29 settembre: i Santi Arcangeli

Tre voci per una soglia

di don Francesco Ricciarelli

Il 29 settembre 1999, dopo un anno di noviziato, indossavo l’abito di frate trinitario e professavo i voti temporanei di castità, povertà e obbedienza. Dopo tre anni il mio cammino nell’ordine religioso fondato da san Giovanni de Matha si interrompeva, ma quell’esperienza è rimasta viva nel mio cammino e quella data la celebro ancora con animo grato. In particolare, sono rimasto legato da un affetto speciale ai Santi Arcangelila cui festa liturgica ricorre proprio il 29 settembre.

Michele, Gabriele e Raffaele parlano ciascuno una lingua propria, illuminano aspetti complementari del rapporto con Dio, ognuno attraverso un ruolo specifico. Vorrei qui proporre la lettura originale che ne dà il poeta John Milton(1608-1674) nel suo capolavoro, il «Paradiso perduto». Spesso, quando si pensa a quest’opera, la memoria va alla figura dell’eroe negativo, Satana, il villain astuto e audace che, tuttavia, perde progressivamente l’aura eroica iniziale e, dopo aver ottenuto il suo successo più grande, provocando la caduta di Adamo ed Eva, subisce un’ulteriore degradazione a livello bestiale. Interessanti, però, sono anche le figure dei tre Arcangeli, Gabriele, Raffaele e Michele, e le funzioni narrative loro assegnate all’interno del poema. Gabriele guida gli angeli che custodiscono il giardino dell’Eden e nel libro IV respinge un primo tentativo di Satana di introdursi nel Paradiso terrestre.

Le sentinelle angeliche colgono il diavolo rannicchiato accanto a Eva addormentata, intento a sussurrarle qualcosa nell’orecchio. Satana si prepara a combattere contro Gabriele e gli altri angeli guardiani, ma un segno celeste lo mette in fuga. Gabriele allora lo ammonisce ricordandogli l’origine divina di ogni potere: «Io la tua possa, Satàn, conosco e tu la mia, non nostre, ma sol di Lui che le ci diè» (come recita la traduzione ottocentesca di Lazzaro Papi). La forza appartiene a Dio: chi la esercita, l’ha semplicemente ricevuta in prestito. Saggezza è quindi riconoscere il limite. È su questo riconoscimento che si fonda la custodia dell’Eden, più che sulle armi degli Angeli. Raffaele si presenta come un commensale, «gentile e affabil Spirto», chiamato da Dio a istruire Adamo ed Eva sui pericoli della tentazione. L’Arcangelo va quindi in aiuto della prima coppia umana, come un giorno difenderà Tobia e Sara. Raffaele siede a tavola con Adamo, racconta la caduta di Satana e l’origine del mondo. Il suo magistero si esercita nella conversazione, che può persuadere ma che lascia intatto il libero arbitrio di chi ascolta. Michele, infine, ha il compito di condurre Adamo ed Eva fuori dal Paradiso Terrestre. Al tempo stesso è incaricato di rivelare loro il futuro dell’umanità, instillando nel loro animo il pentimento e la speranza. Dopo aver visto scorrere davanti a sé l’intera storia del genere umano decaduto, Adamo si scioglie in pianto, ma l’annuncio della salvezza portata da Gesù lo rincuora: «e Adam ripieno di gioia e di stupor così rispose: Oh divina bontà, bontade immensa che tutto questo ben dal mal produce». Il rimorso per la colpa commessa e la perdita del Paradiso è riscattato dalla consapevolezza che Dio trarrà da tanto male un bene infinitamente maggiore. Tre funzioni, dunque: custodire il limite, insegnare rispettando la libertà di chi ascolta, rivelare un senso nel momento della perdita. L’uomo ha bisogno di tutte e tre queste presenze insieme, spesso nello stesso tratto di vita.

È significativo che la riforma liturgica del 1969 abbia riunito le feste dei tre Arcangeli, un tempo distinte, in un solo giorno. Il 29 settembre cade nel punto di cerniera dell’anno, quando la luce si ritira e il raccolto è finito. Forse è proprio negli snodi, quelli del calendario come quelli della vita, che si avverte con più chiarezza il bisogno di questa triplice compagnia: la sentinella, l’ospite, il rivelatore. Un limite va custodito, perché senza confine anche la libertà si smarrisce. Una parola va detta, con la pazienza e il rispetto di chi sopporta anche gli sbandamenti della vita. Una soglia prima o poi si chiude, e ciò che ci sostiene, allora, è uno sguardo capace di comprendere che anche i passaggi più difficili hanno un senso. Così il poeta Milton descrive la prima coppia umana che lascia il giardino dell’Eden: a passi lenti e incerti ma tenendosi per mano, «e loro scorta era la Provvidenza».