Ottant’anni di Dramma Popolare e ottocento dalla morte di san Francesco: un doppio anniversario che pesa sulla matita e sulle sgorbie di Luca Macchi, xilografo tra i più fedeli alla tradizione della Festa del Teatro di San Miniato. Per la nona volta firma il manifesto, quest’anno dedicato a “La ferita, la letizia” di Davide Rondoni. Tra eredità dei maestri Parigi e Lotti, ricerca di un Francesco non convenzionale e la cura per un’aureola che è ferita luminosa, Macchi racconta il privilegio e la responsabilità di trasformare il legno in incontro. E spiega perché la xilografia, tecnica antica e “francescana”, è ancora capace di colpire lo spettatore contemporaneo.
Maestro, quest’anno si celebrano gli 80 anni di spettacoli del Dramma Popolare e gli 800 anni dalla morte di san Francesco. Ha sentito una responsabilità particolare nel realizzare un’immagine che porta il peso di un doppio anniversario?
«Si, ho effettivamente sentito la responsabilità di questo doppio anniversario. Per gli ottanta anni del Dramma la responsabilità era legata al fatto di cercare di essere all’altezza dei grandi maestri che nel passato hanno realizzato le incisioni per i manifesti e di riuscire a fare un manifesto degno di questa ricorrenza. Per gli 800 anni di san Francesco sentivo allo stesso modo la responsabilità di riuscire a dare di Francesco un’immagine non convenzionale».
In passato ha già realizzato diverse locandine per la Festa del teatro di San Miniato. Come è cambiato nel tempo il suo approccio?
«Questa incisione per lo spettacolo “La ferita, la letizia”, testo di Davide Rondoni, è la mia nona incisione per i manifesti del Dramma. La prima fu nel 1998; anche quello spettacolo era dedicato a san Francesco. Il mio approccio in questi 28 anni non è cambiato, per me è sempre un grande privilegio poter continuare questa tradizione e, quando mi è richiesto, cerco sempre di farlo con il massimo impegno. Per l’incisione di quest’anno, come per le altre, avevo preparato dei bozzetti, per cui nel momento in cu mi appresto a incidere so già cosa fare. Un paio di prove sono state comunque necessarie».
Proprio nei manifesti, il Dramma Popolare ha una tradizione straordinaria di immagini xilografiche, firmate da grandi maestri come Pietro Parigi, Marcello Guasti, Dilvo Lotti… Quando lavora a queste raffigurazioni, si confronta con quel patrimonio visivo? Prende ispirazione da quelle opere o cerca di distaccarsene?
«Ho conosciuto Pietro Parigi e ho conosciuto molto bene Dilvo Lotti. Con Dilvo è capitato che lui mi chiedesse di prestargli le mie sgorbie per incidere i suoi manifesti e poi lui mi ha regalato le sue, che utilizzo ancora per i miei. Parigi e Lotti hanno realizzato veri capolavori di grafica. Personalmente cerco però di essere fedele a me stesso, alla mia ricerca. Ad esempio cerco sempre di realizzare un’incisione a due colori».
La xilografia è una tecnica antica e affascinante, ma anche molto esigente. Ci può spiegare cosa la rende così speciale rispetto ad altre tecniche e quanto è stato complesso realizzare quest’opera?
«Si, la xilografia è una tecnica antica e ha la sua origine su legno, infatti “xilo” significa legno in greco. Inizialmente queste incisioni su legno venivano realizzate per la decorazione di stoffe, poi con la messa a punto del procedimento tipografico, ecco che le immagini servivano per sostituire le illustrazioni che nei codici venivano realizzate dai miniatori. È dunque una tecnica nata per riprodurre in serie, che però nelle stampe d’arte devono essere numerate. Nel Novecento il legno è stato poi sostituito dal linoleum che consente di realizzare immagini di maggiore grandezza. Mi verrebbe da dire, per restare in tema con lo spettacolo centrale di quest’anno, che se esiste una tecnica artistica “francescana” questa è proprio la xilografia, in virtù della sua essenzialità fatta solo di bianco e nero».
Realizzare un’incisione per il manifesto del Dramma dà, in un certo senso, il privilegio di leggere in anteprima il testo che andrà in scena. Cosa l’ha colpita di più nel testo ancora inedito di Rondoni?
«Si, nei manifesti del Dramma, fin dalla sua nascita, c’è la stretta relazione tra testo e immagine; anzi, l’immagine xilografica con la sua severità diviene simbolo di quanto contenuto nel testo, un testo che molto spesso riflette le tensioni del momento storico che si sta vivendo. Ho letto attentamente il testo, segnandomi le parti che ho ritenuto più interessanti. È un viaggio attraverso le testimonianze dei primi compagni che lo hanno conosciuto, le prime biografie, di quanto è scritto nei Fioretti, ma anche in tanti poeti contemporanei come Mario Luzi. Ciò che mi ha colpito di più è questo inesausto cercare Francesco che Rondoni fa».
Ha scelto un primo piano del volto del Poverello: un’immagine potente e ravvicinata. Perché questa scelta compositiva? E per tratteggiare la fisionomia di Francesco – i lineamenti, lo sguardo, l’espressione — si è ispirato a qualche iconografia tradizionale?
«Ho cercato le prime raffigurazioni di Francesco, quelle del XIII secolo. Ho pensato che avrei dovuto superare la definizione di “giullare di Dio”, per rappresentarlo oltre la sola somiglianza fisica, e cercando di delinearne un’immagine che tenesse conto della potenza, della forza e dell’attualità del suo messaggio».
Il vescovo Giovanni, alla conferenza stampa di presentazione dello spettacolo a Firenze, ha espresso parole di grande apprezzamento per la sua opera.
«Sì, devo ringraziare monsignor Paccosi per le parole riferite alla mia incisione, pronunciate nel suo intervento a Firenze. Ha messo in evidenza la relazione del volto di Francesco con il volto di Gesù. Francesco nella sua vita ha seguito in tutto l’esempio di Gesù; lo ha seguito così fedelmente che ha finito per somigliargli nell’aspetto, tanto da ricevere le stimmate».
C’è qualcosa di questa xilografia, un dettaglio, che appartiene solo a lei, che il pubblico difficilmente noterebbe ma che per lei ha un significato speciale?
«Giungere alla realizzazione di un lavoro è un percorso, un percorso personale fatto di letture, di considerazioni, di ricerche che portano risposte e nuove considerazioni. Un particolare dell’incisione a cui tengo molto è l’aureola alla mano, con la ferita della stimmata, che ho raffigurato come se emanasse luce».
Cosa si augura arrivi a coloro che vedranno il manifesto, prima ancora di sapere di cosa parla lo spettacolo?
«Spero che questa immagine possa essere vista come un incontro con Francesco di Assisi, che ci saluta e benedice con la ferita della stimmata. Quello stesso incontro che Davide Rondoni cerca e racconta nel suo testo».

