Gli auguri pasquali del Vescovo e la videointervista

«Vi ho chiamato amici»

+ Giovanni Paccosi

Carissimi amici,

in occasione della Settimana Santa, insieme ai miei auguri per una Pasqua piena di gioia, vorrei proporvi alcune riflessioni dopo le prime settimane da Vescovo di San Miniato, a partire da un testo evangelico di questi giorni.

«Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri». (Gv 15, 12-17)

Queste parole commoventi fanno parte di quel lungo “discorso d’addio” con cui Gesù si accomiatò dai suoi discepoli, i suoi «amici», dopo la cena, nella notte in cui si consegnò per noi. Il primo invito è questo: riprendere, rileggere con attenzione, magari nei giorni del triduo pasquale, le parole di quel discorso, nel Vangelo di Giovanni ai capitoli 14-15-16-17.

 

1. Una compagnia di amici

Ho iniziato questo messaggio proprio con la parola “amici”: ho imparato, seguendo Gesù, che è possibile riconoscersi amici, in senso profondissimo, anche se non ci si frequenta, anche a distanza di spazio e di tempo. Amici, perché condividiamo il dono della vita, l’essere parte della famiglia umana. Per me, per chi crede in Cristo, questa amicizia si radica nelle parole di Gesù: se Lui, proprio in questi giorni pasquali, offre sé stesso per noi – «Per voi e per tutti», dice la liturgia – l’unità con ogni persona è così radicale, originale, che solo la nostra cattiveria può costruire muri di divisione e di odio, fino alla guerra. In queste prime settimane ho fatto esperienza di questa amicizia e ho visto comunità dove si vive la comunione come stile di vita.

La Chiesa è il popolo di Dio in cammino verso la terra promessa: in questo periodo in Italia ci viene proposto il Cammino Sinodale, che vuole farci crescere in uno stile di ascolto, di accoglienza, forma vera della comunità. Questo stile di ascolto ha i suoi strumenti: uno importante è il metodo della “conversazione spirituale”, ossia un modo di dialogare che può essere – e secondo me dovrebbe essere – applicato a ogni tipo di riunione nelle nostre realtà ecclesiali. Per chi vuole approfondirlo, può leggere il documento che si trova a questa pagina web. Lo sottolineo perché sento come compito mio di Vescovo, ma anche di ogni cristiano, costruire una comunità che accoglie, ascolta, va incontro a ogni persona, sentendola parte di questa “compagnia di amici” per cui Gesù dà sé stesso, invitandoci a seguirlo e imitarlo.

 

2. Esistere è essere voluti e amati

«Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi». La nostra esistenza come vocazione. Ci ha scelti dandoci la vita, ci ha scelti come amici: da questo nasce una concezione della vita che mette in discussione la mentalità dominante, che il potere vorrebbe farci credere autentica. Si pensa che la realizzazione di sé coincida con poter fare tutto, senza nessun limite, anche verso sé stessi. Una libertà senza vincoli. Può sembrare affascinante ma, essendo irreale, si trasforma in schiavitù. Scegliendo una cosa, infatti, rinuncio alle altre. Per questo molti rinunciano a scegliere, o fanno scelte light, leggere, per poter magari tornare indietro appena si genera un dubbio. Ma l’equivoco sta alla radice. Se noi non ci facciamo da soli, dipendiamo. O riconosciamo di dipendere da Colui che ci ama, da Dio, oppure non smettiamo di dipendere: dipendiamo dalla salute, dal clima, dal governo, dagli altri, e così via. Senza riconoscere la nostra dipendenza come un dono, la viviamo ugualmente, ma come una disdetta, da esorcizzare, di cui liberarsi.

Che bellezza c’è invece nel dare la vita per l’opera di Dio: tra noi ci sono tanti che hanno scoperto che la vita è vocazione e danno sé stessi, nel dono totale della verginità consacrata, per amare senza chiedere niente in cambio, ma anche nella vocazione del matrimonio, nel servizio a chi soffre, nelle varie forme della carità, nel volontariato, che vivono così il lavoro, per servire il prossimo. «Amatevi gli uni gli altri»: se la mia vita fluisce in ogni istante da un Altro che mi ama, allora queste parole diventano l’ideale della vita. Che testimonianza siamo chiamati a dare! Possiamo sostenere la speranza di tutti, in particolare dei giovani, che nella coscienza di essere voluti e amati, possono essere liberati dal ricatto del risultato a ogni costo e dal vuoto di sentirsi soli. Nel profondo del nostro io c’è infatti un Tu: «Tu, Dio, mi stai facendo esistere ora, perché mi ami. Voglio risponderti, dando me stesso per amore».

Chiediamo al Signore che la gioia della Pasqua, della sua vittoria su ogni morte, rinnovi in noi l’impeto di amore che diventa impegno per costruire il bene di tutti.

«Surrexit Christus, spes mea!»

Buona Pasqua di Risurrezione

Vi benedico.

+ Giovanni Paccosi


Intervista al Vescovo su Canale 88