Un manuale di sopravvivenza

Il malcostume della bestemmia

di Francesco Fisoni

Era un concerto rock, di quelli che ti fanno vibrare le ossa e scuotere le viscere. La musica era alta, il pubblico carico. Ero lì, felice e cullato da quell’onda sonora, quando… alle mie spalle, una voce, un ragazzo probabilmente, ha randellato in aria una bestemmia. Non una di quelle sbiadite, da intercalare distratto. No, proprio una bestemmia a sangue freddo: piena, rotonda, con tanto di aggettivo pesante davanti al nome più santo che ci sia.

Non so voi, ma a me in queste circostanze il sangue prende a bollire e probabilmente il mio encefalo regredisce al Neanderthal che è in me: si, perché in quei frangenti l’unica immagine che la mia mente riesce a mettere a fuoco è quella di Bud Spencer. Proprio così, la bestemmia mi fa venire in mente Bud Spencer… soprattutto quando rifila quei suoi salutari cazzottoni a martello sulle teste dei loschi filibustieri che popolano i suoi film. Insomma, mi prende una educata violenza da giustiziere panciuto, con la differenza che Bud Spencer pesava il triplo di me e, di solito, si limitava a picchiare i prepotenti. Questo qui era solo un ragazzetto con la lingua di fuori e il cervello in vacanza. Sarà capitato, immagino, anche a chi legge di trovarsi in una situazione del genere: al bar, per strada o in coda alla posta. Un perfetto sconosciuto che, senza alcun motivo apparente, avvelena l’aria con un pugno di parole che, per chi ci crede, sono coltellate nella schiena. La domanda che mi sono fatto, mentre cercavo di trattenere “l’istinto omicida” e – cosa peggiore– mi perdevo pezzi di concerto, è stata: ma come è possibile? Come può uno, così, tanto per, accostare il nome di Dio a un aggettivo osceno? Si, perché dovete sapere che in gran parte del mondo questo non solo non si fa, ma non si può nemmeno pensare. Linguisticamente intendo. Esistono infatti lingue e culture in cui l’imprecazione, così come la conosciamo noi italiani, è concettualmente impossibile. La bestemmia, per esistere, ha bisogno di un’impalcatura linguistica e culturale precisa. Provate a tradurre una bestemmia italiana, ad esempio, in giapponese o in un qualsiasi idioma locale dell’Africa subsahariana (i linguisti ci hanno provato!). È una sfida impossibile. Il risultato è solo una accozzaglia di sillabe senza senso, una frase che non offende nessuno perché a mancare non è solo il vocabolario, ma l’intera architettura concettuale su cui quell’offesa dovrebbe reggersi.

L’italiano – che Thomas Mann definiva “la lingua degli angeli”, per la sua splendida sonorità -, in questo panorama comparato, è purtroppo uno sciagurato caso d’eccezione. Uno studio pubblicato dal Guardian un po’ di tempo fa ha rivelato che, mentre in altre lingue i tabù si concentrano su sesso e corpo, gli italiani sfoderano il peggio di loro in più di ventiquattro imprecazioni all’indirizzo delle figure sante che stanno in cielo. Una creatività blasfema che ha attirato più volte anche l’attenzione stupita della stampa internazionale. Un primato di cui, francamente, avremmo fatto volentieri a meno. Nella nostra Toscana poi il fenomeno, se possibile, si accentua ancora di più: qui infatti si bestemmia con una disinvoltura che lascia basiti. In passato c’è stato chi ha tentato di intellettualizzare il fenomeno, come ad esempio il primo ruspante Roberto Benigni o come padre Ernesto Balducci, che hanno provato – l’uno umoristicamente, l’altro sofisticamente – a fornire una lettura “riabilitante” di questo malcostume. La tesi, in sintesi, è che il contadino toscano che bestemmia sta in realtà intrattenendo un dialogo sanguigno con Dio. Si arrabbia con Lui perché le cose non gli vanno, perché la terra da zappare non rende, e lo insulta proprio perché ci tiene; la relazione, insomma, è così profonda che l’insulto diventa una specie di preghiera al contrario. Balducci parlava addirittura di «bestemmia proletaria» come fenomeno religioso, contrapposta a quella borghese che esprime solo «ributtante cinismo». Con tutto il rispetto per i nostri due toscani doc, queste spiegazioni non mi convincono per nulla. Trovare una giustificazione antropologica o sociologica alla bestemmia mi sembra un modo elegante per non chiamare le cose con il loro nome.

La bestemmia, a mio avviso, nasce invece proprio da una mancata percezione del sacro, dal non avere più il senso di ciò che è “separato” (sacro appunto) e degno del nostro pudore, dal non riconoscere che esistono nomi e realtà che meritano un rispetto che va oltre il nostro umorismo o la nostra frustrazione. Non è un dialogo con Dio, è l’assenza totale di dialogo e la riduzione del divino a un tappeto su cui pulirsi i piedi del proprio abbrutimento, della propria maleducazione e inciviltà.

Se poi qualcuno cercasse aiuto nella nostra giurisprudenza, beh, si troverebbe di fronte a un ballo della tarantella che dura da decenni. La bestemmia in Italia oggi non è più un reato penale, ma un illecito amministrativo. Chi bestemmia sempre che venga colto in flagrante – se la cava con una multa da 51 a 309 euro. I giornali talvolta riportano con un misto di ironia e imbarazzo queste multe, come se lo Stato stesso non sapesse più bene se stia proteggendo un sentimento religioso o soltanto un pezzo di galateo linguistico ereditato dai nonni. E allora, come ci si comporta davanti a un perfetto sconosciuto che bestemmia? Si alza la voce? Si fa la predica? No, la predica – per esempio con un ragazzo che non si conosce – è la mossa peggiore. Scatena la ribellione, alimenta la voglia di contesa. È più saggio tenere un atteggiamento ironico ma assertivo. Arguzia e spiazzamento sono i registri giusti. L’obiettivo è far fare allo “sfornamoccoli” un corto circuito mentale, portandolo se possibile a riflettere, senza metterlo sul banco degli imputati. Se dovesse capitarmi di nuovo credo allora che mi girerò e guarderò il ragazzo con un sorriso bonario ma fermo e nel mio toscano proverò a dire: «O nini… Tu m’hai spettinato! Ma un bimbo ammodo come te si mette a tira’ i moccoli? Su, ‘un ti buttare via così!». Se si scusa o abbozza, missione compiuta! Una pacca sulla spalla e vai col concerto. Se invece fa il duro e tiene il punto, si può provare a ribattere ma con accortezza: «Sai, ‘un son mica bigotto, ma la Madonna per me è di famiglia, è come la mi’ mamma! E visto che sei un bimbo educato, sono sicuro che la mi’ mamma tu la rispetti». Se poi, nel caso peggiore, lui raddoppia la bestemmia per sfida, allora vuol dire che siamo incappati in una testa calda: qui occorre prudenza, non mi arrabbio (servirebbe solo a far degenerare la situazione) lo guardo, faccio un respiro, mi giro e se posso mi allontano. Fine della storia. Questa è l’unica chiusura sensata, rapida e disarmante: lasciarlo lì con la sua bestemmia in bocca e la figura di chi ha urlato nel vuoto.