Riflessioni

Oltre la guerra c’è la luce

di Paolo Bustaffa

«Mi sembra di aver vissuto invano»: le parole di Liliana Segre all’uscita dalla sinagoga di Milano l’8 novembre a commento della tragedia che si sta consumando in Terra Santa a partire dal massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre, sono state interpretate inizialmente come una resa al male.

La storia è un ripetersi di notti, di tragedie e di sconfitte dell’umanità. La storia è anche un susseguirsi di giorni di luce nei quali l’umanità si rivela in tutta la sua pienezza. Quale può essere il senso delle parole di Liliana Segre? Senza la presunzione di poter interpretare un pensiero altrui è possibile trovare una risposta nelle parole che la stessa vittima e testimone dell’olocausto ha pronunciato il 9 novembre nel collegamento video con la Commissione parlamentare straordinaria contro intolleranza, razzismo antisemitismo, istigazione all’odio e alla violenza di cui è presidente.

«Non sono solo io – ha affermato – nei momenti più cupi che penso di aver vissuto invano, ma chi non segue la propria mente, il proprio dovere la propria natura più profonda nella propria vita e lascia fare agli altri interessandosi con indifferenza è molto colpevole». «Nei momenti più cupi» è comprensibile il dire che «sembra di aver vissuto invano». Sembrare – però – non è ancora essere, neppure avere. La distinzione viene dalla stessa Liliana Segre quando afferma sempre nel discorso alla Commissione: «Bisogna sentire la propria coscienza più che mai viva più che mai importante».

Ed è proprio la coscienza, dove è accesa la scintilla, che consente a ogni essere umano di distinguere il bene dal male che lei si rivolge chiamando in causa coloro che hanno vissuto la sofferenza e a maggior ragione dovrebbero sentirsi chiamati ad avere ancor più a cuore un futuro di pace. Si è all’utopia? Liliana Segre afferma che le giornate della memoria delle tragedie di oggi e di ieri «mi danno la speranza che l’utopia sia una parola sbagliata». Un pensiero che incontra sul portale dell’ebraismo italiano quello del rabbino Jonathan Sacks: «Il nome del futuro ebraico è speranza… Gli ebrei erano e sono ancora chiamati ad essere la voce della speranza nella conversazione dell’umanità».

La conversazione è interrotta dai singhiozzi dei bambini israeliani, dei bambini palestinesi, dei bambini ucraini, dei bambini di ogni Paese devastato da guerra e ingiustizia. Sono i loro sguardi a spingere Liliana Segre ad aggiungere al «mi sembra di aver vissuto invano» un appello alla coscienza e alla speranza che nulla ha a che fare con l’utopia. Un duplice richiamo che approda nell’editoriale dell’ultimo numero di Limes: «Non c’è disastro che ci liberi dalla responsabilità di affrontarlo e dalla possibilità di superarlo. C’è luce oltre la guerra».