Ordinato sacerdote da poco più di un anno, don Alfonso Marchitto, 38 anni, originario della Puglia, fa il suo ingresso questo sabato 10 ottobre nella parrocchia di Santa Maria in Valdegola, il suo primo incarico da parroco. Lascia alle spalle un anno di servizio a San Miniato Basso portando con sé la passione per la storia, l’archeologia e l’arte, che in un territorio ricco di pievi e chiese antiche potrà diventare anche cammino pastorale.
Don Alfonso, da viceparroco a parroco… Per la prima volta alla guida di una comunità: come vivi questo passaggio e quali sono, oggi, le emozioni e le responsabilità che senti maggiormente?
«Sento il peso di qualcosa più grande di me, che il Signore mi affida senza che io abbia fatto nulla per meritarlo. Mi sento responsabile di tutto il territorio, di chi viene in chiesa e di chi non viene: non sarò il prete che aspetta in ufficio, andrò io per primo a visitare le famiglie, anche solo per un saluto. Vorrei poter salutare tutti, anche chi non crede. Da viceparroco stavo accanto, o un passo indietro a un altro prete; ora sono io in prima linea e un po’ di paura, devo essere sincero, la sento, soprattutto davanti alla burocrazia che oggi affligge anche le parrocchie. Ma non sono solo: ho il vescovo, padre e pastore, ho don Federico Cifelli, confratello confinante, con cui l’amicizia diventerà collaborazione tra parrocchie, e ho don Simone Meini, che potrò sempre chiamare. Da soli non ce la possiamo fare, facendo rete sì. I consigli pastorale ed economico ci sono da prima di me, ho solo da mettermi in ascolto e al servizio».
Ti lasci alle spalle un anno a San Miniato Basso. Che cosa porti con te di questa esperienza? C’è qualche incontro, volto o momento che pensi rimarrà inciso nel tuo cuore?
«Il Grest e il gruppo giovani prima di tutto: vedere tanti ragazzi impegnarsi come educatori in modo gratuito e disinteressato per i più piccoli è decisamente controcorrente, e per me è stato Vangelo vivente, anche se loro magari non ne erano consapevoli. Porto il volto degli ammalati che visitavo con don Fabrizio. Quando vai a portare Gesù Cristo, in realtà sei tu a riceverlo da loro. Porto gli anziani del Rosario, le catechiste, un clima familiare in cui mi sono sentito amato, accolto, a casa. Come ho detto nel saluto fatto alla parrocchia, parto con una valigia più pesante, perché è carica dell’amore delle persone di San Miniato Basso. Il seminario mi ha fatto prete, il vescovo mi ha ordinato, il Signore mi ha chiamato; ma loro mi hanno educato a diventare pastore, ad avere lo sguardo di Cristo. Mi hanno spalancato il cuore ad amare, sopportare, perdonare, perseverare».
Prima ancora del tuo ingresso ufficiale, hai avuto modo di incontrare alcuni dei tuoi nuovi parrocchiani durante un pellegrinaggio a San Giovanni Rotondo. Che cosa hai iniziato a scoprire della comunità della Valdegola grazie a questo?
«Sì, don Simone mi ha offerto due occasioni: il pellegrinaggio ai luoghi di Padre Pio e di San Michele Arcangelo, e l’ultimo consiglio pastorale di settembre, dove mi ha presentato ai consigli. Ho trovato gente di fede, innamorata della parrocchia, che considera il parroco parte della famiglia. Mi ha colpito come trattavano don Simone e l’attenzione che avevano verso di me. C’è ancora tanta fede in Valdegola. Sembra una realtà piccola, ma la percepisco vivace, con voglia di darsi da fare. Qui la Chiesa è l’istituzione più presente, un pilastro che crea identità: la gente la sente come casa».
Questo primo incontro è avvenuto proprio nella tua Puglia. Che significato ha avuto per te poter accogliere e accompagnare nella tua terra d’origine persone che presto saranno la tua nuova comunità?
«Ho capito che la casa, la propria terra, è là dove ci si sente amati. Vedendo la bellezza dei luoghi in cui sono cresciuto e quella di persone che, senza conoscermi, già mi mostravano affetto e accoglienza, ho pensato: la Valdegola è la mia terra promessa. Il Signore mi ha chiamato a uscire dalla mia terra per darmene una più grande, dove scorrono latte e miele; e il latte e miele di cui noi preti abbiamo bisogno è l’amore della gente. Dove ti senti amato, lì ti senti a casa».
