Nella biblioteca del Seminario vescovile di San Miniato, il gesuita Giuseppe Riggio ha offerto, lo scorso 29 aprile, una riflessione densa e appassionata sul lascito del Concilio Vaticano II, a sessant’anni dalla costituzione pastorale «Gaudium et Spes». Introdotto dal vescovo Giovanni Paccosi, l’incontro promosso dall’Azione cattolica diocesana si è trasformato in un esercizio collettivo di lettura dei «segni dei tempi», tra le sfide dell’isolamento contemporaneo e la fiducia come atto di resistenza.
Sessant’anni non sono bastati a spegnere la luce della Gaudium et Spes. La costituzione pastorale che il Concilio Vaticano II consegnò al mondo nel 1965, con la sua apertura radicale alla storia degli uomini, alle loro gioie e alle loro speranze, continua a interrogare il presente con una forza sorprendente. Ne è convinto padre Giuseppe Riggio, gesuita, che nella biblioteca del Seminario vescovile di San Miniato ha tenuto, mercoledì 29 aprile, una conversazione di grande spessore, nell’ambito di una serata promossa dall’Azione cattolica diocesana e introdotta dal vescovo Giovanni Paccosi, che ha poi concluso l’incontro con un suo personale insegnamento.
Riggio ha subito chiarito che il testo conciliare, nella sua seconda parte, dedicata ai temi concreti della vita sociale, economica e politica, risente inevitabilmente del contesto degli anni Sessanta. Ma la prima parte è un’altra cosa. Lì la Gaudium et Spesproclama che la comunità dei cristiani si sente «realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia»; due avverbi che, secondo Riggio, non hanno perso un grammo del loro peso. Quella solidarietà non guarda S all’uomo a pezzi, non al cittadino, non al consumatore, non all’imprenditore, ma all’essere umano nella sua integralità, così come l’ecologia integrale di papa Francesco nella Laudato si’ci ricorda che «tutto è connesso»: il benessere spirituale, le condizioni di vita materiale, la salute, l’ambiente. Visioni che nel separarsi impoveriscono e distorcono. Il cuore della serata è stato però la lettura dei segni dei tempi, il metodo di discernimento che è forse il contributo più duraturo del Concilio. Un’espressione entrata nel linguaggio comune, ha osservato il relatore, eppure ancora difficile da praticare davvero. Il punto di partenza è decisivo: «Se non partiamo dalle gioie e dalle speranze rischiamo di restare bloccati, intrappolati in una lettura che ci mette in un vicolo cieco». Perché «il Signore agisce in questo nostro mondo, proprio oggi, 2026, con tutto quello che sta succedendo. Agisce». Ed è da questo presupposto di fede — non da uno sguardo sospettoso o apocalittico — che la lettura dei segni dei tempi diventa possibile: non per registrare ciò che non funziona, ma per cogliere «quei segni che possono essere anche estremamente modesti nel loro apparire ma che sono testimoni di quello che può essere un cambiamento possibile». A questo proposito Riggio ha citato due esperienze: il Sermig di Torino, che ha trasformato un arsenale in luogo di pace, e Rondine, la cittadella toscana della riconciliazione. Non risolvono le guerre. Ma sono atti di controcultura e di resistenza, Nazareth del nostro tempo.
Riprendendo il metodo del «vedere, giudicare e agire», nato nella gioventù operaia belga e patrimonio dell’Azione cattolica, e la sua rilettura proposta da papa Francesco nell’Evangelii Gaudiumcome «riconoscere, interpretare, scegliere», Riggio ha insistito su due condizioni essenziali: la dimensione comunitaria del discernimento, perché nessuno da solo riesce a correggere i propri pregiudizi; e uno sguardo «benevolente rispetto alla società», che non significa ingenuità, ma apertura autentica all’ascolto. «Quanto più sono davvero fiducioso rispetto a quello che credo, senza aver bisogno di doverlo difendere, tanto più potrò essere veramente in ascolto degli altri». La diagnosi del presente proposta dal gesuita ha poi individuato quattro dinamiche critiche della nostra epoca: l’accelerazione, l’individualismo, la frammentazione e il ritorno della logica della violenza. Tutte convergono verso uno stesso esito: l’isolamento. «Darsi pazienza oggi è un atto in controtendenza. Darsi tempo è davvero un atto in controtendenza», e tuttavia è indispensabile, se si vuole costruire qualcosa che duri. Tre, in conclusione, le piste di resistenza. La prima: ricordarsi che «questa area culturale che viviamo non è immodificabile e non è l’unica possibile». La seconda: resistere alle polarizzazioni (altro nome dell’isolamento) e far circolare le esperienze positive. La terza: coltivare la fiducia, soprattutto tra le generazioni. «La fiducia è come un gioco strano: c’è bisogno che qualcuno faccia il primo passo». In un paese con un problema demografico serio come l’Italia, quel primo passo spetta agli adulti: dare ai giovani la possibilità di sbagliare e di fare a modo loro, senza rinchiudersi in ghetti separati.
