Riflessioni

L’Emiro e il Granduca

di don Francesco Ricciarelli

Nel cuore delle Cappelle medicee di San Lorenzo a Firenze, avrebbe dovuto essere collocata la pietra del Sepolcro di Cristo, la più importante reliquia della cristianità, che avrebbe reso l’allora capitale del Granducato di Toscana una nuova Gerusalemme. Correva l’anno 1613, Firenze era una potenza emergente nel Mediterraneo e i cavalieri di Santo Stefano davano filo da torcere alle flotte ottomane. Alla corte di Cosimo II de’ Medici, giunse dall’Oriente un esule di stirpe regale, Fakhr ad-Din, principe druso del Libano, che le cronache italiane battezzarono Faccardino. In Libano aveva avviato una politica cosmopolita, aperta a ebrei, musulmani e cristiani, che lo aveva messo in contrasto con l’egemonia ottomana. Per questo era stato costretto all’esilio e il 15 settembre era salpato alla volta della Toscana. Cosimo II lo accolse non come un fuggiasco o un esule, ma come un pari, un interlocutore e, addirittura, un alleato. Il sogno dell’emiro, infatti, era l’indipendenza del Libano dai turchi, ed era disposto a ottenerla anche con l’appoggio delle potenze europee. Cosimo II, da parte sua, sognava la riconquista dei luoghi santi e forse di indossare la corona di Gerusalemme.

Il legame tra i Medici e il Levante non era nuovo. Sin dai tempi di Cosimo I, il Granducato aveva guardato a Oriente con mire commerciali e politiche. Ferdinando I aveva cercato invano accordi commerciali con Istanbul ma la guerra corsara condotta dai cavalieri stefaniani aveva reso impervio ogni tentativo di dialogo. In questo senso l’accordo con Faccardino, suggellò un’alleanza strategica: armi e denaro toscani in cambio dell’appoggio dell’emiro per l’apertura di uno scalo commerciale in Medio Oriente. Il progetto non andò a buon fine, ma la presenza dell’emiro a Firenze stimolò un interesse reciproco e uno scambio culturale che si dimostrò di grande valore. Il rinnovato fascino per l’Oriente fu testimoniato dallo stesso granduca Cosimo II, che si fece ritrarre in abiti turcheschi. Da parte sua Faccardino partecipò attivamente alle feste e ai sontuosi spettacoli della corte medicea, traendone ispirazione al punto da far realizzare nel suo palazzo, una volta rientrato in Libano, un giardino ispirato a quello di Boboli. Fu in questo clima di fiducia che prese forma anche un piano alternativo alla riconquista di Gerusalemme. Con l’appoggio dell’emiro, i cavalieri di Santo Stefano avrebbero dovuto compiere un vero e proprio colpo di mano. L’obiettivo era quello di impadronirsi dell’edicola del Santo Sepolcro, smontarla, imbarcarla su una galera medicea e trasportarla a Livorno. Da lì sarebbe stata portata a Firenze e ricomposta nella Cappella dei Principi in San Lorenzo. Gerusalemme sarebbe rimasta al suo posto, ma il suo cuore avrebbe cominciato a pulsare a Firenze, nuova capitale spirituale della cristianità. Il piano necessitava però dell’avallo del Papa e della Spagna, potenze che vedevano con sospetto un così clamoroso rafforzamento della Toscana. L’opposizione diplomatica fu insormontabile. Eppure anche questo «folle piano», come ha notato Franco Cardini, testimonia l’eccezionale clima di curiosità e osmosi culturale tra quei due mondi che sembravano inconciliabili.

Alla mancata approvazione da parte del Papa e della Spagna si aggiunsero le sventure private: Cosimo II fu colpito dalla malattia che lo avrebbe portato prematuramente alla tomba. L’emiro si mise sotto la protezione del viceré spagnolo a Napoli e, in seguito a un’amnistia, poté tornare finalmente in patria. L’ardita impresa del Santo Sepolcro non si realizzò mai. Eppure, quell’amicizia tra emiro e granduca proseguì nel tempo gettando un ponte tra le sponde opposte del Mediterraneo. E il vuoto che rimane nelle Cappelle Medicee ci parla ancora di un tempo in cui un granduca e un emiro druso osarono immaginare l’impossibile, con una capacità di guardare oltre i confini del proprio mondo che può essere d’ispirazione anche per il nostro tempo.