La Valdegola è una realtà articolata in quattro comunità Balconevisi, Corazzano, La Serra e Moriolo – ciascuna con la propria storia e identità. Come entrerai in relazione con questa pluralità e come intendi raccogliere il cammino già compiuto da don Simone Meini?
«Don Simone è stato bravo a creare comunione tra le comunità: entro in un terreno già spianato, si tratta di continuare a seminare un solco già tracciato. Non ho progetti, se non il desiderio di ascoltare, condividere i bisogni e dare risposta alle esigenze di Santa Maria in Valdegola. Mi adeguerò alle quattro comunità, secondo le specificità di ciascuna, dentro un’unica Chiesa dove tutti ci sono per uno e uno c’è per tutti. Le parole sono tre: continuità, diversità, comunione».
In passato ci hai raccontato della tua passione per l’arte e del desiderio di mettere la bellezza a servizio della Chiesa. Ora arrivi in un territorio ricco di chiese, opere d’arte, storia e paesaggio: pensi che questa tua sensibilità potrà diventare anche un percorso pastorale?
«La parola che mi viene in mente è custodire. Penso a Bucciano, dove anticamente i buccianesi raccolsero le pietre di una pieve diruta per costruire la chiesa di San Regolo, questo mi rende custode di una storia che mi precede. Penso alla pieve di Corazzano, che svetta e ci ricorda come l’uomo, quando crede, è capace di opere che lo trascendono e superano i secoli. Queste chiese sono l’eredità della fede dei nostri antenati, un’eredità che ancora ci parla. Non abbiamo grandi numeri, ma nella botte piccola c’è il vino buono. E credo che, proprio perché siamo pochi, si possano fare cose altrove impensabili, come la “Valdegola dei sentieri”, un circuito di passeggiate tra chiesette e cappelle rurali dove tra arte, storia e valorizzazione del creato si respira la presenza di Dio. Il creato porta sempre la firma di Dio».
In un’intervista al settimanale diocesano avevi descritto la tua storia vocazionale attraverso tre parole: “Misericordia” per il passato, “Grazia” per il presente e “Provvidenza” per il futuro. Alla vigilia del tuo primo incarico da parroco, quale di queste tre parole senti più vicina e perché?
«Provvidenza, perché ci precede e ci segue ovunque. Non avrei mai pensato di diventare parroco così presto: ho 38 anni e meno di un anno di Messa, il vescovo me l’ha chiesto il 16 giugno, dodici giorni prima del mio primo anniversario. Direi anche “Grazia”, perché non è affatto scontata a pochi mesi dall’ordinazione. Ma la Provvidenza la vedo già all’opera in don Simone, che mi ha lasciato tutto preparato, e nelle persone che si stanno dando da fare per la mia accoglienza». Che cosa vorresti dire alla gente di Balconevisi, Corazzano, La Serra e Moriolo che si prepara ad accoglierti? E che cosa, invece, speri di poter ricevere da queste nuove comunità? «Non ho attese, arrivo come un foglio bianco. Continuiamo una storia già avviata: mi presento per quello che sono, con il desiderio di amarli e di lasciarmi amare; di essere per loro – come mi hanno insegnato a San Miniato Basso – un uomo capace di misericordia, di ascolto, di presenza e di comunione. Non è più il tempo di stare chiusi nel recinto della Chiesa, ma di interagire con il mondo. Uno stuzzicadenti, se resta isolato, lo spezzi facilmente, dieci no: le realtà ecclesiali, laicali e sportive, messe insieme, fanno un tronco, e un tronco non lo abbatti. Come per i primi cristiani, ci riconosceranno da come ci amiamo, il Vangelo è possibile in Valdegola, è possibile nel 2026. Sarò parroco anche per chi non frequenta la chiesa: il mio ministero parte dall’umanità e arriva alla fede attraverso la carità. Mi ha fatto piacere la pronta risposta dei circoli de La Serra e di Corazzano per la festa dell’ingresso. Servirò la comunità, e mai me ne servirò: è il rischio di noi preti».

