Riflessioni

Educare non è un’attività stagionale

di Antonio Baroncini

Ci siamo: è arrivata l’estate. Di questa stagione i nostri ragazzi vivono soprattutto il volto più spensierato e allegro, fatto di libertà ritrovata e fuga dalla routine scolastica. Sono i mesi in cui possono gestire il proprio tempo, moltiplicare le occasioni di incontro, stringere nuove amicizie, partecipare a concerti e festival, frequentare i centri estivi: le vacanze diventano così un’opportunità di crescita, un tempo di piccole avventure vissute in autonomia dalla famiglia.

Ma l’estate non è soltanto gioco, relazioni e scoperte. Per gli adulti resta intatta, anche in questi mesi, la responsabilità di educare. Perché l’educazione, quella vera, non conosce stagioni: accompagna sempre le persone, e in particolare i genitori, in ogni fase della vita. Cambiano i modi e le circostanze, ma il principio resta lo stesso: formare l’adulto di domani.

Anche d’estate, dunque, l’autonomia di bambini e ragazzi va accompagnata, non abbandonata a sé stessa. L’adulto deve continuare a essere guida e stimolo, capace di orientare la crescita e di lasciare che si sviluppino tutte le potenzialità dei più giovani. «Quanta responsabilità ha l’adulto, e soprattutto i genitori!», ripeteva don Luciano Marrucci. «Non si nasce genitori, ma lo si diventa».

Chi intende educare, ricordava Maria Montessori, deve anzitutto compiere un lungo lavoro su sé stesso: un autentico processo di purificazione, capace di liberarlo da preconcetti e vecchi schemi di pensiero che spesso impediscono di vedere la vera natura del bambino, trasformando l’azione educativa in un ostacolo più che in un aiuto. Da qui tre esigenze che l’adulto è chiamato a coltivare. Anzitutto una conoscenza teorica dei processi di sviluppo, fondamento di ogni opera educativa. Poi la capacità di osservare e leggere i comportamenti per comprendere i reali bisogni di bambini e ragazzi. A questo si affianca un linguaggio rispettoso, propositivo, autentico, possibilmente ispirato ai principi della comunicazione non violenta, capace di costruire un clima di fiducia, empatia e ascolto. Infine un lavoro quotidiano su di sé, per liberarsi da false credenze: una vera e propria formazione spirituale che coinvolge il modo di vivere, di relazionarsi con gli altri, e che richiede virtù come l’umiltà e la pazienza, doti imprescindibili per chi educa.

Se sapremo accompagnare i ragazzi invece di sostituirci a loro, ascoltarli invece di imporre scelte, offrire risposte puntuali ai loro bisogni, potremo davvero realizzare quella che Maria Montessori chiamava «l’educazione come aiuto alla vita» e contribuire a formare gli adulti di domani.

Alla base di tutto vi è un elemento imprescindibile: la fiducia, vero cuore della relazione educativa. L’amore ne è il punto di partenza necessario, ma va accompagnato da una preparazione insieme teorica, tecnica e, non ultima, spirituale.

La storia della pedagogia cristiana offre in questo senso maestri insuperati. Don Bosco insisteva sulla necessità di stare sempre in mezzo ai ragazzi, in ogni luogo e circostanza: una presenza amabile, attenta, necessaria, pur sapendo quanto oggi questa assistenza sia resa difficile dal moltiplicarsi degli impegni e dalla complessità della vita quotidiana. San Filippo Neri predicava un’educazione vissuta nella gioia, convinto che letizia e allegria aprano la mente e il cuore: fece dell’Oratorio un luogo di aggregazione dove i giovani potevano studiare, cantare, stare insieme al riparo dalle tentazioni della strada, valorizzando ciascuno per quello che era e anteponendo sempre l’esempio alle parole. Don Lorenzo Milani, con il suo celebre I care, ricordava invece che educare significa prendersi cura e restituire la parola a chi non l’ha.

Ogni stagione, anche quella estiva, è tempo propizio per essere buoni genitori ed educatori.