Omelia per la Solennità di San Genesio, patrono della Diocesi

Vico Wallari, ore 21.30
25-08-2026

(Letture: Si 51, 1-12 (NV) [gr 51, 1-8] ; Sal 33; Ef 1, 3-6.11-12; Mt 10, 34-39)

«Ti loderò Signore». Inizia così il brano del Siracide che abbiamo ascoltato e anche il testo proclamato della lettera agli Efesini inizia con una lode: «Benedetto sia Dio». Anche noi stasera sentiamo in primo luogo la gratitudine, nonostante tutte le nubi che circondano il mondo, le guerre, le catastrofi, le nostre piccole e grandi sofferenze, il peccato che ci rende opachi e tristi.

Possiamo essere lieti, perché prevale in noi la coscienza della misericordia con cui Dio ci guarda e ci attende, ci riprende dalle cadute e ci rimette, insieme, in cammino. «Mi ricordai della tua misericordia, Signore, (…) tu liberi quelli che sperano in te e li salvi dalla mano dei nemici». Proprio noi, come Genesio, come Paolo, «noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo», siamo stati scelti, preferiti, amati, resi suo popolo, Chiesa.

«In lui [in Cristo Gesù] ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato». Che mistero, che gratitudine e che sfida!

Infatti, il Vangelo immediatamente ricorda che Gesù ci dice: «Sono venuto a portare non pace, ma spada». Chiamati e mandati, senza altra sicurezza che la sua misericordia, affidàti totalmente a Lui: «Chi ama padre o madre più di me (…), chi ama figlio o figlia più di me (…), chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me». Perdere il controllo sulla nostra vita, essere suoi, che sfida!

Eppure, è il cammino della vera libertà, come sperimentò, in una concentrazione impressionante, in poche ore, san Genesio. Dare tutto per Lui vuol dire essere finalmente liberi, essere noi stessi, e – paradossalmente – cambiare il mondo. «Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà».

Questa celebrazione, ormai alla fine dei giorni del riposo e delle vacanze, alla vigilia della ripresa del cammino normale della società è anche l’occasione per guardare insieme al cammino che ci attende: nel mese di marzo avevo scritto una lettera pastorale con alcune indicazioni per rendere concreto il passo di rinnovamento che ci viene chiesto dal Papa e dalla Chiesa Italiana: essere comunità in cui sia visibile di più la novità del vangelo, questa radicalità di vita cristiana che non può sostenersi solo sulle tradizioni e la ripetizione di schemi, ma su una decisione nuova di essere discepoli di Gesù, in un amore indiviso, nella comunione vissuta della Chiesa.

In una società che «non fa più normalmente riferimento al Vangelo nel suo vivere quotidiano», dicevamo noi vescovi italiani nell’assemblea generale di maggio scorso «l’esperienza della vita comunitaria è qualcosa di fondamentale, tanto nella vita concreta dei credenti in Cristo quanto nella trasmissione della fede. Non si può vivere la fede e custodirla, se non dall’interno di un’autentica esperienza di vita fraterna con coloro che appartengono a Cristo; vita fondata sull’ascolto della Parola e sulla celebrazione dei sacramenti. Così come non ci può essere trasmissione della fede, se non da parte di cristiani che sono membra vive di una comunità: nell’annuncio e nella testimonianza, in qualche modo la “rappresentano” e invitano a prendervi parte. (…) Non è il singolo che evangelizza, ma è il cristiano in quanto membro del corpo di Cristo».

Riprendiamo il cammino insieme, chiedendo a san Genesio, a San Miniato, nostro patroni, a Maria Santissima, di cui abbiamo celebrato da poco la grande festa dell’Assunzione, che ci sostengano in questi mesi in cui ci attendono varie sfide e novità: la rivitalizzazione dei Consigli pastorali come luoghi di vera comunione fraterna e corresponsabilità, la revisione e fusione di alcune parrocchie, la ripresa della formazione permanente sul Vangelo di Marco per riandare al nucleo essenziale della nostra fede, la riforma dei Servizi Diocesani (della Curia) e – soprattutto – una passione rinnovata per i fratelli, per i più poveri, per chi nessuno stima, per ogni persona che incontriamo, con il suo bisogno materiale e interiore.

Perché tutti possano conoscere Gesù. Che davvero possiamo dire insieme, con tutto il tremore e il timore per la nostra povertà: «Vieni e vedi, venite e vedete».

 

+ Giovanni Paccosi