«Riguardo al caso di Andrea Pirlo, mi sembra che il vero problema non sia la connessione con la Russia, ma il legame sempre più evidente del mondo del calcio con le scommesse». È la sostanza, spiazzante e diretta, con cui lunedì scorso il vescovo Giovanni Paccosi è intervenuto sulla propria pagina Facebook a commento del caso Pirlo, spostando la discussione dal terreno della geopolitica a quello, per lui assai più urgente, del gioco d’azzardo.
La vicenda che ha sollecitato l’intervento del vescovo è nota: Andrea Pirlo, individuato dall’area tecnica della Federazione – guidata da Paolo Maldini e Leonardo – come nuovo commissario tecnico dopo il naufragio della pista Guardiola, è saltato a causa del suo ruolo di global ambassador di Fonbet, colosso russo delle scommesse sportive. L’esposizione dell’ex centrocampista in eventi promozionali russi, in piena guerra in Ucraina, ha scatenato reazioni politiche dure – tra cui quella del ministro dello Sport Andrea Abodi – fino a spingere il presidente del Coni Giovanni Malagò a bloccare l’accordo. Pirlo ha difeso sui social la natura esclusivamente commerciale del contratto; Maldini e Leonardo, sentendosi sconfessati, si sono dimessi dopo appena sedici giorni di incarico. È su questo sfondo che va letto il post di monsignor Paccosi, che ha sottolineato come le scommesse «rovinano la vita a troppe persone e che, sotto sotto, sono protette da chi dovrebbe limitarle». È sconcertante il dato che monsignor Paccosi stesso riporta: «Toscana: spesi nel 2025 nel gioco d’azzardo 8,6 miliardi di euro. In ogni comune della mia diocesi il volume di soldi spesi nel gioco d’azzardo supera il bilancio del comune stesso. Quante famiglie che soffrono…».
Poche righe, ma capaci di spostare il baricentro della discussione: non più la casacca della Nazionale, ma il portafoglio delle famiglie italiane, chiamate in causa con un dato che parla da solo, senza bisogno di ulteriori commenti. Su questa stessa lunghezza d’onda abbiamo ascoltato il pensiero di don Armando Zappolini, direttore della Caritas diocesana e portavoce nazionale della campagna “Mettiamoci in gioco”, la rete che riunisce sindacati, associazioni di terzo settore e realtà come Acli, Arci, Cgil, Cisl e Libera nella sensibilizzazione contro il gioco d’azzardo patologico. «La vicenda di Andrea Pirlo pone un’ennesima attenzione sulla pericolosità dell’azzardo, dei soldi che muove, di quanti mondi riesce a contaminare», ha esordito don Zappolini. «Il mondo del calcio, purtroppo, è molto fragile davanti a questa presa dell’azzardo: già diverse società calcistiche italiane hanno sponsor legati alle scommesse, scavalcando anche una legge che lo vieterebbe, e ogni tanto emergono situazioni di giovani calciatori pieni di soldi che, per vincere la noia, cadono nel gioco d’azzardo e nell’usura. È dunque davvero l’ennesima occasione per porre attenzione su questo fenomeno».
Numeri alla mano, il quadro tracciato dal direttore della Caritas diocesana non lascia spazio a letture minimizzanti: «I primi dati raccolti nei mesi iniziali di quest’anno segnano un aumento della raccolta del 17% rispetto al 2025.
Proseguendo su questo trend si arriverebbe a una raccolta complessiva di 190 miliardi a fine anno: significa che ogni cittadino italiano, neonati compresi, spende più di 2500 euro l’anno in azzardo, una cifra che porta alla rovina e al dolore di tantissime persone. La maggior parte di queste somme, va detto, proviene da giocatori abitudinari, compulsivi o patologici: non sono dunque soldi raccolti dalla generalità degli italiani – che spesso hanno con l’azzardo un rapporto non preoccupante – ma da quella fascia di popolazione (cinque milioni di persone, di cui un milione e mezzo con problematiche gravi) che sull’azzardo gioca gran parte delle proprie risorse e della propria vita».
A chiudere l’intervento, un appello che suona insieme come denuncia e come domanda rimasta senza risposta: «La campagna Mettiamoci in gioco, la Fondazione antiusura delle Caritas, la Caritas italiana alzano voci importanti per avvisare di questo pericolo, così come la Conferenza episcopale italiana. Ma gli interessi che ci sono dietro, compreso l’attuale vertice della Figc, ci fanno capire che l’attenzione è rivolta ad altro, ai soldi, agli interessi privati, e non certo alla salute e alla vita dei cittadini. Quanti ne dovranno ancora morire, e quanti scandali dovremo ancora vedere, prima che la politica trovi la coscienza, la forza, la dignità di arginare questo fenomeno?». Resta, sullo sfondo, la panchina azzurra ancora vuota. Ma tra le righe di un post e le parole di una intervista, la vera partita che vescovo e Caritas chiedono di giocare – questa volta sul serio – è un’altra.

