Dalla Diocesi

L’ingresso di don Simone Meini a Ponte a Elsa: «Partirò dall’ascolto»

di Francesco Fisoni

Intervista al sacerdote che, dopo sei anni in Valdegola, fa il suo ingresso sabato 24 e domenica 25 ottobre a Ponte a Elsa-Bastia, Pino, Brusciana e Pianezzoli. Ascolto, pazienza, corresponsabilità, e un’unica parrocchia da costruire, a partire da un nome scelto insieme.

Don Simone, dopo sei anni alla guida della comunità di Santa Maria in Valdegola è arrivato il momento di voltare pagina. Che cosa sente di aver ricevuto da questa esperienza e che cosa spera di aver lasciato alle persone e alle comunità che ha accompagnato?

«Si, adesso si volta pagina. La mia esperienza in Valdegola è stata bella e arricchente, un dono. Come ho detto con franchezza più di una volta, ci sarei rimasto volentieri ancora. Non posso dunque che ringraziare Dio per questi sei anni e per le tante persone che lì ho incontrato. E pensare che quando nel 2020 fui destinato a quelle parrocchie, lessi quella nomina come una “punizione” – ride-. In seguito però trovai una mia risposta: “Don Simone, non sai il perché di questa destinazione, ma Dio sa il perché”, e questo mi bastò. Che cosa ho lasciato?! Innanzitutto, spero, la fede! La gioia dell’incontro con il Signore e il desiderio della preghiera comunitaria, della Messa e dei sacramenti. Mi auguro anche di essere riuscito a suscitare nella gente della Valdegola il desiderio di vivere pienamente la fraternità e la gioia di fare le cose per la comunità e per la parrocchia. Spero inoltre di aver lasciato alle persone la voglia di abitare gli spazi della chiesa, che è la nostra casa, insieme al desiderio di custodirla lavorando alla sua manutenzione».

Nel 2020 ci aveva parlato del suo desiderio che le campane delle diverse comunità della Valdegola imparassero a suonare insieme, componendo un’unica melodia. A distanza di sei anni, quanta strada è stata fatta verso una vera unità pastorale e quali difficoltà ha incontrato?

«Dal 2020 a oggi è stato compiuto un bel cammino per realizzare comunione. Don Francesco Ricciarelli, mio predecessore, aveva fatto già un ottimo lavoro fin dal 2011, quando fu costituita l’unità pastorale. Certo, alcuni campanilismi restano anche oggi; d’altronde ci saranno sempre persone che si trovano meglio a rimanere nel proprio orto, nella propria chiesa. Posso però testimoniare il bello dell’aver visto, su 1.800 anime, tante persone impegnarsi per far “suonare all’unisono” le campane della Valdegola. È stato davvero un bel segno comunitario. Non è un cammino che finisce con la mia partenza, il resto lo porterà avanti don Alfonso Marchitto, che mi succede, insieme ai fedeli di oggi e a quelli che verranno. Le difficoltà?! Si, ci sono state. Forse un po’ di durezza di cuore, e quella tendenza a volere talora tutto a casa propria. Ho visto il dispiacere quando le cose si facevano in un luogo e non in un altro, quando tutto sembrava concentrato in un posto e gli altri lasciati un po’ a piedi. E forse, per quanto mi riguarda, posso avere anche ostacolato qualcuno a “suonare la propria campana”, ma in ogni modo mi sono sforzato di essere equo nei confronti di tutte le chiese della Valdegola».

Nel momento del saluto, che cosa ha voluto dire ai suoi parrocchiani? C’è stato in questi sei anni un incontro o un episodio che porterà con sé in modo particolare?

«Ho detto di non mettersi a fare gare tra loro e di non rimanere attaccati ai propri posti. Se arriva qualcun altro, fate spazio… c’è più gioia se un’altra persona fa quello che fino a oggi facevo io. In fin dei conti, chi di noi guadagna qualcosa per il servizio che svolge? Chi ha uno stipendio? Anzi, il più delle volte al termine del nostro impegno, capita di portarsi a casa l’amarezza per le cose che sembrano non andare. È invece bello se altre persone prendono il nostro posto e la comunità si allarga. Questo è quello che ho voluto dire in sintesi. Riguardo agli episodi, mi è davvero difficile rammentarne uno solo. Porto senz’altro nel cuore le persone ammalate, visitate nelle loro case e quelle che purtroppo non ci sono più, che tanto mi hanno dato e a cui spero anche io di aver dato qualcosa».

Ora l’attendono quattro nuove parrocchie: Ponte a Elsa-Bastia, Pino, Brusciana e Pianezzoli. Quanto conosce già queste realtà e con quali attese si prepara a incontrarle?

«Sono realtà che in passato ho sfiorate soltanto: da seminarista accompagnai monsignor Tardelli alle Cresime a Bastia e, proprio nel marzo scorso, in assenza del parroco, andai a benedire le famiglie nella parrocchia di Ponte a Elsa – Pino. Mai avrei pensato a questa chiamata, a questa volontà di Dio. Non ci sono particolari attese. In questo momento desidero solo ascoltare le persone che incontrerò. Per ora vorrei riuscire a mantenere quello che esiste, riconoscendo però che c’è una fatica: non si possono gestire così tante parrocchie come si faceva un tempo, quando i preti erano più numerosi. Qualcosa sarà da rivedere in un’ottica comunitaria. Sabato 24 e domenica 25 ottobre, alle celebrazioni d’ingresso, quando avrò modo di parlare ai miei nuovi parrocchiani, utilizzerò una metafora sulla costruzione della comunità che adesso non anticipo, ma che spero chi mi ascolterà faccia subito propria. Come sono andato in Valdegola, sei anni fa, come “curato di campagna”, così arrivo oggi a Ponte a Elsa come strumento nelle mani di Dio e per il tempo che Dio vorrà».

