20 ragazzi speciali, tutti originari della nostra diocesi, campioni regionali di calcio paralimpico

«Calciando Insieme», quando il calcio è più forte della disabilità

di Francesco Fisoni

Ogni martedì sera un gruppo molto speciale, composto da ragazzi con disabilità fisica, autistici, sindrome di Down, indossa la maglia amaranto del Pontedera per correre dietro a un pallone che è insieme sogno e sfida. Vengono tutti dal territorio della diocesi di San Miniato. Quattro titoli regionali in sette anni, le finali nazionali di Coverciano, avversari che si chiamano Fiorentina, Roma e Inter. E un sogno nel cassetto: che il vescovo Paccosi venga un giorno sugli spalti a vederli.

Sul campo sportivo de La Borra, a Pontedera, ogni martedì sera si ripete un rito più antico di qualsiasi classifica: correre dietro un pallone e sentirsi, per una volta, davvero uguali agli altri. La differenza è che qui, tra le maglie sudate sotto le luci del campo, quel sogno vale il doppio e forse anche qualcosa di più. Lo sa bene Roberto Luisi, operatore socio sanitario di professione e volontario per vocazione, presidente di “Calciando Insieme”, l’associazione polisportiva dilettantistica che da quasi dieci anni ha trasformato il calcio in un atto di civiltà. La storia comincia nell’aprile del 2017, quasi per caso. Tre allenatori – Pierangelo Mosconi, Daniele Michelettie Maurizio Londi, cui in seguito si aggiungerà anche Fabio Bernini organizzano quattro sedute di calcetto per ragazzi con disabilità, con l’aiuto di una assistente sociale della Società della Salute e con la collaborazione degli educatori dell’Asl. «Nessuno si rendeva conto di stare gettando le basi di un progetto importante», ricorda Luisi. Era nato, nelle intenzioni, come un piccolo dono: un mese o due di sport, di normalità condivisa, di pallone rotolato insieme a normodotati. Invece l’entusiasmo fu tale che gli allenatori e i ragazzi non smisero più. E dal nulla, dal semplice, testardo volontariato di chi non ha mai preso un euro, nacque qualcosa di inaspettatamente grande.

Nel territorio non esisteva nulla di simile. «Nelle nostre zone all’epoca c’era solo il Gam ricorda il presidente –, il calcio non c’era. Invece tanti dei nostri ragazzi avevano questo sogno». Un sogno che il 2019 ha trasformato in realtà istituzionale: con la firma del protocollo tra la Figc e il Comitato italiano paralimpico nacque la Divisione calcio paralimpico sperimentale, il campionato nazionale a 7 – la S cosiddetta “Quarta categoria” – e Calciando Insieme venne adottato dall’Us Città di Pontedera.

Da quel momento i ragazzi indossano la maglia del Pontedera calcioe calcano il suo campo. «Si, i nostri ragazzi indossano la maglia del Pontedera e giocano nel loro stadio – sottolinea con soddisfazione Luisi –. E sono pieni d’orgoglio per questo. Per un ragazzo che nel mondo normale fa fatica, questa realtà che abbiamo creato lo fa camminare a un metro da terra». E camminano a testa alta contro avversari che si chiamano Fiorentina, Inter, Verona, o la Roma “Totti soccer inclusive” dell’eterno Capitano. I risultati, va detto, non sono mancati. L’11 aprile scorso, pareggiando 0-0 contro la Fiorentina al “Nuovo Marconcini” di Pontedera, la squadra ha conquistato il quarto titolo regionale in sette anni, guadagnando l’accesso alle finali nazionali di Coverciano. «Quest’anno la vittoria è arrivata inaspettatamente – confida il presidente –. Avevamo perso uno dei nostri migliori calciatori, entrato in comunità, e nonostante questo il mister è stato capace di tirare fuori qualcosa di straordinario, che non saprei spiegare. È stato meraviglioso, proprio come vincere per la prima volta». La squadra è un mosaico sorprendente di storie umane: autistici, ragazzi con sindrome di Down, con disabilità fisiche, con fragilità psichiatriche. «Tra loro hanno formato un gruppo coeso– spiega ancora Luisi – dove non esistono barriere». Se tra loro esiste un giudizio, questo è solo quello sportivo, magari per un gol sbagliato davanti alla porta. «Ma subito dopo si battono le mani. È bellissimo da vedere». Il regolamento della Divisione calcio paralimpica è sapientemente pensato per loro: si gioca in sette, due tempi da quindici minuti, porte ridotte, niente fuorigioco, sostituzioni illimitate. «Hanno fatto in modo che fosse il regolamento ad adattarsi ai ragazzi, non il contrario» sottolinea Luisi. C’è persino il “Fun & play”, torneo parallelo dove i ragazzi con disabilità più marcate possono giocare, segnare, battere rigori: «Una cosa che gli regala una gioia indescrivibile».

In questo mosaico emergono volti che restano impressi: Christian Scottoè arrivato ragazzino, con un problema a un tendine, quasi sempre in panchina, a malapena in grado di camminare. Oggi ha vent’anni, frequenta l’università e gioca spesso come portiere titolare. Oppure Gianluca Giacomelli, orfano di entrambi i genitori e con difficoltà motorie, è ora titolare nel “Fun & play”. E come loro altri. Il calcio li ha aiutati a costruire autocontrollo, rispetto, la capacità rara di stare in uno spogliatoio ad ascoltare i compagni. «Traguardi insperati, fuori da ogni immaginazione». Il sito dell’associazione recita: “Risorse poche, ma idee tante”. La realtà è proprio questa: un pulmino che alle volte si guasta, mercatini di Natale organizzati dai genitori, banchetti alle feste paesane, sponsor storici come il Faro Manifatture, calzaturificio di San Miniato Basso, «senza di loro non saremmo andati avanti». Eppure Luisi non prende un euro. «Io faccio volontariato dice –. Ma quei ragazzi ti guardano con occhi che noi normali non abbiamo. Ti spingono a fare qualcosa per loro, a dare anche oltre il tuo tempo libero». Tra i desideri ancora irrealizzati ce n’è uno che Luisi confessa quasi come un sogno nel cassetto: portare allo stadio a conoscere la squadra il vescovo di San Miniato Giovanni Paccosi, che come molti sanno è appassionato di calcio e tifoso della Fiorentina. Perché c’è un dettaglio che merita di essere riportato: tutti e 20 i ragazzi che compongono la squadra, senza eccezioni, sono originari proprio del territorio della diocesi di San Miniato. Parlare di questa storia restituisce un po’ il senso delle cose vere: un ragazzo che para un rigore, una maglia indossata con orgoglio, un applauso che sale dagli spalti… «Il supporto del pubblico è fondamentale – dice in chiusura il presidente –. I ragazzi si sentono importanti, vivi, come in televisione. E a volte c’è anche la televisione della Figc a riprenderli». Ogni martedì alle diciotto, a La Borra, scendono in campo a dimostrare che un sogno, se accompagnato, può davvero diventare realtà.