Dalla Diocesi

«Eccomi», Marco e Valter verso il diaconato permanente

di Francesco Fisoni

Mercoledì 13 maggio, nella festa della Dedicazione della Cattedrale, il vescovo Giovanni ha ammesso ufficialmente i due candidati agli Ordini Sacri, Marco Giannini della parrocchia di Cerreto Guidi e Valter Gronchi di quella di S. Maria a Monte.

 

Ci sono vocazioni che arrivano e sono chiare in un momento, e vocazioni che crescono lentamente, quasi in sordina, dentro la vita di tutti i giorni: nel silenzio di una preghiera, nella cura di un malato, nell’emozione inspiegabile di un Vangelo ascoltato tante volte. È così che Marco Giannini, insegnante di scuola primaria di Cerreto Guidi, e Valter Gronchi, agente di commercio di Santa Maria a Monte, hanno cominciato a intuire che il Signore chiedeva loro qualcosa di più.

Mercoledì 13 maggio, nella festa della Dedicazione della Cattedrale, il vescovo Giovanni ha presieduto la santa Messa durante la quale i due sono stati ammessi tra i candidati al Diaconato permanente. Un primo passo pubblico e solenne in un cammino che li porterà, se la Chiesa lo confermerà, ad essere ordinati diaconi al servizio delle loro comunità.

Prima di raccontare la storia di Marco e Valter, vale la pena ricordare che cosa sia il diaconato permanente, una figura ancora poco conosciuta nelle nostre parrocchie. Il diacono è il primo grado dell’Ordine sacro, prima del presbiterato e dell’episcopato, e può battezzare, benedire matrimoni, portare il Viatico ai malati, presiedere funerali e celebrazioni della Parola, predicare e catechizzare. Non può invece celebrare la Messa, confessare, né amministrare l’Unzione degli infermi. Si chiama “permanente” perché non è un passaggio verso il sacerdozio, ma una vocazione stabile in sé. Può essere conferito a uomini celibi e sposati, anche se il celibe, dopo l’ordinazione, non può più C contrarre matrimonio. La Chiesa latina lo ha reintrodotto cinquant’anni fa dopo il Concilio Vaticano II; le Chiese orientali non l’hanno mai abbandonato. «Un domani – ci ha detto don Bruno Meini, responsabile diocesano per la formazione dei diaconi permanenti – quando i sacerdoti saranno ancora meno, il diacono sarà fondamentale nella parrocchia. Potrà presiedere funerali e matrimoni senza Messa, i battesimi, predicare, distribuire la comunione. La comunità ecclesiale deve abituarsi a questa presenza».

Diventare diacono permanente richiede anni di discernimento e di formazione. I candidati seguono un percorso di studi presso l’Istituto superiore di Scienze religiose – per la nostra diocesi, i più vicini sono a Pisa e a Firenze – sostenendo colloqui individuali con i docenti delle singole materie, per un curricolo di ventiquattro esami. Nel frattempo vengono valutati ogni anno sotto il profilo umano, spirituale, pastorale e ministeriale. «Devono essere cristiani coerenti, godere di buona fama parrocchiale, essere impegnati nella vita sacramentale e caritativa», spiega don Bruno. «È il parroco il primo a mettere l’occhio, a proporre, a fare da tramite con il vescovo e con me. Senza questo sguardo di discernimento del parroco, non potremmo sapere chi sono queste persone». L’ammissione agli Ordini sacri, che verrà conferita mercoledì sera, è il primo riconoscimento ufficiale da parte della Chiesa: non dice che il candidato è già pronto, ma che le basi ci sono e che il cammino può proseguire verso il Lettorato, l’Accolitato e infine l’Ordinazione diaconale.

MARCO GIANNINI: LA PAROLA E LA PREGHIERA

Marco ha 56 anni, è maestro, ha un figlio di 25 anni e presta servizio nella parrocchia di Cerreto Guidi. La sua storia è quella di chi ha resistito a lungo prima di accogliere una chiamata che non riusciva a spiegarsi. «Ho sentito questa chiamata prima della pandemia – racconta -, però ho resistito perché non riuscivo a comprenderla. Ho cercato risposte, ho fatto discernimento, poi sono andato a parlare direttamente con il vescovo Migliavacca, che mi ha consigliato di iniziare il percorso formativo». Il momento della svolta è legato a un brano del Vangelo di Giovanni, quello in cui Gesù risorto chiede a Pietro per tre volte: «Mi ami tu più di costoro? Pasci le mie pecore». «Tutte le volte che sentivo quel Vangelo mi veniva da piangere – confessa – e non capivo perché. Poi ho cominciato a interpretarlo come una chiamata. Ho detto: sono disponibile, il massimo che posso fare è mettermi nelle sue mani». L’aspetto del ministero che Marco sente più vicino al cuore è quello della Parola: ogni giorno legge e medita il Vangelo, e condivide le proprie riflessioni sulla sua pagina Facebook. Guida inoltre un momento di preghiera comunitaria il mercoledì sera nella piccola realtà di San Zio, ormai incorporata nell’unità pastorale di Cerreto. Alla famiglia e alla comunità chiede soprattutto preghiera. «Mia moglie mi dà il tempo necessario per studiare e per fare quello che devo fare: è un supporto fondamentale. E alla comunità chiedo le preghiere, perché credo profondamente nella forza della preghiera».

VALTER GRONCHI: LA CARITÀ COME VOCAZIONE

Valter ha 67 anni, è agente di commercio, e con sua moglie Cinzia ha adottato due figlie peruviane, oggi grandi. Serve la parrocchia di Santa Maria a Monte, dove si è radicato seguendo il percorso scolastico e il cammino di catechismo della figlia più piccola. La sua vocazione è maturata attraverso il servizio concreto: venticinque anni di volontariato nella Pubblica assistenza prima, poi l’impegno crescente all’altare e nella cura delle famiglie in difficoltà. «Stando vicino a loro, cercando di risolvere le loro problematiche, mi sono sentito vicino al ministero diaconale – racconta -. A un certo punto mi hanno detto: è come se tu fossi già diacono, sotto l’aspetto della carità ci sei già. E allora ho detto: se il Signore mi dice continuamente “vai”, non devo avere paura». Il passo decisivo è arrivato con l’arrivo di don Sunil Thottathussery nella parrocchia, che lo ha incoraggiato a «buttarsi» e a iniziare, da novembre 2024, il percorso all’Istituto di Scienze religiose di Pisa. Alla sua comunità parrocchiale, Valter sente di chiedere preghiera continua. «Questo non è un traguardo mio dice con semplicità -, è il traguardo di una comunità che accoglie, ama e prega». E alla famiglia, che ha già dato la propria disponibilità, chiede di non dimenticare mai una cosa che un frate francescano gli ha lasciato come consegna: «Il sacramento sponsale è il primo. Prima la famiglia, e poi tutto il resto».