L’esperienza della Valdegola le ha insegnato quanto sia importante custodire l’identità delle singole parrocchie e, nello stesso tempo, aiutarle a sentirsi parte di un cammino comune. Quanto potrà esserle utile questo percorso nella nuova realtà? E da dove si comincia, concretamente, a costruire una comunità nella quale nessuno si senta periferico o estraneo?

«Come in Valdegola, anche qui arrivo in un cammino già avviato: l’unità pastorale di Pino, Bastia, Brusciana e Pianezzoli esiste dal 2016. Come sia stato vissuto questo cammino in questi dieci anni non lo discuto, e non credo ci sia bisogno di rifare la storia del passato. Raccoglierò quello che padre Tiziano Molteni ha costruito e spero di trovare persone pronte a proseguire sulla strada dell’unità. Da dove si comincia? Dal punto in cui è ciascuno. Arriverò senza sapere niente di queste parrocchie. Mi rimetto al cammino fatto da ciascuna comunità. Dopo dieci anni con un parroco unico, in cui ogni parrocchia ha portato avanti il proprio percorso, penso che adesso occorra accelerare verso un’unità reale e concreta, come mi ha insegnato proprio l’esperienza della Valdegola, dove le chiese di La Serra, Balconevisi, Corazzano e Moriolo hanno mantenuto la propria identità e nessuno le ha fatte sentire di serie A o di serie B. Sarà lo stesso per Bastia, Pino, Brusciana e Pianezzoli: ciascuna conserverà la sua identità, ma dentro un’unica parrocchia. Concretamente da dove cominciare allora? Direi dal nome… Dare un nome alla nostra parrocchia sarà, secondo me, una cosa bella, che coinvolgerà tutti. È quello che accadde in Valdegola nel 2011, quando don Ricciarelli, insieme ai fedeli e a monsignor Tardelli, diede alla parrocchia il nome di Santa Maria in Valdegola».

Il suo arrivo a Ponte a Elsa avviene in una fase nella quale la comunità ha manifestato un forte legame con padre Tiziano, che continuerà il suo servizio come viceparroco. Come valorizzare questa storia e costruire insieme una nuova stagione di comunione?

«Fin dal momento in cui ho saputo che sarei diventato il nuovo parroco di Ponte a Elsa, una parola mi ha accompagnato, anche se non fa parte del mio temperamento – ride- : “pazienza”. In questa situazione non ve ne sono altre spendibili. Spero di averne tanta io e che ne abbiano tanta le persone che saranno con me. Ho quarant’anni, ho il mio carattere… chiedo a Dio la pazienza che è un dono dello Spirito Santo. La pazienza ci aiuterà a valorizzare il cammino fatto da padre Tiziano. Come non riconoscere tutta questa storia!? La comunione deve venire soprattutto dalle persone della comunità, mettendo in pratica il Vangelo. Dobbiamo essere i primi testimoni della comunione. Ai fedeli di Ponte a Elsa dico: siate testimoni di comunione, vivendola, andando a Messa, ciascuno nella propria chiesa, lì dove Gesù ci invita a viverla. In questo modo valorizzeremo questa storia, dando una spinta al cammino comune».

Che cosa chiede ai suoi nuovi parrocchiani e che cosa possono aspettarsi da lei? Quale spazio avranno ascolto e corresponsabilità dei laici nel cammino della comunità?

«Come dicevo: “pazienza”… chiedo pazienza, e pazienza possono aspettarsi i parrocchiani da me. Non si pretenda che arrivi un santo: sono in cammino verso la santità come ogni cristiano, e riconosco i miei pregi come anche i miei tanti difetti. Uno spazio grande sarà dato all’ascolto, ci sarà tempo per ascoltare. In Valdegola i fedeli erano meno di duemila, ora il popolo di Dio che mi è affidato diventa di quasi cinquemila persone. Le esigenze e le situazioni saranno diverse, e per questo “corresponsabilità” significa che ciascuno è chiamato a fare qualcosa per essere responsabile insieme al parroco di una comunità che deve funzionare nell’amore di Dio».

Parliamo di pastorale vocazionale diocesana: come responsabile di questo ufficio e pensando ai giovani, quali sfide vede oggi più urgenti? Quanto può una comunità accogliente aiutare a far maturare in un giovane la domanda sulla propria vocazione?

«La sfida più grande è far incontrare Gesù ai nostri giovani. Stavo leggendo in questi giorni l’enciclica di papa Leone, Magnifica Humanitas: il post-umanesimo e il transumanesimo di cui parla, non aiutano certo questo incontro. Ciascuno deve fare la sua parte: prima di tutto pregare, come ci ha insegnato Gesù stesso; poi dare testimonianza. Su questo mi sento carente e inappropriato io per primo, anche nel servizio che svolgo. Oggi i sacerdoti fanno fatica, gli viene chiesto di tutto e di più. Penso allora che questo ingresso in una nuova realtà mi possa anche aiutare a tornare a vivere il mio ruolo di presbitero. Vedo questa chiamata a Ponte a Elsa come un richiamo: “Don Simone, torna al tuo ruolo, perché tu possa trasmettere agli altri, oltre alla fede, la gioia e la pace della tua vocazione e chiamata. Fai il presbitero, sii presbitero!”. Sono parole forse difficili da vivere, ma in questo credo e a questo mi impegno».