L’incontro tra Gesù e la Samaritana avviene a mezzogiorno, nell’ora più calda della giornata, quando Gesù arriva, assetato, al pozzo di Giacobbe. Ma Edmond Rostand, grande poeta del teatro francese, mette in scena anche ciò che immagina sia accaduto prima di quell’incontro. Nel dramma in versi La Samaritaine (1897), Rostand affida la scena iniziale a tre ombre — Abramo, Isacco e Giacobbe — che risalgono dallo Sheol e si avvicinano al pozzo mentre è ancora buio. I patriarchi sentono che qualcosa di grande sta per avvenire. Abramo confida: «Arriva, arriva, è in cammino… Mosè me l’ha sussurrato».
Tutta la storia della salvezza si prepara all’incontro straordinario tra Gesù e la Samaritana senza nome. Nel dramma di Rostand, però, la donna ha un nome. Si chiama Photine ed entra in scena cantando una canzone tratta dal Cantico dei Cantici: «Catturate le piccole volpi che devastano le nostre vigne» e parla di un amante che la chiama, di un incontro mancato, di una porta aperta troppo tardi. È una donna che ha cercato l’amore in cinque uomini, e forse in un sesto, senza mai trovare acqua che la dissetasse per davvero. Il cuore teologico del suo incontro con Gesù è conservato fedelmente da Rostand, che fa ruotare il dialogo intorno ai tre significati dell’acqua: quello materiale; quello teologico della rivelazione; quello drammatico dello scambio: tu mi dai da bere, ma io ti darò qualcosa di infinitamente più grande. Photine, come la Samaritana del Vangelo, si converte attraverso il dialogo col Forestiero, sentendosi da lui riconosciuta e non giudicata. E quando stupita, esclama «Signore!» e inizia a parlare del Messia, Gesù pronuncia la frase che cambia tutto: «Sono io che ti parlo». Rostand fa cadere la donna in ginocchio, e le fa cantare di nuovo la canzone d’amore, con le stesse parole del Cantico, ma ora rivolte a Gesù. L’amore terreno non viene rifiutato, viene trasfigurato. Gesù stesso lo spiega: «Sono sempre un po’ presente in tutte le parole d’amore, poiché a me tutte le cose tornano».
Photine ha vissuto tutta la vita ai margini della comunità, il pozzo fuori dal villaggio è il suo non-luogo, ma è proprio lì, in quella periferia esistenziale, che scopre che Dio abita i margini con la stessa intensità con cui abita il tempio di Gerusalemme. Divenuta discepola, Photine torna in città per annunciare il Signore che ha incontrato e lascia la sua anfora al pozzo. Particolare minuscolo ma immenso. È andata al pozzo per attingere acqua e ha trovato qualcosa che nessun’anfora può contenere. Nel frattempo i discepoli tornano dal Maestro lamentandosi dell’accoglienza ostile dei samaritani e trovano l’anfora di Photine. Attingono acqua e scoprono che l’acqua sa di miele e fiori. Pietro, incredulo, chiede spiegazioni, e Gesù risponde che si tratta del sapore di una vita intera di peccati dimenticati ai suoi piedi. In chiusura, Gesù profetizza a Photine: «Sempre i secoli ti vedranno scendere lentamente il sentiero, la tua brocca sulla testa. Quando si evocherà la mia figura, sempre la Maddalena o la Samaritana, la donna di Sichem o di Magdala, sempre una di voi, sarà accanto a me». È una promessa di memoria e di riconoscimento per chi incontra Gesù e viene reso a sua volta “incontrabile”: la sua storia, la sua anfora, la sua canzone d’amore trasfigurata, resteranno per sempre accanto al pozzo per chiunque arriverà dopo, a qualsiasi ora del giorno.

