Dopo quarantacinque anni a Ponte a Elsa, il betharramita padre Tiziano Molteni entra il 1° novembre nelle sue nuove parrocchie di Roffia e Isola. Racconta di un paese Ponte a Elsa cresciuto, della spiritualità del Sacro Cuore e di una stagione che sarà ancora di semina.
Mille, forse milleduecento abitanti, tanti ne contava Ponte a Elsa nel 1981, quando vi arrivò un giovane sacerdote sacerdote betharramita di ventinove anni, della provincia di Como, ordinato quattro anni prima nel 1977. Oggi la popolazione è di circa 2.900 persone, e quel sacerdote, padre Tiziano Molteni, ha settantaquattro anni e un nuovo capitolo di vita davanti a sé. Domenica 1° novembre infatti, festa di Tutti i Santi, alle ore 11, nella chiesa di San Michele Arcangelo a Roffia, durante la Messa presieduta da monsignor Giovanni Paccosi, padre Tiziano farà il suo ingresso nelle sue nuove parrocchie di Isola e Roffia. L’inizio, quarantacinque anni fa, fu più modesto di quanto la lunga permanenza sulle rive dell’Elsa lasci immaginare. «Non arrivai come parroco, ma come aiutante del parroco che c’era», ricorda. In parrocchia la sua era «una presenza di aiuto»; l’impegno principale, allora, era la scuola, insegnava infatti al Liceo Classico di Empoli. Parroco lo diventò poi nel 1990, mentre intorno a lui il paese cambiava pelle. Dal 1985 in poi, le nuove lottizzazioni avevano fatto sorgere palazzi e case, e con loro erano arrivate le coppie giovani, alcune per restare, altre per andarsene dopo qualche anno. «Complessivamente la realtà è molto cresciuta e molto cambiata», osserva padre Tiziano. Più complessa dunque? «Sì, sicuramente sì». Oggi alle famiglie del posto si sono aggiunte quelle che vengono da paesi dell’Africa e dell’Asia: «Il tessuto sociale è cresciuto, e sono cresciuti anche i problemi».
Successivamente la sua strada si è intrecciata anche con quella della comunità di Brusciana, negli anni Novanta, dove prima di lui c’era il betharramita padre Albino De Giobbi.
L’accenno al confratello fornisce il pretesto per richiamare i tratti spirituali della sua famiglia religiosa: la Congregazione del Sacro Cuore di Gesù di Betharram, appunto; ci racconta con note ispirate del motto che animava l’azione del fondatore, il basco san Michele Garicoïts, riassumibile in una parola: «Eccomi!». Garicoïts ci aveva aggiunto però due precisazioni importanti, sottolinea Molteni: «Senza ritardo e senza riserve, per amore». Messa in poche parole la caratteristica fondamentale è «attenzione e disponibilità verso la realtà che stai frequentando. Questo è l’eccomi del Sacro Cuore». Gli chiediamo se questa cifra spirituale sente di averla partecipata alla sua gente? Risponde con convinzione: «Credo che sia, realmente, una dimensione che è entrata anche dentro di loro». La prova la vede in quello che accade in parrocchia, dove c’è attenzione e disponibilità «gli uni verso gli altri». Una spiritualità, insomma, che per riconoscerla non occorre aprire i libri: basta guardare come ci si tratta. Se gli si chiede un volto, un incontro, un episodio che racconti questi anni di servizio meglio di qualunque sintesi, riflette che è difficile indicarne uno. Offre invece una parola: «L’amicizia racconta meglio di qualunque sintesi l’essere stato a Ponte a Elsa».
Essere stato vicino alle persone come padre e come fratello per quarantacinque anni di vita condivisa. Quanto a ciò che ha imparato dai suoi parrocchiani, l’insegnamento più importante è stato, dice, «sentirmi una parte integrante della loro vita. Non qualcosa di staccato, ma qualcosa di presente». Passiamo poi a riflettere con lui su che cosa ritiene essenziale custodire quando la vita in una parrocchia cambia, i preti sono meno rispetto al passato e i laici sono inevitabilmente chiamati a fare di più: «Sicuramente da custodire è l’unità, che personalmente ho cercato di creare nelle mie parrocchie». Per Roffia e Isola, padre Tiziano comincia da una conoscenza già fatta negli ultimi due anni a motivo dell’aiuto che ha portato a queste due comunità nel tempo della indisponibilità, per motivi di salute, di padre De Giobbi. Due realtà diverse: Roffia è un piccolo borgo legato al suo lago, Isola un centro un po’ più grande. Le parrocchie le ha conosciute dall’interno, appunto negli ultimi tempi, per le celebrazioni che vi ha officiato: matrimoni, funerali, battesimi… Lo stile pastorale con cui le incontrerà, dice, sarà quello di sempre: «Lo stile è lo stesso che ho usato a Ponte a Elsa». Da religioso figlio di san Michele Garicoïts cercherà di portare l’eccomi, declinato in tre sostantivi: «l’attenzione, la presenza, l’apertura, insieme a ciò che il Buon Dio mi concederà di fare». E aggiunge: «Questo è il punto fondamentale della nostra spiritualità», quasi a dire che il resto è commento. Il doppio servizio di parroco a Isola e Roffia e vicario di don Simone le richiederà più impegno? «Non importa», risponde, «se potrò essere di aiuto a don Simone lo farò molto volentieri».
Resta una parola che per un sacerdote suona sempre un po’ stonata: pensione. Il Diritto canonico indica i 75 anni come il momento in cui si apre una soglia, e padre Tiziano, che ne ha 74, è a un anno da quel traguardo. La notizia non sembra turbarlo, e forse nemmeno occuparlo: «Non ci penso» dice sorridendo, «io resto a disposizione di chi avrà bisogno di me». Quanto al senso della stagione che si apre, mette in conto la maturità acquisita «attraverso l’esperienza dell’apostolato», raccontando di volerla mettere «al servizio» di chi ne avrà bisogno. Gli chiediamo se vede gli anni a venire più come quelli del raccolto o di una nuova semina: «Per me saranno ancora di semina», dice, aggiungendo con la prudenza dei suoi anni, che molto dipenderà dalla salute e da ciò che Dio vorrà.
E ai fedeli di Roffia e Isola, a poche ore dall’ingresso, che cosa vuole dire? Niente discorsi solenni, ma una promessa di compagnia: «Io sono con loro». Lavorerà, nella misura delle proprie capacità, per costruire insieme, dice, «quelle comunità di comunità» che il vescovo ha in mente per la diocesi. Il programma, a pensarci, è lo stesso con cui era arrivato a Ponte a Elsa nel 1981: uno che si presenta, a ventinove come a settantaquattro anni, dicendo semplicemente «eccomi!».

