(Letture: At 2,14.22-33; Sal 15; 1 Cor 10, 17 – 11, 2; Mt 28,8-15 )
Le donne corrono per andare a dire agli apostoli che non hanno trovato il Signore, e che gli angeli suoi testimoni, come abbiamo ascoltato nel bellissimo canto del “Victimæ Pascali laudes”, hanno detto che lui non è più lì, è risorto.
Proprio mentre vanno: questo andare segna significativamente il compito che noi abbiamo, annunciare, essere testimoni di quello che ci è donato a tutti, perché la nostra fede non è un tesoro da tenere gelosamente nascosto in un cassetto, ma da mettere davanti a tutti. Non come imposizione, ma come testimonianza: “Venite e vedete” ciò che il Signore fa. Gesù, per confermarle nella fede, si fa vedere a loro e dice: «Non temete!»
Anche noi, se pensiamo a questo grande compito di essere testimoni del signore e comprendiamo bene che la testimonianza non è fatta di parole, ma è fatta di una vita cambiata. Testimoni sono i santi: Francesco, di cui celebriamo gli ottocento anni dalla morte e che continua ad essere così amato (pensate a quanta gente si è mossa per l’astensione delle reliquie nei mesi scorsi), la beata Diana.
Testimoni che indicano l’opera di un Altro, come dice San Pietro: «Noi tutti ne siamo testimoni. … Dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire». E Pietro è quello stesso che pochi giorni prima aveva rinnegato Gesù tre volte. «Ma – dico parafrasando le sue parole – Gesù ci ha dato il Suo Spirito e voi vedete come siamo cambiati, come siamo diversi. È lui che opera in noi».
Davanti a questo compito così grande e affidato anche a noi, ci sentiamo incapaci ed è a noi che Gesù dice «Non temete!» Parlando alle donne, Gesù aggiunge: «Dite ai discepoli di andare in Galilea e là mi farò vedere». Cos’era per loro la Galilea e cosa significa per noi? Per loro la Galilea era il luogo in cui nella prima volta avevano incontrato Gesù. È come se dicesse loro: «Vi aspetta un nuovo inizio».
Adesso è un nuovo inizio: questa Pasqua, questa celebrazione della beata Diana, sono una cosa nuova, che il Signore ci dà adesso e che non è uguale a quella di un anno fa, o di dieci anni fa, o come sarà per qualcuno di voi, chissà da quanti decenni. Ma è ora, che Gesù ci parla e ci dice: «Torna a quel primo momento in cui io sono diventato significativo per la tua vita. Torna a quel primo momento – dice Gesù – in cui io ti sono venuto incontro che hai scoperto che la vita con me è diversa dalla vita senza di me». Con Lui, infatti, ci rendiamo conto che nulla ci fa temere. Quante volte, per esempio, ci è capitato di ricevere la testimonianza semplice di persone che nella malattia, nella sofferenza più profonda, avevano negli occhi la serenità che solo Gesù può dare. Come si può spiegare, infatti questo? È Lui, è Lui che agisce e rende testimonianza a sé stesso attraverso di noi.
Anche noi possiamo oggi, celebrando la gioia della Pasqua, celebrando la beata Diana, abbracciare, come le donne, Gesù. Abbracciarlo lì dove Lui si fa vedere a noi, in questi gesti, si austeri, ma così belli, della liturgia in cui Gesù si mostra in mezzo a noi nell’eucarestia che riceveremo. Si mostra a noi anche nel gesto della processione bellissima delle paniere, di questo pomeriggio, che rinnova lo stupore per questa piccola ragazza, Diana, che è riuscita a cambiare la storia di tante, tante persone e per questo tanti vogliono gioire per lei, e ringraziare il Signore che l’ha fatta nascere qui a Santa Maria a Monte, questo luogo che ne porta la memoria.
La memoria della beata Diana diventa perciò una sfida per noi: le paniere, questo omaggio di fiori che porteremo alla Santa, così belle, sono anche pesanti (come sanno le ragazze che le portano). Il peso vero delle paniere consiste nella sfida di cambiare la nostra vita, di diventare noi dei fiori bellissimi davanti al Signore. È troppo grande questo? «Non temete!» ci dice il Signore, perché non è una questione di capacità, ma di disponibilità. Aprire il nostro cuore e la nostra vita all’azione del Suo Spirito.
Chiediamo che le celebrazioni di questi giorni rinnovino in noi l’entusiasmo per Gesù. «Cristo, mia speranza, è risolto!» Lui è la nostra speranza, e della speranza del mondo. La pace che tutti chiedono in Lui trova la sua vera fonte. Siamo chiamati ad essere persone che riconoscano di essere amate da Dio fino a questa estrema consegna di sé che abbiamo vissuto nei giorni della Settimana Santa, fino al mattino radioso della Resurrezione.
Oggi sono tornate anche le rondini, arrivate proprio stamani, segno di una primavera della vita che chiediamo si rinnovi anche per noi nella fede, nella speranza, nella carità, per essere costruttori della sua Chiesa, segno visibile di Gesù che percorre il tempo per portarci all’eternità.
+ Giovanni Paccosi
