Exameron

Il quinto giorno della Creazione

La Redazione

Al quinto giorno, il silenzio finisce. Fino a quel momento, secondo la lettura meditativa che padre Valentino Benedetto Ghiglia ha condotto al Monastero Agostiniano di Santa Cristiana, venerdì 20 giugno, il cosmo è uno scenario preparato con cura ma ancora muto: la luce, il firmamento, il mare contenuto nei suoi argini, la vegetazione. Tutto è pronto ma niente respira ancora. Poi Dio parla, e lo spazio si riempie: le acque brulicano, l’aria si popola di ali… La vita comincia perché Dio lo vuole. Questa è la chiave di lettura dell’intero quinto giorno: la vita non si inventa, non si progetta, non si esige.

Si accoglie. «Si riparte sempre dal reale», ha detto il frate con quella franchezza diretta che è il timbro di queste serate; e il reale non è mai quello che avremmo scelto, non è il corpo che vorremmo, la casa che sogniamo, il ruolo che ci era stato promesso. Il reale è quello che ci viene consegnato. Il quinto giorno pone a ciascuno una sola domanda: come stai davanti a questa consegna? Se il terzo giorno aveva insegnato l’arte del no, i confini come sapienza, il quinto insegna l’arte del sì. Un sì che non è rassegnazione ma coraggio di scavare nel fondo della realtà. Risuona, in queste parole, un’eco popolare: di quel che c’è non manca nulla. E tuttavia riconoscere l’abbondanza richiede più coraggio che lamentare le mancanza. L’amarezza è una via facile; le gratitudine è una conquista.

Padre Ghiglia ha evocato Evagrio Pontico, teologo del IV secolo, che descrive la tristezza sterile come «anticipatrice della morte» e «compagna dell’accidia». La riconoscenza, parola che custodisce insieme il senso del riconoscere e quello del ringraziare, non è un sentimento spontaneo ma una pratica, quasi un esercizio continuo dello sguardo. Il testo della Genesi aggiunge una precisazione su cui padre Ghiglia si è fermato: ogni creatura è benedetta «secondo la propria specie».

Non nella logica classificatoria darwiniana ma nella logica dell’unicità. Dio ci benedice nella nostra storia concreta, nei nostri doni, nella nostra singolarità irripetibile. Un racconto chassidico lo illustra con disarmante semplicità: un discepolo chiede al maestro come fare per assomigliare ad Abramo, a Giacobbe, a Mosè; e il maestro risponde che Dio non gli chiederà se è stato Abramo o Mosè, gli chiederà se è stato se stesso. Le fonti francescane custodiscono un episodio analogo: un compagno di Francesco voleva imitarlo in tutto, finché Francesco gli disse: «Ma tu sei Giunipero. La tua bellezza è nell’essere Giunipero».

La relazione ha poi varcato la soglia del sesto giorno: la terra da cui Dio fa scaturire la vita è la stessa polvere a cui il peccato riconsegnerà l’uomo. Ma la grazia percorre il cammino inverso: dalla polvere alla vita. È una struttura pasquale: Cristo che entra nella nostra polvere, assume la nostra umanità, discende fino alla morte per risalirne portando vita nuova. La palestra che allena a questa logica sono le umiliazioni, parola che condivide la radice con humus, la terra fertile. La Lauda della Perfetta Letizia non è solo un apologo: era la vita concreta di Francesco, il momento in cui i suoi stessi frati non avevano più bisogno di lui. Quel passo indietro, vissuto senza ribellione, lo portò sul monte della Verna e alle stigmate. «Dai momenti in cui siamo più impotenti, Dio può agire in maniera più libera e più potente.» Come il chicco di grano di Giovanni: soltanto se muore, produce molto frutto. Il prossimo e conclusivo appuntamento, dedicato all’uomo imago Dei, è previsto per settembre.