Commento

«Gloria a Te, Trinità e agli schiavi libertà»

di don Francesco Ricciarelli

Il collegamento fra il Mistero principale della fede cristiana, a cui è dedicata la festa liturgica di questa domenica, e la liberazione dei prigionieri può sembrare non del tutto evidente. Da dove viene il motto «Gloria a Te, Trinità e agli schiavi libertà?».

Solitamente, sentendo parlare di schiavi, il nostro pensiero corre a quelli che dall’Africa furono condotti in America, a personaggi letterari come lo zio Tom o il Kunta Kinte di «Radici», alla storica lotta per l’abolizione della schiavitù e alla realtà, purtroppo ancora attuale, della segregazione razziale negli Stati Uniti. Raramente si pensa a un altro tipo, non meno brutale e drammatico, di schiavitù che per tre secoli interessò i paesi del Bacino del Mediterraneo e che vide coinvolta a vario titolo anche la gente del nostro territorio. Parliamo di quel fiorente commercio di esseri umani che costituì la principale risorsa economica delle reggenze barbaresche del Maghreb, con i centri principali in Algeri, Tunisi e Tripoli, dalla metà del Cinquecento fino all’Ottocento inoltrato. L’attività dei corsari nel Mediterraneo non è certo un fenomeno moderno né è stato appannaggio dei soli paesi del nord Africa. Navigando nel Mare Nostrum, il rischio di imbattersi in pirati o predoni è sempre stato reale, in tutte le epoche storiche. Ma il fenomeno della guerra corsara conobbe una escalation senza precedenti a partire dal Sedicesimo secolo, a motivo della contrapposizione tra i due grandi imperi che si affacciavano sul Mediterraneo, quello spagnolo asburgico e quello turco ottomano, entrambi mossi da una forte spinta espansionistica e da motivazioni ideologico-religiose contrastanti. Una fase importante di questo scontro, nel teatro di guerra del Mediterraneo occidentale, vide protagonisti i regni del nord Africa che si dichiararono vassalli di Istanbul. Gli assalti alle navi mercantili e le razzie ai villaggi sulle coste dell’Europa meridionale, soprattutto in Spagna e in Italia, divennero parte integrante di un logorante «scontro di civiltà» ed ebbero tra le conseguenze più dolorose la riduzione in schiavitù di decine di migliaia di malcapitati uomini, donne e bambini. Con l’obiettivo specifico di riscattare i prigionieri cristiani caduti in mano islamica erano già stati costituiti nel Medioevo, in un contesto di Crociata, ordini religiosi sia a carattere cavalleresco che mendicante. Tra questi l’Ordine della SS. Trinità, fondato dal provenzale san Giovanni de Matha nel 1198, si caratterizzava per l’approccio disarmato e per l’idea della reciprocità, attraverso lo scambio di prigionieri cristiani e musulmani. Un’idea testimoniata in maniera straordinaria dal mosaico di San Tommaso in Formis a Roma, realizzato quando il fondatore dell’Ordine trinitario era ancora in vita, che riproduce la visione che lo stesso san Giovanni de Matha ebbe durante la sua prima Messa: il Cristo in gloria che teneva per i polsi due schiavi in catene, uno bianco e uno nero, l’uno docile e l’altro recalcitrante, nel gesto di operare uno scambio.

I frati redentori nati da questa ispirazione, che raccoglievano offerte e destinavano la terza parte dei propri beni al riscatto dei prigionieri cristiani in terra d’Oltremare, compivano la loro opera nel nome del Dio Uno e Trino, assumendo come motto: «Gloria tibi, Trinitas et captivis libertas» (Gloria a Te, Trinità e agli schiavi libertà). Forte era la consapevolezza che le sofferenze e le umiliazioni della schiavitù avrebbero potuto spingere alcuni a rinnegare la fede cristiana per migliorare la propria condizione, unendo al peccato dell’apostasia quello della collaborazione col nemico ai danni degli ex correligionari. In epoca moderna l’opera dei Trinitari tornò di grande attualità a partire dal Cinquecento e nei secoli successivi quando, sebbene il Mediterraneo avesse perso la sua centralità strategica e la contrapposizione fra gli imperi asburgico e ottomano fosse entrata in una situazione di stallo, l’attività dei corsari nordafricani proseguì con un intento sempre meno politico-religioso e sempre più commerciale.

Gli europei caduti schiavi dei musulmani in seguito all’arrembaggio di navi o a razzie sulla terraferma, vennero considerati anzitutto come risorse commerciali, da rivendere sul mercato interno o dalle quali ricavare ingenti somme di denaro attraverso il riscatto. Questo tipo di commercio di esseri umani divenne prioritario per l’economia del Maghreb ed ebbe fine soltanto nel 1830, quando i francesi costrinsero con la forza le reggenze di Algeri, Tunisi e Tripoli a rilasciare gli ultimi prigionieri e ad abolire ufficialmente la schiavitù. Questa storia, ancora poco conosciuta e divulgata, è stata recentemente ricostruita da studiosi come Salvatore Bono («Corsari nel Mediterraneo: cristiani e musulmani fra guerra, schiavitù e commercio», Mondadori 1993) e Marco Lenci («Corsari, schiavi e rinnegati nel Mediterraneo», Carocci 2006). Lenci ha dedicato anche studi specifici alle confraternite laicali che in Toscana si dedicarono alla raccolta delle offerte per la liberazione degli schiavi. Nel corso del Seicento i Trinitari aprirono un convento a Livorno e dal porto labronico salparono per varie spedizioni di redenzione in nord Africa. Furono gli stessi frati livornesi a promuovere la rete di confraternite del riscatto diffusa in tutto il Granducato, a cui si aggregarono, fra le altre, le antiche compagnie della Madonna della Croce di Fucecchio e della SS. Annunziata di San Miniato. Sempre a Livorno si trovava il “bagno” che ospitava i prigionieri musulmani, catturati negli scontri della «guerra di corsa», in cui entrarono da protagonisti i Cavalieri di Santo Stefano, l’ordine cavalleresco marittimo fondato dal granduca di Toscana Cosimo I. Un interessante studio dedicato alla situazione di questi schiavi mori è stato pubblicato da Cesare Santus col titolo: «Il “turco” in Italia. Incontri con l’Islam nella Toscana del Seicento» (Officina Libraria, 2019).

L’impiego prevalente di questi schiavi era al remo sulle galere o ai lavori forzati. Da parte islamica non si sviluppò, per ragioni ancora da investigare, alcun movimento di solidarietà per il riscatto dei musulmani prigionieri in Europa, per cui la principale, se non l’unica, speranza per questi ultimi di tornare in patria era quella di essere scambiati con schiavi cristiani, secondo la prassi dei frati Trinitari.