Dalla legge toscana all’obiezione di coscienza: il dibattito tra diritto, medicina ed etica

Suicidio medicalmente assistito: stato dell’arte e riflessioni

di Gabriella Sibilia, Vice presidente Amci San Miniato

Si è svolto mercoledì 18 Marzo, presso la parrocchia La Madonna, nel Convento di San Romano, uno degli incontri che, da molti mesi, l’Amci (Associazione medici cattolici) regionale, in collaborazione con l’Ordine Francescano secolare, sta organizzando in tutta la Toscana. I relatori intervenuti sono stati la dott.ssa Carla Minacci, membro del Consiglio nazionale Amci e referente regionale, il prof. Leonardo Bianchi, docente di diritto costituzionale presso il Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Unifi e fra Giovanni Greco, assistente spirituale Amci Toscana.

L’INTERVENTO DELLA DOTT.SSA CARLA MINACCI

Carla Minacci ha introdotto l’argomento illustrando come l’Associazione dei medici cattolici ritenga che il suicidio assistito sia in contrasto con i principi fondamentali della professione medica, i quali sostengono che il medico non debba mai provocare o accelerare la morte. L’Amci si è sempre schierata contro i tentativi di introdurre una legge sul suicidio assistito (spesso indicata come «morte medicalmente assistita»), definendoli derive contrarie alla vita umana. In contrapposizione al suicidio assistito, l’Amci propone un approccio basato sulla cura e l’accompagnamento del malato, favorendo la terapia del dolore e l’assistenza al paziente terminale ricorrendo alle cure palliative. Per questo motivo viene sostenuta la creazione di comitati contro il suicidio assistito, promuovendo iniziative per difendere l’etica medica tradizionale insistendo sulla necessità di una normativa nazionale che protegga il medico obiettore e ribadisca il valore della vita. L’Amci considera il suicidio assistito una sconfitta della medicina e si impegna a difendere il diritto alla vita e il dovere di cura dei medici. L’unico obbligo che l’ordinamento impone ai medici è quello di curare, non di somministrare farmaci mortiferi. Con una riflessione tagliente, la dott.ssa Minacci ha sottolineato anche l’aspetto economico: «Con 35 euro (il costo del farmaco “mortale”) si riesce a risolvere una richiesta di aiuto a morire». Assistere davvero una persona nel fine vita, investire negli hospice e nelle cure palliative, in un’assistenza che metta al centro il malato con la sua sofferenza, è un’altra cosa.

Un appello accorato, il suo, a non ridurre la questione del fine vita a una scorciatoia tecnica o economica, ma a restituirle profondità, attenzione e umanità. A seguito della promulgazione della legge sul «suicidio assistito» da parte del Consiglio della Regione Toscana, si ricorda, è dovere del medico la tutela della vita in ogni suo aspetto, senza discriminazioni di sorta. L’attività del medico, da millenni è il più naturale supporto per difendere la salute e quindi la vita come fondamentale diritto del singolo e interesse della collettività (art. 32 della nostra Costituzione). Il medico (art. 3) deve sempre assicurare la difesa e il rispetto della vita, in ogni momento dello svolgimento della propria professione senza discriminazioni di razza, età, sesso, religione, appartenenza politica, ecc… Per poter attuare quanto sopra riportato è necessario ispirarsi ai S valori etici fondamentali, assumendo come principio il rispetto della vita, della salute fisica e psichica, della libertà e della dignità della persona, dal suo nascere fino alla fine naturale. Se finora il principio della indisponibilità della vita era assicurato e garantito dallo Stato libero, democratico e aconfessionale, ora sembra che venga statuito non il diritto o il dovere di curarsi o non curarsi (che è previsto dal consenso informato), ma la possibilità di una disponibilità della vita stessa per il singolo, attraverso la convalida del «suicidio assistito» quando il paziente decide di interrompere la sua esistenza perché le sue sofferenze non sono più sopportate. Il venir meno del principio dell’indisponibilità della vita, che da assoluto diventa per legge derogabile attraverso l’autodeterminazione personale, crea, un grave vulnus alle basi stesse della democrazia e del bene comune, perché lede i principi di solidarietà e di giustizia verso intere categorie di persone fragili: i malati cronici, gli anziani, i disabili, i malati di mente, i morenti a cui lo Stato potrebbe negare forme di assistenza e di tutela.

Qual è la posizione dei medici cattolici sul fine vita? I medici cattolici sono in trincea contro l’eutanasia e il suicidio assistito e sono pronti ad ostacolare queste azioni con l’obiezione di coscienza. Ai medici non può essere richiesto di causare o provocare la morte! Qualunque medico sia indotto, o agisca per mettere fine alla vita di un suo paziente, di fatto, tradisce la sua stessa missione che è quella di restare accanto alla persona sofferente sempre, indicando e valutando caso per caso la proporzionalità delle cure. Chi esercita la difficile arte medica non può scegliere di far morire e nemmeno di far vivere ad ogni costo contro ogni ragionevole logica. I medici cattolici rivendicano con forza la necessità che lo Stato si impegni nel dotare il Sistema sanitario nazionale di un compiuto e omogeneo sistema di cure palliative per offrire al paziente e alla famiglia il miglior accompagnamento e sostegno possibile nella fase terminale della vita. Urge attuare su tutto il territorio nazionale la grande potenzialità della legge 38 del 2010: «Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore» e ciò va realizzato in modo omogeneo e universalistico. I medici cattolici, equipaggiati scientificamente e spiritualmente, hanno poi una missione importante che è quella primaria di ascoltare, accogliere sempre, dare ospitalità, sapientemente agire e consolare. È l’integrità del medico a rendere inconciliabile l’arte medica con l’eutanasia. La medicina è sempre per la vita e a favore della vita, che deve essere accompagnata senza alcun disimpegno e senza mai abbandonare nessuno, continuando a curare soprattutto quando non si può più guarire.

