Non sappiamo quasi nulla di Andrej Rublëv. Sappiamo che fu monaco nel monastero della Trinità di Sergiev Posad, che lavorò con Teofane il Greco alla decorazione della cattedrale dell’Annunciazione al Cremlino, che morì probabilmente nel 1430 e che fu canonizzato dalla Chiesa ortodossa russa nel 1988, ben cinque secoli e mezzo dopo la sua morte. Il resto è silenzio, o quasi. Nessuna autobiografia, nessuna lettera… Soltanto le opere, e tra queste una sola che basta ad assicurargli fama immortale: l’icona della Trinità, dipinta intorno al 1411 per il monastero fondato da san Sergio Radonež e oggi custodita nella Galleria statale Tretjakov di Mosca. Si tratta di una delle immagini più eloquenti che l’arte cristiana abbia mai prodotto sul Mistero di Dio. Il soggetto è l’episodio raccontato in Genesi 18: i tre angeli che si presentano ad Abramo alle Querce di Mamre. La tradizione iconografica orientale aveva popolato questa scena di dettagli narrativi: la tenda, Sara che guarda dalla porta, il vitello che viene preparato. Rublëv eliminò quasi tutto. Rimangono i tre angeli seduti attorno alla mensa, un calice al centro e sullo sfondo la casa, le querce, la montagna. Rimane, soprattutto, la disposizione delle tre figure: gli angeli inclinati l’uno verso l’altro creano un movimento perfettamente circolare, ma col lato anteriore lasciato deliberatamente aperto. Lo spazio vuoto davanti alla mensa è lo spazio in cui ci troviamo noi, è un invito a sederci a tavola.
I tre angeli, nella lettura che la tradizione ha consolidato, sono le tre Persone della Trinità, Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, che non formano un sistema chiuso nella propria perfezione. Il cerchio che tracciano è, come dicevamo, un cerchio accogliente: la Trinità è raffigurata come come un Mistero di ospitalità. Non il totalmente Altro, remoto e isolato, ma il radicalmente Altro che si apre e fa spazio all’altro da sé. E l’apertura è la manifestazione del suo amore. Pavel Florenskij, il teologo e matematico russo che pagò con la vita la fedeltà alla propria intelligenza, scrisse che davanti all’icona di Rublëv l’esistenza di Dio smette di essere un problema filosofico e diventa un’evidenza estetica. Non perché la bellezza dimostri qualcosa, ma perché certi oggetti belli hanno la struttura di una rivelazione. La pericoresi, il termine con cui i Padri greci descrissero la mutua compenetrazione delle tre Persone divine, è esattamente questo: una circolazione di vita che si dona interamente e si riceve interamente. Rublëv aveva vissuto quella circolazione d’amore ogni giorno nella preghiera, ogni mattina e ogni sera nella liturgia, e la dipinse come uno che trascrive un’esperienza.
Un altro aspetto importante che possiamo notare è che i tre angeli dell’icona hanno un’espressione raccolta, quasi malinconica, di fronte a quel calice al centro della mensa. La Trinità di Rublëv raffigura un consiglio, un consenso d’amore che ha un costo altissimo. La mensa è anche un altare, la coppa è anche il calice del Getsemani. Il cerchio aperto attende l’umanità redenta dal sacrificio di Cristo, che nel respiro dello Spirito Santo può entrare nell’intimità del Padre. L’ospitalità divina che ci ha fatto spazio nell’atto della creazione è la stessa che, alla fine, ci raccoglierà.

