Mi permetto di scrivere due righe su un tema che riguarda da vicino tutti, in modo particolare noi sacerdoti. Chiedo scusa se non sarò all’altezza del compito, è una riflessione a “voce… bassa” condividendo con voi ciò che mi pare importante. Nel nostro mondo frenetico, dominato dall’imperativo della produttività e del rendimento materiale, siamo abituati a misurare il valore di una persona da ciò che produce, dai suoi successi visibili e dalla sua efficienza. Purtroppo, questa logica del “fare” rischia spesso di contaminare anche la nostra vita di fede, riducendo l’esperienza cristiana a una lista di doveri da adempiere o a un rigido codice di regole da rispettare. Ma la santità, credo, si colloca su un piano totalmente diverso. La santità non nasce da una performance etica, ma dall’esperienza di sentirsi guardati, voluti e amati da una Presenza reale, che si propone come Amico, Padre e Sposo: Gesù. Prima di essere uno sforzo morale dell’uomo, essa è l’accoglienza di un dono; prima di essere il nostro amore per Dio, è la coscienza stupita del Suo amore per noi. È proprio in questo contesto che scopriamo il significato più profondo del monito di san Benedetto: «Nulla anteporre all’amore di Cristo».
Padre Lepori, abate generale dei Cistercensi, ci invita a sviluppare una grammatica della fede concentrandoci sulla natura intima di questo genitivo: «dell’amore di Cristo». Non si tratta semplicemente del dovere di indirizzare i nostri sentimenti personali verso il Signore, ma del primato assoluto ed oggettivo dell’amore che Cristo ha per noi. Anteporre questo amore significa credere radicalmente alla Sua preferenza, riconoscendo che la Sua carità eterna e pasquale ci precede sempre. Rovesciare la prospettiva significa ammettere che il cuore della fede risiede nel mistero della Risurrezione, un atto di pura carità divina che irrompe nella storia in modo totalmente gratuito, senza condizioni o tornaconti. Di fronte a questa gratuità, crolla ogni logica contrattuale: non si cammina verso la santità per “comprare” il Paradiso, ma per pura gratitudine verso un Amore che ci ha già abbracciati. Questo incontro salvifico si manifesta attraverso la trama di relazioni storiche e testimonianze concrete, poiché la santità si trasmette per attrazione e attraverso una paternità spirituale capace di educare il cuore. Vivere questa dimensione nella concretezza di ogni giorno significa accettare la dinamica evangelica della vite e dei tralci: un rimanere fedele in Lui che esige il coraggio di accogliere quelle “potature” quotidiane necessarie per liberarci dalle dipendenze materiali, dai falsi idoli e dagli affanni che appesantiscono l’anima.
LA VOCE DEL MAGISTERO E LA SAPIENZA DEI SANTI
Questa visione profonda trova una perfetta sponda nel Magistero della Chiesa. Già nella costituzione dogmatica Lumen Gentium (40), il Concilio Vaticano II ricordava che la chiamata alla santità è una vocazione universale: «I seguaci di Cristo, chiamati da Dio […] sono giustificati in Gesù Signore, e nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi».
Più recentemente, Papa Francesco nella Gaudete et Exsultate (7) ha esortato la Chiesa a guardare alla «santità della porta accanto», ricordando che essa si manifesta nel popolo di Dio paziente e feriale. A dare un’ulteriore e attualissima eco a questa prospettiva è la voce di Papa Leone XIV, che fin dalle sue prime catechesi e interventi ha messo in guardia i fedeli proprio dalla tentazione del “fare” slegato dalla comunione. Nel delineare i pilastri della vita ecclesiale, il Pontefice ha ricordato l’importanza vitale di nutrirsi alla mensa sacramentale: «Ristorandosi alla mensa del corpo del Signore, rendendo grazie a Dio e ricevendolo nella sua parola e nell’Eucaristia, si diventa ciò che si riceve».
Per Leone XIV, lo stile del cristiano che aspira alla santità rifiuta la forza del potere o i «giudizi arroganti», nascendo invece dal «dono gratuito di sé» vissuto nella piccolezza e nella discrezione della grazia. Rivolgendosi ai giovani, il Papa ha rilanciato con forza questo invito esistenziale: «Aspirate a cose grandi, alla santità, ovunque siate. Non accontentatevi di meno». Il «Magistero dei Santi» conferma da secoli questa medesima verità.
Negli scritti di Santa Teresa di Gesù Bambino (Lettera a p. Roulland), l’intuizione della “piccola via” trova parole indimenticabili: «La santità non sta in questa o in quella pratica, ma consiste in una disposizione del cuore che ci rende umili e piccoli nelle braccia di Dio, coscienti della nostra debolezza e fiduciosi fino all’audacia nella sua bontà di Padre». Quando la fede si spoglia dell’ansia da prestazione morale, diventa lo spazio fecondo in cui Dio opera meraviglie.
STRUMENTI SINODALI PER CAMMINARE INSIEME
La traduzione pratica di questo primato dell’Amore, nella nostra diocesi di San Miniato, pensando al sinodo, potrebbe passare per la riscoperta di strumenti ordinari, unendo la centralità eucaristica a una vita fraterna concreta.
Alcuni suggerimenti: Per i laici, la santità feriale alimentata alla Sorgente Dall’Eucaristia alla vita: Vivere la domenica come radice di relazioni nuove, riconoscendo il Corpo di Cristo nei fratelli e umanizzando i luoghi di lavoro e famiglia. La Parola spezzata: Abitare il territorio in piccoli gruppi di ascolto sulla Parola, superando l’isolamento e creando spazi di vita fraterna. La gratuità del servizio: Vivere il volontariato e la prossimità (Caritas) come riflesso spontaneo dell’amore ricevuto, non come mero attivismo. Per i sacerdoti, la mistica della comunione. Fraternità presbiterale: Curare la condivisione tra sacerdoti per testimoniare che l’Eucaristia genera vera comunione, superando l’isolamento. Preghiera e silenzio: Dare priorità all’adorazione rispetto alla gestione burocratica, fecondando il ministero con il primato di Dio. Paternità spirituale: Essere guide accoglienti, promuovendo la corresponsabilità dei laici.
Coltivare questi strumenti trasforma la comunità in una famiglia di risorti, dove la santità è la bellezza di lasciarsi amare.