L’INTERVENTO DEL PROF. BIANCHI

Dopo l’appassionata relazione della dott. Carla Minacci è intervenuto il prof. Leonardo Bianchi che, da oltre un anno, si sta impegnando in convegni e interviste, ad esprimere quelli che sono i dati riguardanti il Diritto costituzionale inerenti alla indisponibilità della vita umana. Il professor Bianchi, conoscitore espertissimo della materia, tale da farla comprendere anche ai non addetti ai lavori, ha iniziato la sua relazione spiegando che, per la nostra Costituzione e anche per la giurisprudenza europea, il suicidio è considerato un disvalore, tanto che l’istigazione al suicidio è penalmente perseguibile con l’articolo 580 del nostro codice penale. Secondo le varie sentenze della Corte Costituzionale che, negli ultimi anni, si è pronunciata in materia di suicidio assistito, coloro che aiutano il malato a somministrarsi il farmaco letale non sono perseguibili penalmente se sussistono contemporaneamente le quattro condizioni stabilite dalla Corte (e riprese dalla legge toscana sul suicidio medicalmente assistito) tanto che anche il codice deontologico medico è stato recentemente aggiornato per tale motivo. Le quattro condizioni sono: il paziente deve essere in grado di prendere decisioni libere e consapevoli; deve essere affetto da una malattia che comporta sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili; deve dipendere da trattamenti sanitari che, se interrotti, porterebbero alla morte (es. ventilazione forzata). Le condizioni e le modalità di esecuzione devono essere verificate da una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico. La giurisprudenza europea dei diritti dell’uomo asserisce che vada garantito il diritto alla vita e il diritto a un fine vita non sofferto e dignitoso attraverso l’erogazione di cure palliative e sedazione continua profonda palliativa, secondo le procedure mediche inserite nei livelli essenziali di assistenza. Purtroppo le regioni non sono ancora adeguatamente preparate a supportare tali prestazioni per una incompleta organizzazione che ottemperi a quanto stabilito dalla legge 38 del 2010.

Purtoppo non vi è un accesso universale ed equo e vi sono, spesso, lunghe liste di attesa scontando la carenza di personale sanitario adeguatamente formato. La legge toscana sul suicidio assistito del febbraio 2025 è stata impugnata dalla Corte Costituzionale che ne ha “smontato” alcuni punti. La Corte ha ritenuto che non fosse competenza regionale imporre tempi così stretti, quasi a intendere che il superamento delle scadenze potesse essere interpretato come un silenzio assenso. L’altro punto “forte” su cui la Corte è intervenuta è quello in cui si prevedeva che l’istanza di suicidio assistito potesse essere presentata dalla persona interessata «o un suo delegato». Queste quattro parole vengono tolte: la volontà della persona che chiede il suicidio deve essere espressa personalmente, attraverso le modalità indicate nella legge 219 del 2017: «Il consenso informato, acquisito nei modi e con gli strumenti più consoni alle condizioni del paziente, è documentato in forma scritta o attraverso videoregistrazioni o, per la persona con disabilità, attraverso dispositivi che le consentano di comunicare». La sentenza della Corte cancella anche l’articolo 2 della legge regionale toscana, che parlava dei requisiti necessari per poter accedere al suicidio assistito: criteri che vengono invece stabiliti a livello nazionale, in base alle sentenze della Corte Costituzionale, «nella dichiarata attesa di un intervento del legislatore statale».

Colpite anche norme che definivano le procedure come un «livello di assistenza superiore» ai Lea (livelli essenziali di assistenza) e alcune parti sui termini procedurali e sul supporto tecnico-farmacologico delle Asl. La legge regionale della Toscana sul suicidio assistito «rimane in vigore ed è immediatamente applicabile», anche dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ne ha censurato alcune parti. A sostenerlo è il presidente della Regione Eugenio Giani, che ha dichiarato che ci saranno invece nuovi passaggi in Consiglio Regionale, che vengono ritenuti non necessari. Giani ha dichiarato la «presa d’atto» della sentenza 204/2025 della Corte Costituzionale che, ha affermato, «agisce come un bisturi togliendo un articolo, togliendo alcuni commi, togliendo una parola». Il professor Bianchi ha insistito anche su un altro aspetto importante che è quello della mancata costituzione della Commissione regionale di Bioetica che, dopo la scadenza già da alcuni anni, non è ancora stata rieletta e che è un organo fondamentale, chiamato ad esprimersi, per la legge sul suicidio assistito, quando un cittadino fa istanza di tale richiesta.

LA CONCLUSIONE DI FRA GIOVANNI GRECO

A concludere l’incontro è stato l’intervento di fra Giovanni Greco, che ha fatto una disanima approfondita sulla dignità umana, con riferimento anche alle encicliche papali soprattutto a quella di papa Francesco. Fra Greco ha affermato che se non viene recuperato il vero significato della dignità umana si perde di vista qual è il valore della vita in tutta la sua pienezza, dando adito a interpretazioni distorte che rischiano di produrre leggi come quella del suicidio assistito. La serata si è conclusa con interventi di alcuni partecipanti che hanno mostrato vivo interesse nei confronti dell’argomento.