Se n’è discusso in un incontro nella sala parrocchiale di Ponticelli (Santa Maria a Monte)

Pastorale familiare: «Come parlare di sessualità ai nostri figli»

Prossimo incontro con Marcella Rosso, Venerdì 20 Marzo

Marcella Rosso, consulente familiare e sessuale, ha tenuto una serata intensa e partecipata nell’ambito del percorso diocesano per genitori ed educatori organizzato dalla Pastorale familiare. Tra i temi affrontati: pornografia, identità di genere, comunicazione in famiglia e il ruolo della Chiesa.

Lo scorso venerdì 13 marzo si è svolta, presso la sala parrocchiale della chiesa di Cristo Salvatore a Ponticelli, la quarta tappa del percorso per genitori ed educatori promosso dall’Ufficio per la Pastorale familiare della diocesi di San Miniato. Protagonista della serata Marcella Rosso, lucchese, consulente sessuale e familiare, che ha affrontato un tema quanto mai delicato e proprio per questo eluso: come parlare di sessualità con i propri figli. La sala era gremita di genitori, educatori e qualche insegnante. Il clima, fin dall’inizio, si è rivelato inaspettatamente informale e partecipato, con interventi spontanei dal pubblico che hanno contribuito a trasformare la conferenza in un vero e proprio dialogo comunitario. La dott.ssa Rosso ha aperto il suo intervento smontando quello che ha definito «un luogo comune duro a morire»: l’idea che la Chiesa cattolica condanni la sessualità.

«C’è ignoranza. C’è tanta ignoranza. E c’è paura di parlare», ha detto con franchezza, ricordando come l’enciclica Humanae Vitae — che descrive l’amore coniugale come totale, fedele, fecondo e indissolubile — risalga al 1968, eppure continui ad essere sconosciuta ai più. «Se glielo traduco, lo capiscono. Le persone capiscono le cose, ma vanno spiegate», ha osservato, sottolineando la necessità di un L linguaggio accessibile, lontano dal gergo ecclesiastico. Il filo conduttore dell’intera serata è stato il disorientamento generazionale. Rosso ha ricordato come, in pochi decenni, il contesto culturale in cui si cresce sia radicalmente mutato: «Io ho fatto la mia educazione sessuale per strada, negli anni Sessanta, con un tabù totale.

Oggi è tutto il contrario — e la velocità di questo cambiamento è spaventosa». Centrale, in questo quadro, il problema della pornografia. La consulente non ha usato mezzi termini: «La pornografia mi sembra a un livello molto, molto pervasivo. Ci sono spettacoli non classificati come pornografici, ma che lo sono assolutamente». Un problema tanto più urgente se si considera che, nella maggior parte delle famiglie, nessuno sta davvero facendo educazione sessuale: «I genitori sono in difficoltà, le famiglie sono separate, i figli vivono realtà sempre più frammentate. Chi fa educazione sessuale ai ragazzi? Nessuno, o quasi». La parte più densa — e quella che ha suscitato il dibattito più vivo — ha riguardato il tema dell’identità sessuale negli adolescenti. La dottoressa Rosso ha riconosciuto la complessità della questione, rifiutando sia la risposta del tabù (“sei maschio, punto”) sia quella della società contemporanea (“va bene così, qualunque cosa tu senta”). «Di fronte a un adolescente che ha dubbi sulla propria identità, non si può dire semplicemente “va bene così”», ha spiegato.

«La nostra società ti dice va bene così — e addirittura permette la transizione anche a un minore. Ma la maturità sessuale concreta si raggiunge tra i 20 e i 25 anni. Permettere interventi ormonali a un sedicenne, quando non sei ancora completamente formato, è qualcosa che mi lascia senza parole». Ha poi citato il caso di una sua collega psicologa di Venezia, che si è rifiutata di rilasciare il certificato per la transizione a un ragazzo di 16 anni, finendo nei guai. «Lei in coscienza non l’ha fatto, e il genitore ha portato il figlio da un altro professionista. Questo mi fa riflettere molto».

L’obiettivo, secondo Rosso, deve essere accompagnare il giovane in un percorso di scoperta autentica di sé — non accelerare risposte che richiedono tempo, lavoro su se stessi, spesso un’equipe di professionisti. Ha poi aggiunto una riflessione toccante sul dolore dei genitori: «Quando nasce un figlio, abbiamo tutti un sogno su di lui. Se questo sogno si spezza, devi essere capace di accogliere tuo figlio per quello che è. E questo è forse il lavoro più grande che un genitore possa fare». La seconda parte della serata si è concentrata sul “come” più che sul “cosa”. La relatrice ha proposto alcune chiavi concrete per migliorare la comunicazione con gli adolescenti, spesso murata nel celebre scambio: “Com’è andata?” — “Bene” — “Cos’hai fatto?” — “Niente”. «Sono domande sbagliate», ha sorriso. «Se invece di interrogarli parliamo di noi stessi — delle nostre preoccupazioni, delle nostre giornate faticose — apriamo un dialogo e li contagiamo. L’adolescente ti ascolta se non gli fai la predica». Un esempio pratico: invece di dire “Non voglio che tu vada in certi posti”, provare con “Lo sai che sono preoccupata quando vai in certi ambienti? Perché ci sono questi rischi. Fammi stare tranquilla”. «Dici la stessa cosa, ma parlando di te come genitore. E loro ti ascoltano».

Molti interventi dal pubblico hanno confermato quanto questo approccio possa fare la differenza. Una madre ha raccontato di aver lasciato che il figlio si fidanzasse giovane, «perché il cuore è quello che guarda», e di aver visto poi la coppia maturare insieme nel tempo. Un padre ha sollevato il tema dell’equilibrio tra protezione e libertà, usando l’esempio del calcio: come lasciare che un figlio coltivi la sua passione senza esporlo agli ambienti volgari degli spogliatoi? «Non credo che a Lucca ci sia un solo campo di calcio dove si bestemmia», ha risposto con una battuta la dottoressa. «Se c’è attenzione, un ambiente sano lo si trova. E se un film non è adatto, guardarlo insieme è già un’altra cosa».