ci vuole coraggio a parlare di pace. Più coraggio, forse, di quanto non ne serva a parlare di guerra. Lo ha detto chiaramente, giovedì sera a Palazzo Grifoni, padre Giovanni Cucci, gesuita, docente di Filosofia e Psicologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma e membro del Collegio degli Scrittori della «Civiltà Cattolica», ospite di una serata promossa dal Serra Club di San Miniato e dalla Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice, in collaborazione con la Fondazione Cassa di Risparmio di San Miniato. Introdotto dai saluti dell’avvocato Giovanni Urti, dell’avvocato Francesco Giani e della presidente del Serra Club, dottoressa Alessandra Corsi, Cucci ha imbastito un ragionamento lucido, documentato e per tratti sorprendente, capace di muoversi con disinvoltura tra Freud e San Tommaso, tra Gandhi e la Cittadella di Rondine.
Il punto di partenza è stato, volutamente, scomodo. La guerra non è solo una tragedia che ci colpisce dall’esterno: è qualcosa che ci abita. Cucci ha aperto citando la storica canadese Margaret Mac Millan, secondo la quale senza i conflitti armati non avremmo conosciuto la penicillina, l’emancipazione femminile né i radar. Un paradosso che dice molto sulla nostra civiltà. «Basta girare per una città», ha osservato il relatore, «per vedere a chi sono dedicate le vie, le stazioni, le piazze: a battaglie, a condottieri, a guerre. C’è un immaginario bellico che ci caratterizza nel profondo.»
A rafforzare questa tesi, Cucci ha evocato la propria esperienza di autore: quando scrisse un libro sui vizi capitali, trovò una bibliografia sterminata — cinema, arte, letteratura, psicologia. Quando scrisse sulle virtù cardinali, trovò pochissimo. «Parlare del bene rischia di essere noioso. Il male, invece, affascina.» Cucci ha poi passato in rassegna le grandi motivazioni storiche della guerra. L’avidità, anzitutto: le risorse scarse, le terre rare, il mercato delle armi — con l’Italia che nel 2021, prima del conflitto ucraino, aveva raggiunto i dieci miliardi di euro di export bellico. «Dove teniamo i soldi in banca?», ha chiesto provocatoriamente il relatore. «Sappiamo cosa fanno le banche di quei soldi?»
Poi l’ideologia: le guerre combattute in nome della razza, della religione, della nazione. Cucci ha ricordato come Hannah Arendt collocasse le radici dell’Olocausto nell’Illuminismo, e come alcune pagine di Kant, Fichte e Hegel siano state successivamente arruolate dal nazismo. «Le idee», ha detto citando Einstein, «possono essere più pericolose dei proiettili.» La gravità dell’abuso del nome di Dio — sottolineata nel Decalogo con un’insistenza che non compare per nessun altro comandamento, nemmeno per il «non uccidere» — è stata indicata come una delle trasgressioni più profonde e ricorrenti della storia umana. Infine, la paura. La violenza, ha spiegato Cucci, è sempre una forma di debolezza non gestita. Nel corso della Guerra Fredda, il mondo andò più volte vicinissimo all’apocalisse C nucleare per ragioni banali: un orso che scavalcava una recinzione, uno stormo di uccelli sui radar, un raggio di sole filtrato tra le nuvole. «Un alto ufficiale russo si rifiutò di lanciare le testate nucleari. Fu degradato. Ma se avesse obbedito, forse non saremmo qui stanotte.»
Una delle riflessioni più originali della serata ha riguardato il concetto di aggressività. Lungi dall’essere semplicemente un istinto negativo da reprimere, essa è, ha spiegato Cucci riprendendo San Tommaso, alla base stessa della speranza. Lavis irascibili
stomista non è l’irascibilità nel senso comune del termine: è la capacità di non arrendersi di fronte all’ingiustizia, di indignarsi quando è necessario. «San Tommaso dice che chi non si adira di fronte all’ingiustizia altrui pecca gravemente.» Anche Gesù si è adirato, ma per le ingiustizie che riguardavano gli altri.
