Dramma Popolare - Lo Spettacolo

Il teatro che interroga il presente nel segno di Francesco

di A. Mancini

Con «La ferita, la letizia» di Davide Rondoni, interpretato da Alessandro Preziosi, il Dramma popolare conferma la propria vocazione: trasformare la scena in un luogo di dialogo, riflessione e poesia. Un festival che, a quasi ottant’anni dalla sua nascita, continua a rinnovare il rapporto tra attori, spettatori e grandi domande del nostro tempo.

 Tra «Il poverello» di Jacques Copeau, andato in scena su quelle stesse pietre, nell’agosto del 1950 e «La ferita, la letizia» di Davide Rondoni (presidente del Comitato per le celebrazioni degli 800 anni dalla morte del Santo di Assisi) realizzato davanti a un pubblico tanto folto quanto entusiasta, e andato in scena dal 28 al 30 luglio a San Miniato di Pisa, sono passati quasi ottant’anni, un’epoca intera nella storia del teatro italiano e l’Istituto del Dramma resta fedele al suo statuto iniziale, dettato da uomini come l’avvocato Giuseppe Gazzini, che meriterebbe un riconoscimento che lo segnali in modo assoluto alla città di San Miniato, che gode ancora del suo impegno. Certo questi medaglioni dovrebbero interessare anche la dirigenza attuale, che è riuscita a proseguire un’attività teatrale tutt’altro che semplice, rispetto a tante altre manifestazioni, vicine e lontane, che hanno gettato la spugna, in un’epoca nella quale, anche in un testo su san Francesco, non si può fare a meno di ricordare i goal di Pablito Rossi, certo per restare vicini ai gusti di un pubblico apparentemente sempre più distratto.

Ma invece, le migliaia di spettatori (oltre cinquemila) che hanno affollato le serate di San Miniato, cioè l’intero ciclo di ben dodici rappresentazioni più le repliche dello spettacolo centrale, vogliono dire qualcosa di radicalmente diverso, anche davanti a un testo di poesia: «Un lavoro – ce lo dice Alessandro Preziosi – che non è teatrale, si tratta di una specie di confessione dello scrittore, che si rivolge a Francesco in prima persona e la sua testimonianza lo turba, lo mette in discussione».

Questo è stato, negli anni, il ruolo della Festa del Teatro, quello di rimettere in circolo idee e pensieri, quello di rivederle, di riporle in movimento. Si pensi a quello che in «La ferita, la letizia» è il passaggio sulla pace, sappiamo che è in qualche modo ispirato alle parole di mons. Zuppi, che ha nominato (in modo evidentemente molto teatrale) le generalità di tutti i bambini uccisi a Gaza, dicendo che la pace non è solo per noi, per i sopravvissuti, la pace è per tutti, soprattutto per coloro che risorgeranno. Parole di fuoco, tutt’altro che banali, che stimolano la riflessione e trovano nuova linfa per il teatro. Ne fanno un momento essenziale, dove le varie parti, spettatori ma anche attori, si confrontano in magnifiche agorà. Oggi il teatro si fa spesso fuori dagli edifici teatrali, a San Miniato si è scelto fin dall’inizio uno spazio scenico meno delimitato, più vicino alle persone; a volte – nella sua ormai lunghissima storia, questo si è perso – ma da qualche anno la ricerca è più cosciente, più motivata, favorita anche da una forma drammaturgica, quella della narrazione, dove il rapporto con lo spettatore diventa più intimo, diremmo addirittura complice.

L’attore parla alle persone che gli stanno davanti – stavamo per scrivere «intorno» -, racconta loro i suoi problemi, le sue inquietudini. È quanto ha fatto magnificamente Alessandro Preziosi, è quanto hanno fatto tutti gli altri, che si sono susseguiti nelle settimane del festival di San Miniato. Con risultati senza dubbio da segnalare e con una consapevolezza sempre più delineata, che secondo noi dovrebbe essere maggiormente aiutata dagli enti pubblici e anche privati, proprio per la sua singolarità, che ne fa una manifestazione unica, almeno nel taglio del proprio rapporto con il fare teatrale.

