Monachesimo

L’«arnia vuota» e il Logos che regge il mondo

L’intervento di padre Bernardo Gianni al convegno di palazzo Grifoni

Mario Luzi, nel «Viaggio celeste e terrestre di Simone Martini», descrive un monastero come «la vuota arnia della pura ed infima pazienza», riempita dagli «instabili pensieri, gaudi e turbamenti» degli ospiti di passaggio. Padre Bernardo Gianni, abate di San Miniato al Monte, ha scelto di cominciare proprio da qui il suo intervento all’ XI Giornata di Studi «I monasteri toscani nel tardo medioevo: persistenze, crisi e trasformazioni», svoltasi il 21 maggio scorso a Palazzo Grifoni, a San Miniato, promossa dal Centro Studi sulla Civiltà del Tardo Medioevo e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di San Miniato. Non un esordio ornamentale, ma già una tesi: il monastero non è un luogo pieno di sé, bensì uno spazio che riceve, che trasforma, che rivela, a chi vi entra e a chi vi dimora, qualcosa di più grande di entrambi.

UN’APORIA PRODUTTIVA

Padre Bernardo si è definito, con disarmante franchezza, «una sorta di aporia in questo convegno». La platea era accademica, la disciplina storiografica, il metodo filologico. Lui portava invece una testimonianza, quella di un uomo convertito nella notte di Natale del 1992, nel monastero di Rosano, e poi approdato alla vita monastica benedettina nonostante un ostacolo intellettuale tutt’altro che trascurabile: Claudio Leonardi, suo maestro, sosteneva che la riforma gregoriana avesse reso storicamente superfluo il monachesimo occidentale. Togliendo all’imperatore qualsiasi pretesa sulle cose di Dio, quella riforma aveva liberato la Chiesa dalla necessità di un presidio contemplativo che custodisse l’orizzonte escatologico. I carismi apostolici, le congreghe, i nuovi ordini: erano questi i soggetti chiamati a incarnare lo spirito nella storia urbana e rurale del Medioevo maturo. Il monaco, in Occidente, sarebbe diventato residuale. Padre Bernardo non ha confutato Leonardi. Lo ha riletto. E ha cercato altrove – in Atanasio, in Benedetto, in Borges e perfino in Leopardi – le ragioni teologiche e antropologiche di una scelta che la storiografia non esaurisce.

IL LOGOS E L’OFFICINA

Il cuore dell’intervento è stata una lunga citazione dal «Discorso contro i pagani» di Atanasio: il Verbo come principio ordinatore dell’universo, che non lascia le cose «andare alla deriva» ma le sostiene nel loro essere, conciliando gli opposti e componendo «ogni cosa armonicamente». Un testo lontano, geograficamente e cronologicamente, dal Trecento toscano. Eppure, ha argomentato l’abate, è esattamente questo orizzonte cosmologico a fondare l’esperienza benedettina: nihil amori Christi praeponatur, niente anteporre all’amore di Cristo, non come precetto ascetico ma come riconoscimento che il Logos è ciò che regge la realtà intera, e che la liturgia monastica, il coro, le Ore, l’Opus Dei, è la forma più consapevole di partecipazione a questa energia creativa e ricreativa. Il monastero, in questa prospettiva, non è fuga dal mondo ma laboratorio: uno spazio che si distingue dalla realtà circostante non per disprezzarla, bensì per comprenderla meglio, «mediante speciali parametri e protocolli», esattamente come un laboratorio scientifico isola le variabili per restituire risultati applicabili all’insieme. Papa Benedetto XVI, ricordava l’abate, aveva evocato a Parigi la formula di Leclercq: «grammatica» ed «escatologia» vanno insieme in casa di San Benedetto. La parola, la comunicazione, la relazione sono al servizio della verità presente e della verità ulteriore. Un programma che include anche le cose materiali, perché il Dio cristiano «lavora sempre», come dice Giovanni, e il monaco è colui che si sporca le mani, che cura gli utensili del monastero come fossero i vasi sacri dell’altare, secondo il precetto del capitolo benedettino sul cellario.

TRA BORGES E LEOPARDI

Nella parte conclusiva, Padre Bernardo ha lasciato il tono sistematico per uno più meditativo e confessionale, citando Borges: le monete, il bastone, il portachiavi, la violetta appassita fra le pagine di un libro, «quante cose, atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi / ci servono come taciti schiavi senza sguardo / stranamente segreti / dureranno più in là del nostro oblio». Le celle dei monaci, ha detto con una certa ironia autobiografica, assomigliano spesso a queste liriche: accumuli di oggetti che testimoniano una passione per l’essere, una resistenza all’oblio. Non nostalgia, ma qualcosa di più sottile, quella che Leopardi, in uno dei suoi pensieri più drammatici, chiamava «bella ed amabile illusione» degli anniversari: il ritorno ciclico di una data che fa sì che «ciò che è passato e che più non torna non sia spento né perduto del tutto». La liturgia monastica, ha spiegato l’abate, fa esattamente l’opposto dell’illusione leopardiana: non trattiene il passato per paura del nulla, ma celebra un’attualità che il tempo non può consumare. Il ritmo delle Ore non è nostalgia della Gerusalemme terrena, ma anticipazione profetica di quella celeste. I monasteri sorti intorno alle città medievali, con la loro rilevanza scenografica e urbanistica, sollevavano sull’orizzonte urbano questa immagine: la storia non coincide con sé stessa, c’è un’eccedenza che la abita.

L’INUTILITÀ NECESSARIA

Padre Bernardo ha concluso con una citazione di Dom Ambroise Sutei: alla radice della vita monastica c’è «la coscienza dell’incomprensibile amore col quale Dio gratuitamente ci ha amati». Il monaco non risponde con l’azione apostolica né con la parola, ma con l’essere, una «fragile pellicola oggi così lacerata», ha detto, al punto da indurre alcuni a cercare nuove clausure nelle virtualità generate dall’intelligenza artificiale. Contro questa deriva, l’esperienza benedettina continua a scommettere sulla concretezza della carne, sull’avventura della libertà, sulla pazienza dell’amore. Un’inutilità paradossale ed evangelica, ha detto l’abate: nessuna storiografia, nessuna teologia, nessuna ecclesiologia spiega fino in fondo perché alcune persone disobbediscano così radicalmente al precetto missionario del Vangelo. E tuttavia, almeno in parte, lo Spirito Santo e quella «tensione quasi insopprimibile» a rileggere la realtà sub specie aeternitatis continuano a farlo accadere. Come nel Trecento, ancora oggi.