Il 31 gennaio si celebra la memoria di un santo che ha trasformato l’educazione giovanile

L’Oratorio: quella «rivoluzione educativa» che dura da secoli

di Antonio Baroncini

Il 31 gennaio la Chiesa celebra la memoria di un santo che ha trasformato l’educazione giovanile: Giovanni Bosco, il prete che fece degli oratori la sua missione di vita Pochi santi sono così universalmente conosciuti come Don Bosco. La sua passione educativa per i giovani lo spinse a creare una rete di centri di aggregazione che andavano ben oltre la semplice formazione religiosa: erano luoghi di crescita umana, sociale e professionale. Gli oratori salesiani rappresentano ancora oggi un modello di intervento educativo integrale.

LA STORIA

L’intuizione geniale di Don Bosco affonda le radici nella visione quasi «profetica» di San Filippo Neri, che nella Roma del XVI secolo aveva già compreso la potenza dell’aggregazione giovanile. Filippo Neri trasformò la sua vocazione sacerdotale in un’attività pastorale concreta, creando una comunità di religiosi e laici uniti da un «vincolo di mutua carità sullo stile degli apostoli». Con il sostegno di papa Gregorio XIII, nacque la Congregazione dell’Oratorio. La chiesa di Santa Maria in Vallicella divenne la sede del primo oratorio della storia, un luogo dove la preghiera si intrecciava con l’azione sociale concreta. San Filippo Neri coinvolse persone comuni e intellettuali nella lettura della Bibbia, ma il suo obiettivo andava oltre la teoria: visitava i quartieri poveri, offriva direzione spirituale, assisteva i bisognosi. Il suo motto, cor ad cor loquitur (il cuore parla al cuore), incarnava perfettamente il suo approccio: nella gioia e nella carità, costruire ponti tra le persone. Era la Roma della Controriforma, un periodo convulso in cui la Chiesa cercava di rispondere all’avanzata del protestantesimo. Servivano forze intellettuali e uomini generosi, pronti a riconquistare i cattolici vacillanti e a riaffermare i dogmi e il primato papale stabiliti dal Concilio di Trento. Ma serviva soprattutto vicinanza alla gente, aiuto materiale e culturale. San Filippo Neri fu protagonista straordinario di questa missione, tanto da rifiutare persino la nomina cardinalizia. Come recita una celebre canzone: «Ma per me no, non va, non è quel che piace a me; Paradiso, Paradiso. Preferisco il Paradiso».

DON BOSCO E LA TORINO DELL’INDUSTRIALIZZAZIONE

Due secoli dopo, Giovanni Bosco raccolse questa eredità calandola in un contesto completamente diverso: la Torino post-unitaria, una città in piena trasformazione da capitale sabauda a metropoli industriale nascente. Era una città di forti contrasti: la nobiltà burocratica, una borghesia in ascesa e una classe operaia in formazione convivevano in un clima che mescolava il rigore piemontese con le spinte della modernizzazione. La popolazione cresceva rapidamente, alimentata dall’immigrazione dalle campagne circostanti e dai flussi migratori dal Sud Italia. La città si divideva tra un centro elegante, abitato dall’aristocrazia e dai funzionari statali, e le barriere periferiche, quartieri operai in rapida espansione dove le condizioni di vita erano spesso durissime. È in questo contesto che Don Bosco, dopo una fanciullezza segnata dalle difficoltà, dedicò tutte le sue energie all’educazione degli adolescenti. Ordinato sacerdote, fondò la Società Salesiana e, con la collaborazione di Santa Maria Domenica Mazzarello, l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, istituzioni dedicate alla formazione della gioventù al lavoro e alla vita cristiana. I suoi erano i ragazzi più poveri, quelli che incontrava per strada, nei cantieri, persino nelle carceri. Giovani provenienti dalle campagne, disorientati e impreparati ad affrontare il processo di industrializzazione in atto, privi delle competenze tecniche e culturali necessarie.

