Ricordi fanciulli mi riportano a una stagione in cui, ai primi timidi risvegli della primavera, le case venivano messe a soqquadro per essere lustrate in un modo inverosimile. «Viene l’Acquasanta!», dicevano i miei vecchi. E ricordo ancora come mamma e nonna entrassero in fibrillazione con due settimane di anticipo solo all’idea dell’arrivo del prete. Erano esattamente quelli i giorni in cui vedevo nettare, con perizia scientifica, zone assolutamente improbabili della casa: retro di mobili, interni di avvolgibili, sottoscala altrimenti accessibili solo da speleologi… La mia mente bambina si domandava per quale astrusa legge della fisica l’acqua sarebbe potuta arrivare a benedire quei misteriosi anfratti.
«L’Acquasanta», la benedizione della casa, mi sembrava allora una specie di ordalia o, se vogliamo, di ispezione militare dove uniforme o mostrine era imperativo fossero in ordine smagliante. Sperimentavo qualcosa di simile solo quando a scuola veniva annunciata con una settimana d’anticipo la visita del preside in classe. Quella febbrile attesa delle gocce lustrali era, nei giorni precedenti, anche un bel patire per noi bambini, interdetti dalle off limit zone stabilite dal sergente mamma e dal caporale nonna, impegnate nelle grandi manovre. Anche per il babbo – sventurato fante di truppa – al ritorno dal lavoro era come avventurarsi in un campo minato: «Lì non puoi sederti, il divano l’ho lavato stamani. In sala no, perché ho dato la cera…». Poi però quando il giorno dell’Acquasanta arrivava era una festa sul serio, che iniziava già all’apparecchiare con cura liturgica la tavola dove troneggiava ogni genere di leccornia: «Ma come nonna? Ma non dicevi che siamo in Quaresima?».
«C’è da far festa al prete… l’ha detto anche Gesù!»: senza saperlo, parafrasava Marco: «Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro?» (Mc 2,19). Io più che al prete pensavo al suo invidiato corteo di chierichetti e accoliti, cui era toccato – sventurata sorte – di rimbalzare, casa per casa, da una torta a un vassoio di pasticcini, da una cioccolata calda a un pacco di caramelle. Poi, come le vedette sugli spalti delle mura medievali, si stava sul terrazzo ad aspettare che la “sacra apparizione” si profilasse all’imbocco della via. Finché, per quell’unica volta nell’anno, il prete e il suo seguito, facevano il loro trionfale ingresso in casa. Una cerimonia breve, un Pater nostrer intonato a modo, la benedizione in tutte le stanze (guai a saltarne una!), l’offerta, e per noi bambini l’ambizione e la gioia primitiva di essere bagnati da quell’acqua così speciale. «Reverendo non faccia complimenti». «Grazie, solo un biscottino tanto per gradire. Sa… siamo in giro da due ore e tutti ci offrono ghiottonerie. Di questo andazzo dovremo metterci a dieta»: a quelle precise parole la tua invidia verso i chierichetti diventava cosmica. Quando poi tutti se ne andavano, era come se un incantesimo finisse. Rimaneva il profumo buono della candela pasquale e di quell’allegro e primaverile codazzo. E soprattutto restava sulla tavola tutto quel ben di Dio caria-denti, legittima contropartita per i piccoli di casa dopo i sacrifici affrontati nelle due settimane di pulizie profonde. L’Acquasanta era passata. Altri tempi. Peccato non riaverne indietro qualche lacerto.

