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A Perignano la bellezza non si spegne grazie all’8xmille per i Beni culturali

di Francesco Fisoni

Non si pensa mai abbastanza a quanto sia vasto e prezioso il patrimonio storico artistico che una diocesi è chiamata a tutelare. Chiese, affreschi, statue, campanili: un universo di bellezza che non è solo elemento identitario per una comunità — non a caso in quel campanile ci si riconosce e alla sua ombra ci si ritrova da generazioni — ma che costituisce anche una straordinaria risorsa per l’intera collettività, capace di alimentare un indotto culturale e turistico tutt’altro che secondario. Eppure, altrettanto spesso si dimentica quanto il costo dei restauri di questi beni gravi in larga parte sulle casse delle diocesi. Per queste, l’8xmille è una risorsa decisiva: senza quella firma, interventi indispensabili sarebbero semplicemente impossibili.

Uno degli esempi più recenti e significativi nella diocesi di San N Miniato è il restauro della chiesa di Santa Lucia a Perignano, oggi intitolata anche a Santa Teresa di Calcutta. Un bene storico artistico di pregio, risalente all’Ottocento, da sempre fulcro della vita comunitaria perignanese. Grazie ai fondi per i Beni Culturali della Conferenza Episcopale Italiana, derivati direttamente dall’8xmille, la CEI ha concesso un contributo di 148.011 euro, a fronte di una spesa complessiva di 225.072 euro. Un impegno economico importante, reso possibile da quella firma apposta ogni anno sul modello 730.

La storia di questa chiesa è essa stessa un romanzo di passione e sacrificio. Dalla seconda metà del Settecento Perignano beneficiò delle riforme leopoldine che favorirono bonifiche e sviluppo demografico, e la vecchia chiesa di Santa Lucia divenne presto inadeguata. Fu il parroco Lazzero Maria Viscontia sognare una nuova chiesa lungo la moderna via Livornese: nel 1866 pose la prima pietra, nel 1868 la vecchia fu demolita e la nuova adibita al culto, sebbene non ancora ultimata. Visconti vi impegnò tutte le sue energie e il suo patrimonio personale. Nel 1885, all’inaugurazione, la chiesa era terminata a sue spese. Morì in povertà dieci anni dopo, ma aveva donato al suo popolo un cuore nuovo. Tra il 1941 e il 1942 il maestro Antonio Luigi Gajoni affrescò il catino absidale, la cupola, l’arco trionfale e il soffitto, portando nella navata l’audacia tonale e compositiva appresa accanto ai post impressionisti e a Cézanne: un lascito di luce che i perignanesi si sono portati negli occhi per decenni.

Ma il tempo non risparmia nemmeno le cattedrali di fede e bellezza. Nei primi giorni dell’ottobre 2021, un pezzo di intonaco del controsoffitto cadde al suolo, per fortuna senza conseguenze per persone o cose. Fu l’innesco che portò a un sopralluogo approfondito. Le indagini, condotte con ragno idraulico all’interno e con aeromobile a pilotaggio remoto all’esterno, rivelarono uno stato di degrado preoccupante: il manto di copertura del tetto in cotto toscano presentava pezzi semi rotti, embrici ribaltati e mancanze che lo rendevano permeabile alle acque; gli arcarecci di gronda mostravano un’evidente curvatura con conseguente avvallamento delle falde, ristagni e accumulo di detriti; molti travicelli risultavano impregnati d’acqua in testa, con compromissione della stabilità. Sulla superficie affrescata si contavano diffuse crepe, macchie di umidità concentriche e aree in cui l’intonaco si era separato dalla rete metallica di supporto. Le facciate poi apparivano deteriorate, con muschi sotto i cornicioni e la pittura quasi completamente abrasa. Il restauro ha affrontato ogni criticità in modo sistemico. Sulla copertura si è proceduto allo smontaggio, alla pulizia e alla sostituzione degli elementi lignei degradati, con rinforzo degli arcarecci di gronda; è stata installata una nuova impermeabilizzazione e rimontato il manto in cotto; è stata poi installata una linea vita di ancoraggio per le esplorazioni future oltre a una scala di accesso, e sono stati revisionati i pluviali. Per le facciate è stata effettuata una raschiatura a fondo per rimuovere muschi e strati di pittura abrasa, si è provveduto ricostruire l’intonaco danneggiato, reintegrando i cornicioni e gli aggetti con tecniche originali ed è stata poi applicata pittura a calce. L’impianto di riscaldamento, ormai vetusto e insicuro, è stato integralmente sostituito con nuovi elementi radianti e linee di alimentazione adeguate.

Oggi la chiesa di Santa Lucia torna a splendere, restituita alla sua comunità e ai fedeli che in essa si riconoscono. Ma questo è stato possibile solo grazie a un meccanismo virtuoso di cui ogni cittadino è, volente o nolente, parte. Firmare per l’8xmille non è un atto burocratico: è un gesto concreto che permette alla bellezza — quella delle pietre, degli affreschi e dei campanili — di continuare a esistere. È la firma che salva un simbolo identitario, che trasforma un contributo fiscale in un pezzo di eternità. Perché senza quella firma, chiese come Santa Lucia rischierebbero di spegnersi una crepa dopo l’altra, nel silenzio. Con quella firma, invece, la comunità continua a riconoscersi nel suo campanile. E la bellezza vince.