescovo Giovanni aveva avvertito la necessità, lo scorso 26 febbraio, di fare «un po’ il punto e indicare alcune priorità per il cammino della nostra Chiesa» diocesana. Lo aveva fatto attraverso una Lettera pastorale, strumento ordinario con cui il vescovo offre a tutta la comunità diocesana le indicazioni per un itinerario condiviso. Mercoledì 15 aprile, nella chiesa di Sant’Andrea a Santa Croce sull’Arno, in occasione del terzo incontro diocesano di formazione dell’anno pastorale in corso, monsignor Paccosi ha avuto così l’opportunità di presentare e approfondire i contenuti fondamentali del suo documento — intitolato «Io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5). Un popolo in cammino per la gloria di Cristo» — declinandoli in indicazioni concrete per le comunità della diocesi. Al termine della relazione, l’assemblea si è divisa in piccoli gruppi per condividere le proprie esperienze comunitarie, rivolgendo poi in finale alcune domande al vescovo. comunitaria. «La trasmissione della fede oggi ha bisogno dell’esperienza della comunità», ha sottolineato a questo proposito il vescovo. E ha aggiunto che ogni gesto parrocchiale, dalla raccolta alimentare al rosario prima della Messa, dagli incontri per i genitori ai campi estivi, deve essere pensato e vissuto in questa prospettiva: costruire comunità perché le persone possano fare esperienza di Cristo.

I CONSIGLI PASTORALI: CORRESPONSABILITÀ, NON FORMALITÀ LA STRUTTURA DEL DISCORSO: DUE POLARITÀ INSEPARABILI

Paccosi ha impostato il suo intervento attorno a due polarità che considera costitutive dell’esperienza cristiana: quella tra passato e presente, e quella tra universale e particolare. Sul primo asse, il vescovo ha ricordato che il Vangelo e la vita presente della Chiesa si illuminano a vicenda: «Se Gesù non è un’esperienza presente, il Vangelo diventa un testo da interpretare secondo quello che si vuole». È proprio questa deriva delle interpretazioni soggettive, che ha prodotto storicamente le divisioni nella Chiesa. La risposta non sta in astratte difese dottrinali, ma nell’unità vissuta: il Vangelo si capisce davvero solo dall’interno di un’esperienza comunitaria viva, così come, ha commentato Paccosi, una lettera scritta dalla propria madre si legge in modo del tutto diverso da quella di uno sconosciuto, perché della madre si conoscono la voce e il volto. Sul secondo asse, ossia l’universale e il particolare, Paccosi è stato netto: la priorità spetta alla Chiesa universale. Ogni comunità parrocchiale, ogni gruppo, ogni movimento vive in quanto rimane innestato nel tutto. Usando la parabola evangelica della vite e dei tralci, ha ricordato che il tralcio tagliato secca e non porta frutto. Il campanilismo parrocchiale non è quindi solo un limite sociologico, ma un errore teologico: «Se noi ci concepiamo come “noi e basta”, non possiamo più comunicare la presenza di Cristo». Al contrario, la dimensione locale, il gomito a gomito quotidiano, è il luogo insostituibile dove si fa concretamente esperienza della fede. Le due polarità non si escludono: si tengono insieme, e solo insieme generano vita.

LA PRIORITÀ: COSTRUIRE COMUNITÀ

Il cuore del discorso, come nella Lettera Pastorale, è stato centrato sulla comunità come soggetto della missione e della formazione. Il Cammino Sinodale ha messo a fuoco una diagnosi chiara: siamo in un contesto culturale in cui la trasmissione della fede non è più automatica e non avviene più in famiglia. Le nuove generazioni entrano spesso in una chiesa senza sapere cosa sia la Chiesa. In questo scenario, la risposta non può essere solo organizzativa o catechistica in senso scolastico, deve essere Tra gli altri punti specifici affrontati, Paccosi ha dedicato ampio spazio al tema dei Consigli pastorali parrocchiali, ribadendo quanto scritto nella Lettera: non si tratta di organi formali, ma di spazi autentici di corresponsabilità. Un Consiglio che si riunisce due o tre volte l’anno «non serve a nulla» ha detto; un Consiglio che si occupa solo di organizzare eventi è uno spreco. L’ispirazione che il vescovo propone viene dalla Regola di San Benedetto: nel capitolo dei monaci, l’abate deve ascoltare tutti, a partire dall’ultimo arrivato, perché lo Spirito spesso parla attraverso i più giovani. La corresponsabilità non è rivendicazione di interessi di parte, ma ascolto reciproco per capire insieme come rendere missionaria la vita della comunità. Il vescovo ha confermato una scadenza proposta nella Lettera stessa: entro ottobre 2026 ogni parrocchia dovrà avere un Consiglio Pastorale attivo, o rinnovarlo se fermo da anni.

LA CARITÀ: OLTRE I PACCHI ALIMENTARI

Un altro snodo cruciale su cui Paccosi si è soffermato è stato quello della dimensione caritativa, con una presenza Caritas capillare e diffusa, fatto che considera uno dei tratti più belli e connotanti della diocesi. Anche qui però si corre un rischio: quello di ridurre la carità al solo aiuto materiale, diventando di fatto un sostituto dei servizi sociali istituzionali. La carità cristiana è invece amore alla persona intera: il bisogno materiale è il punto d’incontro con le persone più lontane, ma attraverso quel bisogno si deve poter arrivare al bisogno più profondo: scoprire di essere amati da Dio. Come Gesù, che guariva i malati ma rimetteva anche i peccati, ogni gesto di carità deve restare aperto a questa dimensione più grande. La comunità che opera la carità è essa stessa annuncio.

LE DOMANDE AL VESCOVO

Nella parte finale della serata, dopo la condivisione nei piccoli gruppi, due partecipanti hanno posto domande al vescovo raccogliendo le riflessioni emerse. Il primo ha chiesto come rendere davvero operativi i Consigli pastorali, spesso esistenti solo sulla carta. Il secondo ha sollevato una duplice questione: da un lato, come la carità parrocchiale possa rispondere a forme di povertà nuove quali la solitudine e l’isolamento che si vive nei nostri paesi, dove non si conosce nemmeno chi ci abita accanto; dall’altro, come coinvolgere maggiormente i genitori nella trasmissione della fede ai figli, evitando che i bambini siano semplicemente “appaltati” ai catechisti. Paccosi ha risposto riprendendo i fili già tracciati: i Consigli sono efficaci solo se vissuti come ascolto e non come “confronto politico”; la carità deve raggiungere la persona intera, e persino le vie residenziali anonime dei nostri centri, possono diventare terreno di missione; la formazione dei ragazzi avviene nella comunità, e senza il coinvolgimento delle famiglie rimane inevitabilmente parziale.