Freud, dal canto suo, aveva intuito che le pulsioni di morte non sono una patologia marginale ma una componente strutturale dell’essere umano: «Il principio del piacere è al servizio degli istinti di morte.» L’errore non sta nell’ammettere questa componente oscura, ma nel non educarla. Come ha dimostrato il celebre esperimento di Philip Zimbardo, quello dei «carcerieri» universitari che arrivarono a maltrattare i «carcerati» pur avendo dichiarato di essere pacifisti, «se metti una persona buona in un contesto cattivo, diventerà cattiva». La consapevolezza di questo meccanismo, ha concluso Cucci, è il primo e indispensabile passo per invertirlo.
La seconda parte della conferenza si è concentrata su un esempio concreto e straordinario: la Cittadella della Pace di Rondine, vicino ad Arezzo. Nata quasi per caso nel 1997, quando il fondatore Franco Vaccari ricevette una telefonata dal rettore dell’Università di Grozny che chiedeva ospitalità per alcuni studenti ceceni – «sì, se vengono insieme ai russi» -, Rondine accoglie ogni anno giovani provenienti da paesi in guerra, li fa convivere per due anni e li manda poi a casa come promotori di riconciliazione. Cucci ha letto alcune delle testimonianze dei partecipanti con un’intensità che ha fatto calare il silenzio in sala. Una ragazza azerbaigiana: «Siamo i bambini della guerra. La nostra infanzia è un periodo infinitamente scuro, quando le bambole sono le schegge dei proiettili». Una partecipante armena che, scendendo dall’autobus di fronte alla Cittadella, si è fermata a sentire «un forte grido dentro di me che mi diceva di non andare», mentre le risuonavano in mente le parole della madre: «Se non ci fossero questi armeni, la nostra vita sarebbe migliore.» Il metodo Rondine, che Cucci ha descritto come «omeopatico», nel senso che cura con dosi diluite dello stesso veleno che produce il conflitto, si fonda sulle quattro condizioni individuate dallo psicologo Gordon Allport per smontare il pregiudizio: contatto tra persone di pari status, prolungato nel tempo, sostenuto istituzionalmente, orientato a uno scopo comune. Il percorso non elimina il conflitto né il nemico: li trasforma. «L’unico che può davvero capire quello che ho sofferto fino in fondo», ha citato Cucci dal cardinale Carlo Maria Martini, «è paradossalmente solo il mio nemico.»
Un palestinese e un israeliano che imparano a litigare seguendo regole condivise e scoprono di parlare della stessa città con due nomi diversi. Tony e Leonard, nemici in Sierra Leone, oggi colleghi all’Università di Nairobi, che hanno contribuito alle prime elezioni pacifiche del paese dopo tredici anni di guerra civile. E, più vicino a noi, Giovanni Bachelet che al funerale del padre assassinato pregò per i suoi uccisori e i terroristi che, in carcere, scrissero: «Quel giorno siamo stati davvero sconfitti. Non dall’ideologia, non dalle armi. Dal perdono».
Cucci ha chiuso con le parole del profeta Isaia «il lupo dimorerà insieme all’agnello» e con un’osservazione che suonava quasi come una sfida: le bestie feroci non vanno uccise. Possono essere addomesticate. La via della pace è complessa, silenziosa, spesso impopolare. Ma è praticabile. «È più facile fare la guerra che fare la pace», aveva esordito citando Clemenceau. Eppure, ha concluso, la pace ha una caratteristica che la guerra non potrà mai avere: «può durare nel tempo, perché è inseparabile dal divino.»
Applausi prolungati hanno chiuso la serata, seguita da un vivace dibattito con il pubblico. Una conferenza densa, a tratti commovente, che ha saputo restituire alla parola «pace» tutta la sua densità e tutta la sua esigenza.

