Secondo appuntamento in Santa Cristiana a Santa Croce sull’Arno con le meditazioni di fra Valentino Ghiglia sui sei giorni della creazione, lette come mappa di discernimento spirituale: il firmamento che Dio crea nel secondo giorno non è solo astronomia, ma anche la struttura interiore che separa in noi ciò che ci dà vita, da ciò che ci logora.
C’è sempre un momento in questi pomeriggi di riflessione sull’Exameron (i sei giorni della creazione), che fra Valentino Ghiglia sta conducendo al convento di Santa Cristiana a Santa Croce sull’Arno, in cui si avverte come un passaggio: il relatore lascia l’esegesi e comincia a fare qualcosa di più scomodo per chi ascolta: specchio. Anche questa volta sono bastati tre versetti, dal sesto all’ottavo del primo capitolo della Genesi (Gn 1,6-8) per inchiodare la coscienza e costruire un’anatomia della vita interiore che non lascia molto dove nascondersi.
Il secondo giorno della creazione, racconta il libro della Genesi, Dio crea il firmamento. Una cupola stabile e compatta (in ebraico raqia), qualcosa cioè su cui si può battere un pugno, che non cede. Una realtà che separa le acque di sopra dalle acque di sotto. Le acque di sopra sono quelle dolci, quelle che fanno fiorire il deserto di Giuda dopo la pioggia, quelle che portano vita. Le acque di sotto sono il mare: salate e abissali, capaci di inghiottire navi e faraoni. Senza il firmamento, spiega il frate, le due si mescolano. Torna il caos, torna il diluvio.
«Nella nostra vita ci sono acque di sopra e acque di sotto», dice Ghiglia. Il problema non è che esistano entrambe. Il problema è che le teniamo nello stesso calderone e poi ci chiediamo perché siamo esausti. È qui che la meditazione ha fatto il salto di paradigma. Non basta capire la Genesi: bisogna guardare la nostra giornata, la nostra vita. Quante cose che facciamo ci riempiono il tempo C’ ma ci svuotano? Quante relazioni non fanno emergere la nostra verità, ma ci abbassano e ci rendono peggiori? E poi, domanda ancora più sottile: come parliamo a noi stessi? Quel monologo interiore che ci accompagna 24 ore su 24, ci edifica o ci annienta? «Il fatto di aver avuto ferite nella nostra storia non vuol dire che siamo solo quell’esperienza», ricorda a questo proposito il relatore. C’è molto di più. San Paolo lo chiama trasformazione della mente, che per Fra Valentino si realizza proprio costruendo “il firmamento” dentro di noi. Costruirlo però, significa prima di tutto essere capaci di riconoscere le priorità nella nostra vita. E qui arriva la cosa che stride con lo spirito del tempo: le priorità non si scelgono, si scoprono. Non si decidono, si accolgono. Sono le venature del legno, e l’immagine che usa Ghiglia è bellissima: come l’intagliatore obbedisce al legno che sta scolpendo, guardandone le fibre e i nodi, così noi siamo chiamati a obbedire alla nostra realtà, al nostro corpo con i suoi limiti e bisogni, alla nostra disponibilità di tempo, alla nostra storia personale, alle relazioni e alla vocazione. Chi lavora contro le venature non è libero, è semplicemente sciocco. E alla fine il legno si spezza.
I nostri «doveri di stato», termine non certo glamour, come ammette il relatore, sono le venature fondamentali. Ad esempio, per una madre, la maternità e il dare tempo ai figli viene prima di tutto. Per un marito, stare accanto alla donna a cui si è donato non è opzionale. Per un religioso, la fraternità non si sceglie a piacimento. Per chi ha genitori anziani, la cura è una venatura del reale che non si può ignorare. Nessuno di questi impegni è negoziabile. E quando vengono messi in secondo piano, accade qualcosa di curioso e tragico insieme: ci si entusiasma per le cose secondarie e ci si perde su quelle primarie. Il volontariato, l’impegno in parrocchia, il coro, tutto bellissimo, sottolinea il frate, ma se diventano una fuga dalla propria realtà, sono acque di sotto travestite da acque di sopra.
In finale Fra Valentino ha suggerito tre passi pratici per costruire il firmamento dentro di noi: primo, fare l’elenco di ciò che si fa davvero ogni giorno e chiedersi quante di quelle cose corrispondono a ciò che si è chiamati a essere. Secondo, fissare pochi punti fermi, irrinunciabili anche quando si è stanchi, anche quando tutto tira dall’altra parte: ad esempio la preghiera del mattino, il pranzo in famiglia, la Messa alla domenica, lo spazio di silenzio. Terzo, il più difficile, imparare a dire no. «Il no è la realtà che custodisce i nostri sì», osserva Ghiglia. Due sposi che si giurano fedeltà non vivono solo di quel sì detto il giorno del matrimonio: vivono anche dei centomila no detti alle realtà esterne che verranno negli anni. Una vita senza firmamento, ha poi concluso il frate, non è semplicemente disorganizzata, è una vita spiritualmente pericolosa. Quando tutto si mescola non succede niente di tranquillo: succede il diluvio. Succede il ritorno al caos. La domanda che ha lasciato in dote è stata concreta e da portare a casa: «Qual è il firmamento della tua vita in questo momento? Cosa c’è di fermo, di stabile? E lo stai rispettando, o lo stai violando?».
Prossimo appuntamento sabato 18 aprile, sempre al monastero di Santa Cristiana a Santa Croce sull’Arno.

