La lettera di mons. Vescovo resa pubblica il 26 luglio scorso è uno di quei documenti destinati ad incidere profondamente nel cammino della nostra Chiesa diocesana: al di là delle disposizioni relative agli avvicendamenti fisiologici – di sacerdoti nelle varie parrocchie e alla basilare riorganizzazione della Curia, la cifra caratterizzante del documento è racchiusa, a mio avviso, nelle raccomandazioni dettate in merito ai Consigli pastorali parrocchiali, le quali recepiscono gli orientamenti emersi nella Chiesa italiana, a séguito del suo cammino sinodale conclusosi proprio quest’anno, e ripresi anche nel Consiglio pastorale diocesano, che, fra le altre cose, si è dedicato specificamente al tema degli organismi di partecipazione. Si tratta, infatti, di disposizioni che tendono a far emergere il ruolo pregnante che questi organismi debbono assumere all’interno delle singole parrocchie, in una armonica collaborazione tra parroco e fedeli: per dirla con linguaggio canonistico, se è vero che il parroco resta, in qualità di titolare dell’ufficio, il responsabile della parrocchia, è altrettanto vero che non è pensabile che su di lui ricadano tutti gli oneri di gestione dell’ufficio stesso e tutte le attività ad esso connesse.
Ed allora, nell’ottica della missionarietà, che riguarda ogni cristiano in forza del battesimo, debbono essere riconosciuti spazi sempre più ampi di partecipazione e coinvolgimento dei laici nella vita quotidiana della parrocchia, per trovare insieme nuove forme di evangelizzazione. Ricorda a questo riguardo il Vescovo, ribadendo quanto scritto nella lettera pastorale del febbraio scorso, che il consiglio pastorale «deve diventare sempre più uno spazio in cui si mette a tema la conoscenza della realtà concreta della parrocchia e si cercano insieme le forme per rendere missionario ogni gesto della comunità parrocchiale, cercando insieme come annunciare a tutti».
Insomma, appare di tutta evidenza il superamento di quella vieta idea che la Chiesa è «affare di preti»; idea che sembrava potersi dedurre da un frammento di San Girolamo, ripreso dalla più grande compilazione del diritto canonico del medioevo – il Decretum Gratiani –, secondo il quale esistono due generi di Cristiani: i chierici e i laici; e solo ai primi spetterebbe il governo delle cose ecclesiastiche. In realtà, come è stato notato da una teologia più attenta a questi temi, se il ministero ordinato ha un’importanza nel piano della salvezza che nessuno disconosce, questo non significa che gli ordinati in sacris «abbiano tutti i carismi necessari per esercitare un adeguato discernimento su molte delle materie che vengono proposte abitualmente alla consultazione dei fedeli» (Dianich); da qui, la necessità di riscoprire i carismi di ciascuno, i doni dello Spirito che sono consegnati a ciascun battezzato, per metterli a frutto nel cammino comunitario.
