Riflessioni: Domenica del “Buon Pastore”

Il Dio che cerca te

di don Francesco Ricciarelli

Scendendo nelle catacombe di Priscilla, sulla via Salaria a Roma, gli occhi poco a poco devono abituarsi all’oscurità mentre i corridoi si stringono, il soffitto si abbassa, l’aria diventa umida e densa. Poi, in uno dei cubicoli del secondo secolo, la guida si ferma a illuminare un affresco: raffigura un giovane imberbe, con la tunica corta, i capelli ricci, che porta sulle spalle una pecora, con la stessa naturalezza con cui un giovane padre porterebbe in collo il suo bambino. Intorno a lui, altre pecore pascolano tranquille, in un prato appena accennato da tenui tocchi di colore. Siamo davanti alla più antica immagine di Cristo che la tradizione cristiana ci abbia consegnato, ed è commovente, pensare come i cristiani delle origini abbiano scelto di raffigurare il Signore proprio così: non come Giudice o Pantocràtore, ma come Pastore.

Nell’iconografia pagana preesistente, il crióforo (portatore di ariete) era una figura ben nota: compariva nei santuari di Ermes, nell’arte funeraria ellenistica, nelle decorazioni domestiche come simbolo di prosperità o di devozione verso gli dèi. I primi credenti non avevano bisogno di inventare nulla per illustrare le parole di Gesù, trovarono un corrispettivo perfetto, una forma già familiare a cui attribuirono però un significato radicalmente nuovo. Il crióforo pagano trasportava l’ariete come trofeo di caccia o come offerta sacrificale da immolare sull’altare. Il Buon Pastore porta sulle spalle la pecora che ama e per la quale ha dato la sua vita. E in questa inversione silenziosa del significato c’è già tutto il Vangelo. Nelle catacombe di San Callisto, di Domitilla, dei Santi Marcellino e Pietro, la stessa figura si ripete con poche variazioni. Il pastore è sempre giovane, una giovinezza che allude all’eternità, all’incorruttibilità del Signore Risorto. La tunica corta, la exomis, è la veste del lavoratore, che si sporca le mani e le ginocchia nel fango e tra i rovi. Cristo è raffigurato nell’atto di portare un peso, di giungere col fiatone, ma col cuore pieno di gioia, nel giardino del paradiso, dopo aver risalito il pendio scosceso del mondo. La pecora sulle sue spalle ha spesso le zampe legate, in una posa che ricorda quella di un crocifisso. L’agnello è portato da Colui che si fatto Agnello per salvare l’umanità.

Accanto al Buon Pastore, nelle catacombe romane troviamo altre immagini che ne amplificano il messaggio: l’orante, figura di donna in preghiera con le braccia alzate, che simboleggia l’anima che intercede presso Dio nella pace del paradiso. Nella catacomba di Domitilla, al Buon Pastore sono affiancati i simboli eucaristici del pesce e dell’ancora, segni di riconoscimento dei cristiani nel tempo delle persecuzioni. Dopo la pace costantiniana, dai cubicoli ipogei l’iconografia del Buon Pastore si sposta nelle absidi delle basiliche e nello splendore dei mosaici. Il mausoleo di Galla Placidia a Ravenna ospita uno dei vertici assoluti dell’iconografia rinnovata. Troviamo ancora un giovane pastore che siede tra le sue pecore in un paesaggio idilliaco e roccioso, ma ora indossa una tunica d’oro e un mantello rosso, tiene in mano una croce gloriosa al posto del bastone da pastore. La tenerezza del gesto è rimasta immutata: il Pastore si rivolge alle pecore con un’espressione di tenera attenzione, accarezzandone una, vegliando sulle altre. È Dio che si china verso le sue creature, le chiama, le cerca, si prende cura delle fragili e delle inferme.

L’immagine del Pastore continua a parlarci di relazione, di cura, di quella voce che ci chiama per nome. Ci parla di un Dio che non pretende offerte e sacrifici dagli uomini, ma che scende per amore a cercare la pecora smarrita, prima ancora che questa sappia di essersi perduta, e con gioia se la carica sulle spalle.