Pastorale Familiare

Dietro gli smartphone, ragazzi soli: i rischi della pornografia

di Francesco Fisoni

Pornografia on demand, disponibile a qualsiasi età, gratuita e anonima: una catastrofe antropologica silenziosa che si consuma ogni giorno sugli smartphone dei nostri figli. È stato questo il filo conduttore dell’ultimo incontro del percorso organizzato dalla Pastorale familiare diocesana, dove la consulente familiare Marcella Rosso ha affrontato con schiettezza il rapporto fra teenager, schermi e sessualità. La risposta al problema, sostiene Rosso, non sta nel silenzio né nel controllo tecnologico, ma nella relazione, a patto che gli adulti abbiano il coraggio di fare prima i conti con se stessi.

C’è un episodio che Marcella Rosso, consulente familiare e sessuale con decenni di lavoro sul campo, porta con sé come un sasso in tasca: un ragazzo di seconda superiore, quindicenne, brufoli e incertezze incise sulla faccia, le confessa un giorno con candore disarmante di non riuscire a «durare così tanto» con la sua ragazza, come gli attori porno che ha visto sul cellulare. Non sa, il ragazzo, che quello che ha guardato è un prodotto montato, sospeso e ripreso. Per lui è la realtà. Anzi, è il metro con cui misurerà la propria realtà per molto tempo. È da situazioni come questa che bisogna partire, se si vuole parlare con schiettezza del rapporto tra adolescenti e pornografia: ossia proprio dal volto di un ragazzo che si crede inadeguato perché la finzione industriale dell’eccitazione lo ha convinto di esserlo. E per noi adulti è tanto più difficile farlo, quanto più siamo ingaggiati in prima persona come genitori. Marcella Rosso ha parlato soprattutto di questo nell’ultimo appuntamento del percorso organizzato dalla Pastorale familiare della diocesi di San Miniato, tenutosi a Ponticelli lo scorso venerdì 20 marzo. Titolo dell’incontro: «Corpi, schermi e desideri: crescere nell’era del porno».

Prima ancora degli schermi cercati dai teenager con smodato desiderio e guardati con imbarazzo e senso di colpa – c’è il corpo. Quello degli adolescenti C’ è un corpo che non si riconosce: scoordinato, in evoluzione, percepito nei termini impietosi che Rosso sintetizza con due parole rubate ai ragazzi stessi: «ciccia e brufoli». E nella stagione della vita in cui l’immagine di sé è la più fragile e la più esposta, la nostra società ha pensato bene di consegnare ai quattordicenni uno schermo tascabile che trasmette, ventiquattro ore su ventiquattro, corpi perfetti e costruiti al millimetro. Il combinato disposto tra insicurezza adolescenziale e pornografia on demand – che ce ne accorgiamo o no – è a tutti gli effetti una catastrofe antropologica silenziosa. La questione quindi non è se i ragazzi guardino la pornografia, ma quando e quanto presto. La media dell’esposizione alla pornografia, ci dice Rosso, coincide con la fine delle elementari e l’inizio delle medie, un periodo della vita in cui la parte emotiva è ancora un cantiere aperto. A quell’età non si dispone degli strumenti per decodificare ciò che si vede. Non si capisce che è costruito, si sa solo che fa effetto. Un effetto che, come certi acidi, incide in profondità e lascia tracce durature. Scoraggiante poi apprendere che la pornografia è diventata oramai merce di consumo anche per le ragazze, quando una volta era di quasi esclusivo appannaggio del sesso maschile.

La relatrice ha raccontato di ragazzi quindicenni che descrivono il sesso come «ginnastica»: si bruciano più calorie che in palestra, le dicono spesso con sicumera spavalda, mostrando la maschera di un enorme disorientamento. E la loro non è nemmeno stoltezza, ma l’esito prevedibile di un’educazione sentimentale affidata agli algoritmi. Nella pornografia non c’è relazione, non c’è imbarazzo, non c’è il tremore di chi si mette nelle mani di un’altra persona. C’è solo prestazione e funzionamento. C’è la meccanica del corpo senza il mistero di chi lo abita. Il danno è enorme: ai ragazzi viene consegnata un’idea di sessualità come performance misurabile; alle ragazze un canone di corpo irraggiungibile. Gli uni impareranno a chiedersi se «funzionano», le altre se «misurano». Entrambi perderanno qualcosa che non sapranno nemmeno di aver perso.

Si potrebbe pensare che la soluzione, per noi adulti, sia il silenzio, il non parlarne. Sarebbe un disastro! La soluzione è invece l’esatto contrario, e su questo Rosso è netta: è proprio il silenzio che lascia i ragazzi soli con le loro domande e con le immagini che non riescono a decifrare. La curiosità, ha sottolineato, non è il problema; la curiosità è sempre stata lì, sono solo cambiati i canali di approvvigionamento: ieri erano i giornaletti di contrabbando, oggi è ciò che passa da uno schermo. Il problema è che oggi questi canali sono illimitati e gratuiti, garantendo l’assoluta anonimità di chi li frequenta.

Quando un genitore scopre che un figlio «consuma» pornografia, la reazione istintiva è la rabbia, che è comprensibile. Ma la rabbia chiude alla relazione. E quel che serve in queste situazioni è proprio la relazione. Non è il controllo parentale sullo smartphone, o il blocco dei siti, a risultare vincente in una stratega di correzione, ma la comunicazione con il proprio figlio costruita nel tempo, fatta di domande che non giudicano e di risposte che non mentono. C’è poi un passaggio che Marcella Rosso non risparmia a genitori ed educatori, che forse è anche il più scomodo: prima di interrogare i figli, occorre interrogare noi stessi. Come si vive nella coppia la propria sessualità? Con quale serenità, con quale capacità di comunicarla? Non si tratta di confessioni imbarazzanti da fare ai figli, ma di qualcosa di più sottile e più vero: i ragazzi captano tutto. Capiscono quando c’è armonia e quando c’è ombra, quando c’è autenticità e quando c’è recita. La prima educazione sessuale in famiglia allora, ha proseguito la relatrice con una formula che colpisce, «non sono le parole ma il vissuto». Se gli adulti non hanno fatto i conti con la propria storia, con i modelli sbagliati assorbiti a loro volta, rischiano di trasmettere esattamente quelle crepe che sperano di evitare ai figli.

È una responsabilità che fa quasi paura. Ma è anche una porta. Perché riconoscere che anche noi siamo stati formati da immagini sbagliate, da silenzi di famiglia, da pudori che erano paure travestite, è già l’inizio di qualcosa di diverso.