Dalla Diocesi

«Se Dio non esiste, tutto è permesso?»

A Palaia una piazza gremita per riscoprire la presenza di Cristo

Davanti alla casa natale di don Divo Barsotti un incontro pubblico ha raccolto tante persone attorno alla provocazione di Dostoevskij «Se Dio non esiste, tutto è permesso». Tra le testimonianze di padre Serafino Tognetti, don Alessandro Andreini e il seminarista Tommaso Parmeggiani, la serata ha rilanciato il messaggio di Barsotti: vivere la presenza di Cristo nella quotidianità, portando la fede fuori dalle chiese e nelle piazza.

Sotto la finestra dove don Divo Barsotti nacque, in una stanza che ospitava sette figli, sabato 11 luglio la piazzetta di via Di Mino a Palaia si è riempita di sedie, di volti e di silenzio in ascolto. Il titolo della serata era una provocazione presa in prestito da Dostoevskij: «Se Dio non esiste, tutto è permesso», e la piazza gremita fino a esaurire gli stampati per il pubblico preparati per l’occasione – ha dato una risposta di fatto alla domanda implicita: si può ancora parlare di Dio per strada e la gente viene ad ascoltare. Ad aprire la serata Leopoldo Campinotti, ideatore e curatore de «Il cammino di Don Divo» di cui abbiamo più volte parlato da queste colonne, che ha raccontato quanto proprio la lettura di Dostoevskij abbia segnato l’esperienza del sacerdote palaiese. Campinotti ha ricordato la celebre paradossale frase in cui lo scrittore russo confessa che se gli fosse chiesto di scegliere tra Cristo e la verità, sceglierebbe Cristo qualora le due cose fossero per assurdo distinte. Cresciuto all’ombra di Barsotti, perché suo padre ne fu chierichetto negli anni della guerra, Campinotti ha insistito su un’urgenza: riportare non le idee su Cristo, ma la sua persona viva in mezzo alla gente, magari inventando a Palaia una «Notte di Cristo», accanto alle tante notti bianche e rosa che costellano i nostri borghi d’estate.

Francesco Fisoni, chiamato a moderare l’incontro, ha introdotto il tema con un aneddoto balneare che ha fatto da ponte tra la quotidianità e il tema della serata. Ha raccontato di aver ascoltato involontariamente, in spiaggia, una conversazione tra quattro sedicenni, due ragazzi e due ragazze, che si raccontavano con disinvoltura le loro avventure licenziose: baci, tradimenti e fotografie, e la battuta di una di loro: «Sono atea, sennò potrei comportarmi così!?», detta come l’unica conclusione logica possibile. Affermazione più che esemplare, per dimostrare la franchezza della frase di Dostoevskji che dava proprio il S titolo alla serata: Dio non esiste, mi è allora lecito fare ciò che voglio. Fisoni ha poi commentato: «Il tono e il timbro emotivo di questa conversazione adolescenziale erano di un narcisismo maligno che spaventava. Il capriccio e il vizio diventano medaglie da esibire sul petto». Ha citato il filosofo Del Noce, parlando di «edonismo sfacciato e nichilismo che porta alla disperazione e al nulla». E ha posto una domanda cruciale: «Ma quei ragazzi dovranno per forza aspettare di incontrare il dolore nella loro vita, prima di capire che in punto di morte o ti cibi di Cristo o muori di fame?». La sua introduzione ha aperto poi la strada agli interventi più attesi.

