Diciannove giovani dell’Azione cattolica hanno condiviso per sei giorni lavoro, studio e preghiera negli spazi dell’antica pieve di San Gervasio a Palaia. Dall’esperienza «Sotto lo stesso tetto» si portano via il desiderio di ripeterla.
Sveglia puntuale alle sei, giù dal letto in men che non si dica e un quarto d’ora dopo tutti nell’antica pieve di San Gervasio a celebrare la Messa.
Nonostante il risveglio forse precoce, raccontano i giovani dell’Azione cattolica diocesana che dal 18 al 23 ottobre hanno vissuto «Sotto lo stesso tetto», a nessuno di loro è pesato alzarsi presto, anzi farlo insieme rendeva tutto più piacevole.
Erano in diciotto, tra i venti e i ventinove anni, alcuni studenti universitari, altri lavoratori, e con loro l’assistente don Luca Carloni. Si conoscevano già da tempo: il gruppo giovani cammina insieme da anni e si ritrova durante l’anno per incontri, ritiri ed esperienze di più giorni. Mancava però un tratto di strada da fare ancora, un tratto – se si vuole – inconsueto. Di solito si vedono nella veste di educatori, ai campi scuola estivi o negli incontri dell’anno, un tempo «straordinario» ma mai calato nella quotidianità. Di qui la voglia di mettersi alla prova e la curiosità di scoprire che cosa significhi essere autonomi insieme: condividere le giornate in una casa comune, con il programma e gli orari definiti strada facendo, secondo le esigenze di ciascuno. La giornata aveva un suo disegno ben preciso. Dopo la Messa, la colazione tutti insieme; poi la casa si svuotava a scaglioni: chi andava al lavoro, chi all’università, chi restava lì a studiare. Ci si ritrovava poi la sera a cena e la sera si chiudeva con la compieta. Nei momenti comuni la preghiera era quella della liturgia delle ore, e ogni giorno don Luca consegnava spunti di catechesi e di riflessione sul tema della comunità, da svolgere nel momento più comodo e da condividere, o meno, con gli altri.
Poi ci sono da raccontare le abitudini nate da sole, spontaneamente. «Gli aneddoti sarebbero tantissimi», dicono, ma uno li riassume tutti: già dopo il primo giorno era diventato un rituale prendere la camomilla tutti insieme, subito dopo la compieta. La cosa più difficile, l’ammettono senza troppi giri di parole, è stato adattarsi alle necessità e ai bisogni degli altri. La più bella, invece, aveva a che fare con il ritorno a casa la sera. Una volta rientrati, stando insieme, questi ragazzi scoprivano infatti la bellezza di raccontarsi quello che era successo durante la giornata, «ed era bello trovare sempre qualcuno a cui dirlo», hanno sottolineato. Alla fine ne è risultata, dicono, «una connessione più profonda», un tempo di qualità in cui si sono conosciuti meglio e hanno rafforzato i legami, e soprattutto hanno potuto conoscersi nell’ordinario, dentro la routine di ogni giorno e non soltanto nelle occasioni straordinarie.
Se potessero portarsi a casa una sola cosa di questa settimana – confessano – sarebbe l’impegno a custodire nella vita di tutti i giorni la preghiera e un momento di riflessione personale, oltre al desiderio di rivivere insieme l’esperienza. E quando la sveglia tornerà a suonare, ciascuno nella propria casa, forse a qualcuno tornerà in mente il profumo della camomilla.