IL SISTEMA PREVENTIVO: EDUCARE CON RAGIONE, RELIGIONE E AMOREVOLEZZA

Come educatore, Don Bosco si impegnò anche nella promozione della «buona stampa cattolica», convinto della necessità di contrastare gli effetti nefasti di quella «cattiva», veicolo di menzogne ed eresie. Il suo instancabile impegno spirituale, pastorale e sociale gli procurò inimicizie, persecuzioni e attacchi. Ma questi tentativi diffamatori non riuscirono mai a scalfire la stima che si era guadagnato nell’opinione pubblica grazie alla sua opera educativa, formativa e umanitaria. Papa Pio XI, proclamandolo santo, pronunciò con manifesta commozione un’omelia che coglieva l’essenza del suo operato: «Don Bosco, animato dallo spirito di San Filippo Neri e di San Francesco di Sales, tutti i ragazzi che incontrava per le vie, nelle osterie, nei cortili e nelle officine, benevolmente li accostava e li traeva a sé con soavissima carità, li ricreava con svariati giochi e divertimenti, in modo che numerosissimi accorrevano d’ogni parte a lui come padre amatissimo: e così nacque l’Oratorio salesiano». L’oratorio salesiano non era solo un luogo di aggregazione e svago. Era anche un centro di formazione professionale dove si insegnavano mestieri concreti: stampatori, operatori meccanici specializzati, sarti. Giovani pronti a essere inseriti nel mondo del lavoro con competenza e preparazione adeguate. Il genio pedagogico di Don Bosco si espresse nel «Sistema preventivo», fondato su tre pilastri interconnessi: ragione, religione e amorevolezza. L’obiettivo era formare «buoni cristiani e onesti cittadini» attraverso un approccio basato sull’amore, sulla presenza costante tra i giovani e sulla prevenzione del vizio piuttosto che sulla sua repressione. A differenza del sistema repressivo, che punisce dopo la mancanza, il metodo di Don Bosco cercava di prevenirla, posizionando l’educatore come amico e guida, non come sorvegliante. L’oratorio diventava così un centro di benessere integrale, un luogo di crescita e maturità culturale da cui usciva un cittadino onesto e preparato.

L’ORATORIO OGGI: TRA SACRO E PROFANO

Una simpatica canzone contemporanea cattura lo spirito dell’oratorio moderno: «Vorrei inserire nel mio repertorio una canzoncina da cantare all’oratorio… Ecco, devo dire che gli oratori son sempre una bella cosa, una cosa utile allo spirito e anche al divertimento. C’è un po’ di tutto, c’è Internet, i vecchi giochi della tradizione, il pallone… All’oratorio il sacro s’incontra col profano, gli offre una spuma e poi si stringono la mano». È un’immagine che avrebbe fatto sorridere Don Bosco: il luogo dove spiritualità e quotidianità si fondono, dove i giovani possono crescere in un ambiente accogliente e formativo.

UN’EREDITÀ VIVA

Don Bosco morì il 31 gennaio 1888, dopo quaranta giorni di sofferenze, ma sempre con il volto sereno e sorridente che lo aveva contraddistinto in vita. Tra le lacrime dei superiori della Società salesiana e degli allievi più anziani che lo assistevano, si spense un gigante dell’educazione. Immenso fu l’accorrere del popolo a visitare la salma nella Chiesa di San Francesco di Sales e ad accompagnarlo durante il corteo funebre per le strade di Torino. Il suo motto, «Dammi le anime e tieniti tutto il resto», sintetizza perfettamente la sua missione: un’attenzione totale alla crescita integrale dei giovani, senza cercare riconoscimenti o vantaggi personali. Ancora oggi, per chi ha avuto la fortuna di essere ex-allievo salesiano, il carisma di Don Bosco rimane vivo e pungente, un esempio e una guida di vita da ringraziare e custodire.