Il cuore della serata è stato affidato a padre Serafino Tognetti, della Comunità dei Figli di Dio, che ha ripercorso il proprio incontro con Barsotti a vent’anni, quando lasciò casa e famiglia per seguirlo. Non fu un discorso a convincerlo, ma la percezione fisica di un uomo che «o parlava con Dio o parlava di Dio», senza soluzione di continuità: a tavola, in cappella, in automobile. Tognetti ha raccontato con ironia l’aneddoto della domenica di Fiorentina-Juventus, quando avvisò il padre di rimandare un’uscita per il traffico nella zona dello stadio Franchi a Firenze, e Barsotti, sinceramente stupito, chiese cosa fosse la “Juventus”, segno di un uomo totalmente assorbito da un’unica presenza. Dietro la battuta, Tognetti ha condotto l’uditorio dentro l’esperienza mistica vissuta da Barsotti nel novembre 1933, a diciannove anni, in seminario: un incontro che lo lasciò, per usare le sue stesse parole scritte nei diari, come «posseduto da Dio», incapace ormai di «pensare per ragionamento» perché aveva iniziato a “vedere”. Una visione non degli occhi ma del cuore, ha spiegato Tognetti, la stessa che ogni cristiano è chiamato a custodire: vedere il volto di Cristo dentro di sé, mentre il proprio io si fa trasparente, «ostensorio del Signore».

È la stessa percezione, ha concluso, che gli ha permesso di non crollare alla morte del fondatore: un mondo di Dio che, una volta ricevuto, non si perde con chi lo ha trasmesso. Fisoni ha fatto poi da ponte richiamando gli ultimi giorni di Tommaso d’Aquino – che smise di scrivere perché la sterminata opera che aveva composto in tutta la sua vita, gli appariva ormai «paglia» rispetto a quanto gli era stato rivelato e già “vedeva” (esattamente come padre Barsotti) – per introdurre don Alessandro Andreini, della Comunità di San Leolino e parroco a Panzano in Chianti, chiamato a parlare di Dietrich Bonhoeffer: pastore luterano, teologo della Chiesa confessante (il movimento nato in Germania per opporsi all’ideologia nazista e al tentativo del regime di controllare e asservire la Chiesa evangelica), impiccato il 9 aprile 1945 a Flossenbürg per un ordine personale di Hitler, appena tre settimane prima del suicidio del führer stesso.

Andreini ha letto le pagine dell’Avvento 1943, quando Bonhoeffer, in carcere a Berlino, comprende che non sarà liberato e scrive che la cella somiglia perfettamente alla condizione dell’attesa cristiana: una porta chiusa che può essere aperta solo dall’esterno. «Bonhoeffer era colpito – ha ricordato don Alessandro – dal fatto che i detenuti, sotto i bombardamenti non invocavano Dio ma bestemmiavano. Esattamente la stessa desertificazione religiosa segnalata precedentemente a proposito dei ragazzi in spiaggia». Da quella prigionia nacquero tre preghiere per i prigionieri, testi intessuti di gratitudine più che di lamento, perché, come scrive Bonhoeffer ai genitori, «l’uomo riceve infinitamente di più di quanto dia». Andreini ha collegato questa spiritualità dell’affidamento alle tre virtù teologali, ritrovando la stessa logica di annientamento dell’io evocata da Tognetti, e ha chiuso con la frase che sigilla una delle tre preghiere di Bonhoeffer, quella del mattino: «Il mio tempo è nelle tue mani». Su questo sfondo ha poi parlato Tommaso Parmeggiani, ventottenne seminarista della diocesi di Siena: gli studi di ingegneria abbandonati, l’incontro con un “collega” diciottenne durante un lavoro estivo come cameriere, un giovane di straordinaria fede che gli ha lasciato una testimonianza decisiva. Da lì è arrivata la lettura de “I racconti di un pellegrino russo” e tre giorni di ritiro in una piccola comunità di Massa Marittima che gli hanno rivelato, ha detto, «un Padre che mi aveva sempre atteso», fino alla scelta del seminario, sostenuta dalla compagnia dei santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena.

È toccato infine a Campinotti ricomporre i fili della serata attorno alla formula che fu il vero «cavallo di battaglia» di Barsotti, «vivere la divina presenza»: non un Dio confinato alla domenica o alla sacrestia, ma una presenza che «attraversa vita, lavoro, cucina e famiglia». Un’Ave Maria recitata da tutta la piazza e una benedizione, ha chiuso davanti alla casa natale del mistico palaiese una serata che aveva promesso di portare Cristo nelle strade, e per una sera, lo ha fatto davvero.