Una conferenza del professor Andrea Tomasi organizzata dal Centro culturale San Miniato

Intelligenza artificiale: la sfida è antropologica

di don Francesco Ricciarelli

«Intelligenza artificiale: opportunità e criticità», questo il tema attualissimo che il Centro Culturale San Miniato ha affidato al professor Andrea Tomasi dell’Università di Pisa per l’evento svoltosi a Capanne lo scorso 23 febbraio.

Il relatore ha preso le mosse dal messaggio di papa Leone per la Giornata delle Comunicazioni Sociali, sottolineando che quello dell’intelligenza artificiale non è solo un problema tecnico, ma antropologico. La tecnologia digitale, infatti, rischia di modificare radicalmente alcuni dei pilastri fondamentali della civiltà umana: le relazioni autentiche tra le persone e la conoscenza fondata sulla consapevolezza e l’empatia. Inoltre l’intelligenza artificiale, ha avvertito il professor Tomasi, rischia di aumentare le disuguaglianze anziché ridurle: disuguaglianza tra chi comprende la complessità del fenomeno e chi ne vede solo la superficie; tra chi ha accesso alle tecnologie e chi ne è escluso per ragioni economiche o geografiche; tra chi possiede le competenze per utilizzarle bene e chi ne diventa passivamente dipendente. A ciò si aggiunge il tema spesso sottovalutato del consumo energetico: i data center, i server, le reti che sostengono l’IA assorbono quantità crescenti di elettricità, con ricadute ambientali che il grande pubblico fatica ancora a percepire.

Sul fronte del lavoro, è prevedibile che molte attività professionali vengano automatizzate, come già sta avvenendo, e che per gli esseri umani resterà sempre meno spazio. Numerose questioni quindi scaturiscono dalla rivoluzione dell’intelligenza artificiale, che si presenta come un ecosistema complesso che pervade ormai ogni ambito della nostra esistenza. Un ecosistema, ha aggiunto Tomasi, intrinsecamente ambiguo, citando a questo proposito la “profilazione”, che da un lato personalizza i contenuti per renderci un servizio migliore, dall’altro può manipolare le nostre opinioni politiche, alimentare la disinformazione e indirizzare i nostri desideri di consumo.

Né va dimenticato che le piattaforme di intelligenza artificiale generativa, per produrre una risposta, combinano centinaia di migliaia di livelli di interazione, rendendo di fatto impossibile la trasparenza algoritmica che pure i regolatori europei reclamano. Il tema stesso della governance costituisce un punto dolente. Tomasi non ha risparmiato critiche all’approccio puramente normativo: le regole, da sole, non bastano. «Le leggi fatte in Europa non valgono in Cina o negli Usa», ha ricordato il professore, ricordando come i veri protagonisti della scena globale dell’IA siano oggi Washington e Pechino, mentre i principi etici – spesso invocati in Europa rischiano di restare al livello di dichiarazioni di intenti. Il filosofo italo-tedesco Romano Guardini, la cui riflessione sul rapporto tra uomo e tecnica — elaborata decenni fa — si rivela oggi di sorprendente attualità, affermava che governare la tecnologia non significa emanare leggi; significa «assumere una posizione umana, morale e spirituale», nella consapevolezza che il mondo, naturale e tecnologico, è affidato alla responsabilità dell’uomo. Paradossalmente, più la tecnologia si potenzia, più tende a svalutare la persona umana. Si tratta quindi di rimettere al centro l’uomo. Gli esseri umani, si dice, sono lenti, emotivi, imprecisi, sempre meno all’altezza delle macchine, ma questa narrazione è errata e pericolosa. Quello che ci sfugge è la specificità umana.

«Da settant’anni gli scienziati sanno che non ci saranno mai macchine capaci di sentimenti o di coscienza reale», ha detto Tomasi: «Possono simulare empatia, ma l’importante è non cascarci». Il riferimento più immediato è ai chatbot con cui molte persone intrattengono conversazioni quotidiane, dicendo «anche se so che è una macchina, mi fa compagnia»… La risposta al problema non può essere che un umanesimo tecnologico, un sapere umanistico consapevole della tecnologia. La sfida è quindi di tipo educativo. Il problema dell’IA è il problema del senso della vita umana. In questo campo la tradizione cristiana ha risorse che forse oggi nessun’altra cultura possiede. Riprendendo l’insegnamento di papa Francesco, Tomasi ha concluso: «Le macchine si muovono sul piano dell’intelligenza razionale, ma l’intelligenza non basta: ci vuole la sapienza del cuore, che è propria degli esseri umani». Si tratta di costruire un’opinione pubblica informata, di investire nella cultura e nell’educazione, e di porsi — prima di qualsiasi domanda tecnologica — la domanda fondamentale: che tipo di umanità vogliamo?