«O Padre, che hai consacrato il tuo unigenito Figlio con l’unzione dello Spirito Santo e lo hai costituito Messia e Signore, concedi a noi, resi partecipi della sua consacrazione, di essere testimoni nel mondo della sua opera di salvezza».
Riprendo le parole della preghiera colletta, in cui è riassunto il senso di questa celebrazione straordinaria, in cui si manifesta la presenza efficace di Cristo tra noi che ci rende una cosa sola. Siamo qui insieme, il presbiterio con il Vescovo e il popolo di Dio, tra cui, in particolare, tanti ragazzi che riceveranno quest’anno la Cresima, cioè l’unzione del Crisma, che dona lo Spirito del Cristo, per essere veri cristiani.
La missione che Gesù indicò come sua quel giorno nella sinagoga di Nazareth, oggi Lui la compie attraverso di noi, sua Chiesa, suo corpo vivente: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore».
Noi, preti e popolo, siamo chiamati da Gesù a questo compito. Un compito che sembra troppo grande, nello scenario del mondo di oggi, dove trionfa il culto del potere e la logica della sopraffazione, dove si afferma che la pace è frutto della guerra. Noi invece, come dice il profeta, siamo stati chiamati «per consolare tutti gli afflitti, per dare agli afflitti di Sion una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, veste di lode invece di uno spirito mesto». Il primo fine del nostro compito sono i poveri, i ciechi, i prigionieri, gli afflitti, cioè ogni persona umana con tutta la sua fragilità e debolezza, da riconoscere e amare e non da disprezzare.
Mentre sembra crescere l’illusione di farsi Dei con le proprie mani, siamo chiamati a testimoniare che un Altro ci salva, Colui che dice di sé: «Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!» Salva tutto di noi, anche i nostri limiti, e si potrebbe dire perfino, anche i nostri peccati, con il Suo infinito amore. Cristo salva, non in forza di sé stesso, ma della sua appartenenza al Padre: «Tu sei mio padre, mio Dio e roccia della mia salvezza». Ci è chiesto fare lo stesso, riconoscere la nostra appartenenza a Lui, affidarci a Lui, permettendo così che dalla nostra unità, dalla nostra comunione, in cui è Lui che agisce, possa fluire la forza della sua salvezza.
Nella lettera pastorale che ho pubblicato poco più di un mese fa scrivevo, a questo proposito: «Noi siamo Chiesa per rendere possibile oggi l’esperienza dell’incontro con Cristo. È l’esperienza presente di una novità, di una bellezza, di una verità che si può riconoscere nella Chiesa di ora, che fa scoprire che il contenuto del Vangelo è vero». Noi siamo la sua Chiesa, suoi strumenti, perché Lui possa liberare ogni persona e il mondo, far crescere la Sua pace, «disarmata e disarmante».
Per questo – leggo ancora dalla Lettera pastorale – «Siamo chiamati a dar testimonianza della vera Carità che è amore alla persona umana intera, la quale ha tanti bisogni, ma il cui bisogno più grande è scoprire, attraverso il nostro amore concreto di essere amata da Dio in modo infinito». La nostra testimonianza è vivere la comunità, perché nella nostra unità Lui si fa presente e cambia noi e il mondo.
Ancora dalla lettera: «Cercare la comunione. «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se vi amate gli uni gli altri» (Gv 13, 35). Sappiamo di non vivere così, ma ogni giorno dobbiamo essere in tensione per questo, pregare per questo, dare noi stessi per questo».
Tra poco tutti i sacerdoti rinnoveranno le promesse della loro ordinazione. Le domande che farò sono impegnative, ma sono anche espressione della fiducia che Lui compirà l’opera che ha iniziato in noi. «La mia fedeltà e il mio amore saranno con lui», dice il Signore. «Volete – chiederò tra poco ai sacerdoti – unirvi e conformarvi intimamente al Signore Gesù, rinunciando a voi stessi e rinnovando i sacri impegni che, spinti dall’amore di Cristo, avete assunto con gioia verso la sua Chiesa nel giorno della vostra ordinazione sacerdotale?»
Essere conformi a Cristo, uguali a lui, è la vocazione di tutti noi cristiani, e ognuno è chiamato a desiderarlo e chiederlo per sé e per i fratelli. Come è bella quest’altra espressione della liturgia di oggi: «Concedi, Dio onnipotente, che, rinnovati dai santi misteri, diffondiamo nel mondo il buon profumo di Cristo».
In questa celebrazione ringraziamo Dio anche per alcuni anniversari significativi. Il Settantesimo anniversario di ordinazione di Monsignor Vasco Migliarini (ordinato il 29 giugno1956) e il Cinquantesimo anniversario di ordinazione sacerdotale di Padre Sandro Celli (ordinato il 1° maggio 1976) della comunità francescana di San Romano e di don Giovanni Osuch parroco di Santo Pietro Belvedere (ordinato il 6 giugno1976). A loro il mio e il nostro affetto e gratitudine per la testimonianza di fedeltà nella vocazione e per il loro servizio alla Chiesa. Che fiume di grazia è passato dalle vostre mani e dalle vostre parole! Che il Signore vi conceda tante gioie nella vostra vita sacerdotale piena di amore a Cristo e alla nostra gente.
Concludo ancora con alcune parole che ho scritto nella lettera pastorale: «La Chiesa è lì (è qui!), dove insieme celebriamo l’Eucaristia, dove si mette in comune la vita, cercando di farla illuminare dal Vangelo, dandosi aiuto reciproco per essere testimonianza credibile di Cristo, che è la speranza della nostra vita e del mondo».
+ Giovanni Paccosi
