"Non amiamo a parole"

Prima giornata mondiale dei poveri

ARTICOLO


Al termine del Giubileo della Misericordia ho voluto offrire alla Chiesa la Giornata Mondiale dei Poveri, perché in tutto il mondo le comunità cristiane diventino sempre più e meglio segno concreto della carità di Cristo per gli ultimi e i bisognosi». Con queste parole papa Francesco, nel messaggio «Non amiamo a parole ma con i fatti», ha istituito la Prima Giornata Mondiale dei Poveri da celebrarsi questa domenica 19 novembre. La lettera del papa è un appello urgente e appassionato alla coscienza di ogni credente. Francesco desidera una Chiesa inclusiva, che secondo la sua feriale e suggestiva espressione (ripresa dalla regola di San Benedetto), si costituisca «ospedale da campo» per i dimenticati e gli ultimi. «Ci sono stati momenti – ricorda il Santo Padre – in cui i cristiani non hanno ascoltato fino in fondo questo appello, lasciandosi contagiare dalla mentalità mondana. Ma lo Spirito Santo non ha mancato di richiamarli a tenere fisso lo sguardo sull’essenziale. Ha fatto sorgere, infatti, uomini e donne che in diversi modi hanno offerto la loro vita a servizio dei poveri.  

Quante pagine di storia, in questi duemila anni, sono state scritte da cristiani che, in tutta semplicità e umiltà, e con la generosa fantasia della carità, hanno servito i loro fratelli più poveri!». Una Chiesa povera, fatta di poveri e per i poveri. Formula quest’ultima già molto cara a Giovanni XXIII, che vedeva tra i «segni dei tempi», da interpretare e discernere, proprio l’attenzione agli ultimi. La sollecitudine pastorale e sociale del «papa buono» verso i derelitti era suggerita, tra fine anni ’50 e ’60 (all’indomani della fine del colonialismo), dall’emergere sullo scenario internazionale di tutti popoli che avevano abitato fino ad allora i sotterranei della storia. Sono passati sessant’anni dalla «profezia» di Giovanni XXIII, e quel «segno dei tempi» si presenta ora in forme molto diverse. I poveri oggi non sono i reduci del colonialismo ma sono i sopravvissuti all’ingiustizia del turbo capitalismo, che giungono e bussano con tenacia ostinata alle porte di noi popoli opulenti. Come scriveva padre Zanotelli «i poveri non ci lasceranno dormire», siamo tutti ingaggiati. Negli ultimi venti anni poi, il Mondo ha ripreso stolidamente la via della diseguaglianza e dell’iniquità, che aveva cercato di moderare negli anni ’80 e ’90. Da quando il libero mercato è diventato globale e la finanza è divenuta un Moloch mostruoso, anonimo e pervasivo, anche all’interno delle nostre comunità cristiane sono riapparsi i poveri. Tutti ne conosciamo. Sono la nostra «cattiva coscienza». E si badi bene, non sono solo quelli che hanno fame, ma anche quelli che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, che non si possono permettere le cure mediche o i libri scolastici per i figli.

Allora la Chiesa secondo il papa non può rimanere sorda al loro appello. Essa è sempre stata madre e avvocata dei poveri, in ogni tempo e luogo. Come testimoniato dal Dalai Lama, laddove giungevano e giungono ancora oggi i missionari cristiani, giunge anche la carità e l’attenzione per i poveri. Secondo il desiderio del papa, l’accento deve però passare oggi dall’avere una «Chiesa attenta ai poveri» all’essere «Chiesa dei poveri». Noi oggi non siamo certamente una Chiesa povera, almeno nell’assetto delle nostre comunità cristiane occidentali. Facciamo fatica ad accogliere i poveri alle nostre mensa eucaristiche. Pedro Arrupe, generale dei gesuiti dal ’65 all’83, in una memorabile conferenza tenuta negli anni ’70, ebbe il coraggio di dire: «Se alle nostre eucaristie mancano i poveri, le nostre eucaristie non sono pienamente cristiane». I poveri non sono solo destinatari della nostra pietà ma sono autentici soggetti ecclesiali. Per molte ragioni possono essere lontani dalla Chiesa, ma la Chiesa rispetto a loro dovrebbe avere il pungolo costante a cercarli per includerli. Come sostiene Enzo Bianchi: «I poveri sono i primi clienti di diritto della parola di Dio», perché è Gesù stesso ad aver detto che è venuto ad annunciare il vangelo innanzitutto a loro. C’è quindi all’ordine del giorno, ora come sempre, quella che Paolo VI chiamava «l’opzione preferenziale» per i poveri. E papa Francesco va aggiungendo qualcosa di estremamente nuovo e originale, sostenendo che emarginati e reietti, non sono solo destinatari della carità e della parola di Dio, ma essi hanno una cattedra, sono evangelizzatori della Chiesa. Se li frequentiamo hanno certamente qualcosa da insegnarci, qualcosa che manca a noi che poveri non siamo. Dai poveri e dai sofferenti dobbiamo imparare. La cattedra dei poveri distilla insomma un altissimo magistero. Essi con i loro atteggiamenti insegnano il vangelo a noi scribi e farisei della domenica. Non dimentichiamo mai che, Scrittura alla mano, e prioprio Dio che guarda il mondo con gli occhi dei poveri. È certo anche che i poveri alle volte sono pretenziosi, non sono capaci di gratitudine, ma se non sono umili è perché sono umiliati. E proprio per tal motivo, non c’è forse qualcosa da imparare da loro circa il nostro egoismo? Scrive papa Francesco: «Siamo chiamati, pertanto, a tendere [loro] la mano, a incontrarli, guardarli negli occhi, abbracciarli, per far sentire loro il calore dell’amore che spezza il cerchio della solitudine. La loro mano tesa verso di noi è anche un invito ad uscire dalle nostre certezze e comodità, e a riconoscere il valore che la povertà in sé stessa costituisce». Educhiamo i nostri occhi a riconoscerli; nell’ultimo giorno Dio solleverà miseri e reietti dal letame cui la Storia li ha consegnati e li costituirà, col loro sguardo grave e solenne, a nostri giudici.

di Francesco Fisoni