In «La ferita, la letizia», poi, oltre alla presenza viva di Francesco, che ha interloquito con l’attore, lo scrittore, ma anche con la gremitissima piazza, bisogna ricordare il percorso sonoro di Giacomo Vezzani, il musicista lucchese che conosciamo da tempo, proprio per la sua collaborazione col Teatro del Carretto, una delle più interessanti compagnie che abbiano lavorato in Toscana negli ultimi anni. Vezzani ha dato vita ad un progetto musicale di rara forza, che ha aiutato Preziosi, sottolineando alcune parti, ma anche entrando in rapporto/contrasto con la parola urlata/declamata, detta/sussurrata. Un’idea di grande impatto, che dovrebbe essere maggiormente segnalata, proprio perché essenziale alla riuscita di una performance costruita a partire da una serie di precisi artifici retorici, che potrebbero far pensare alle prediche di san Bernardino da Siena, che tra fine Trecento e inizi Quattrocento rinnovò il pensiero della Chiesa e dei suoi fedeli, raccogliendo in piazza del Campo folle sempre più esaltate dalle sue parole. Tra l’altro bisognerebbe notare che in piazza c’era un trascrittore, quel Benedetto di mastro Bartolomeo che non si limitò a segnare con uno stilo su cera le parole del santo, ma che era d’accordo con lui, che più di una volta lo apostrofò con suggerimenti e rallentamenti nel proprio eloquio, per permettere al povero cimatore di panni di trascrivere correttamente le prediche. Nella trascrizione di Benedetto, sono riportate con assoluta fedeltà anche le frasi di contorno, quelle che Bernardino pronunciava per accattivarsi il pubblico presente, o per richiamare qualcuno che vedeva distratto, le frasi rivolte addirittura a chi stava registrando il suo discorso. Insomma, un lavoro da critico teatrale, o forse meglio da «cronista», come diceva anche Silvio d’Amico.

Quella di Rondoni è una predica trasformata in spettacolo, un saggio assai particolare, scritto in una forma spesso interlocutoria, che si ferma a riflettere, parla con Francesco, aspetta la sua risposta, discute addirittura con la Morte e come Francesco la chiama Sorella, e lei addirittura risponde: «Stai arrivando Francesco, e arrivi cantando. Porca puttana, nessuno mi aveva mai chiamato così: sorella. Che viaggio hai compiuto per arrivare a questo nome (…) Posasti quel nome fiore sulla mia bocca, mentre ti fissavo. Così pregustando di dimostrare anche a uomini così santi, pii e devoti e a quel Furfante della Resurrezione che no, sono io la Signora della vita. Io la Temuta. Io la mai Fuggita. Io la Bestemmiata che vince sempre. Io la Miss Comunque, la Lady The End e tutto il resto a farsi fottere».

«Il testo di Davide – dice di nuovo Preziosi – non è teatro, o almeno non è solo teatro, è qualcosa di provocatorio. Francesco non viene raccontato, viene semmai provocato. Mentre lo recito, io sento che sono parole che non possono essere semplicemente recitate, sono brani da gridare, da graffiare con le unghie, anche quando Francesco arriva alla morte sa che non è una fine, ma semmai l’inizio, per questo la chiama – con non poco stupore anche da parte di lei -: Sorella». Lo spettacolo si è chiuso con il brano dei Depeche Mode, «Personal Jesus», un pezzo iconico della musica pop-rock contemporanea, il cui testo esplora il tema dell‘essere punto di riferimento per qualcuno, una sorta di «Gesù personale» «Personal Jesus» – come dice il titolo. Vezzani ha scelto di far ascoltare le prime battute di questo brano nella versione che ne diede nel 2002 il cantante Johnny Cash, che con la sua voce calda e ruvida ha dato alla canzone un sapore vissuto e spirituale. Credo sarebbe interessante esplorare il perché della scelta di «Personal Jesus», congiunta con l’inizio di uno spettacolo affidato allo «Spalancate le porte a Cristo» di Giovanni Paolo II, due riferimenti che aprono e chiudono la storia di un Francesco «Alter Christus», scritto da Rondoni, interpretato da Preziosi.