La serata si è conclusa con le domande del pubblico e con un intervento del vescovo Paccosi, che ha offerto alla riflessione di Riggio un ulteriore approfondimento spirituale, raccogliendo il filo della speranza da cui tutto era partito.
Monsignor Paccosi: «Lo sguardo di chi ha incontrato Cristo»
Al termine della conversazione di padre Riggio, il vescovo Giovanni Paccosi ha preso la parola non per un semplice commento conclusivo, ma per un breve insegnamento: denso, personale, capace di portare la riflessione della serata a una profondità ulteriore. Il punto di partenza è stato il documento di Aparecida, testo fondamentale della Chiesa latinoamericana del 2007, alla cui redazione aveva lavorato il futuro papa Francesco, che per primo introdusse una premessa inedita al metodo del “vedere, giudicare e agire”. Quella premessa si intitolava “La gioia dei discepoli missionari”.
Paccosi ne ha sottolineato il valore: il soggetto che guarda il mondo non è uno sguardo neutro, ma uno sguardo abitato. «Noi vediamo cose che gli altri non vedono e diamo importanza a cose che gli altri non danno importanza perché è questa presenza di Cristo che ci fa vedere le cose da una prospettiva che non è quella né sociologica né politica, non è un’analisi fatta da altri che noi assumiamo, ma qualunque analisi diventa interessante perché c’è un criterio a cui guardare». Non un metodo in più, dunque, ma una visione nata dall’incontro. Da qui il vescovo ha spostato il fuoco sulla comunità — non intesa come una delle tante aggregazioni umane a cui apparteniamo, ma A come quella comunità che «non è nostra ma è di Cristo, in cui veniamo continuamente ricostituiti come soggetto nuovo dentro il mondo».
È questa, ha spiegato Paccosi, la radice da cui nasce quella benevolenza verso la realtà di cui aveva parlato Riggio nel corso della serata: «è questa comunità che si nutre della parola e della preghiera, alla quale noi siamo stati chiamati, messi dentro, che ci permette di assumere uno sguardo di benevolenza verso tutta la realtà, perché è lo sguardo di Cristo che guarda l’uomo con il desiderio che si compia la sua umanità». Una comunità che non chiude, non si difende dal mondo, ma – riprendendo il cuore della Lumen Gentium — «offre al mondo la possibilità di vivere pieno compimento». Ed è per questa ragione, ha confessato il vescovo, che ha posto la comunità ecclesiale al centro della lettera pastorale scritta due mesi fa. La parte più toccante dell’intervento è stata quella dedicata ai segni dei tempi vissuti in prima persona. Lo scorso giugno i vescovi toscani si erano recati in Terra Santa, rimasti poi bloccati a causa del conflitto. In quel contesto drammatico, Paccosi ha cercato e trovato segni insperati di fraternità. Il più sorprendente: suor Valentina, una religiosa che a Gerusalemme «dirige un hospice per malati terminali, gestito da arabi cristiani e musulmani, e i cui ospiti per la maggior parte sono lì perché non trovano da nessuna parte un’attenzione alle persone come lì». In quel luogo, tra anziani morenti e operatori di fedi e culture diverse, «questa percezione di fraternità che va oltre qualunque distanza nella situazione che c’era in quel momento è impressionante».
Segni piccoli e potenti, ha ribadito il vescovo: come i genitori israeliani e palestinesi di figli caduti che hanno scelto di stare insieme, anziché dividersi nel rancore. In chiusura, Paccosi ha richiamato il contributo di papa Francesco alla lettura dei segni dei tempi, in particolare i quattro principi sulla dimensione sociale della carità e della politica. Al centro di tutto, una convinzione che vale anche come chiave di lettura dell’intera serata: «Non si può dire che il tempo vale più dello spazio, cioè che è importante iniziare il processo, se non c’è la fiducia che c’è qualcuno che porta a compimento». I processi che seminiamo non li raccogliamo sempre noi. Ma c’è qualcuno, «che non sono io, non siamo noi, ma che vive in mezzo a noi», che porta a compimento ciò che la storia da sola non riesce a concludere. Sessant’anni dopo la Gaudium et Spes, è ancora questa la scommessa della Chiesa nel mondo.

