Dalle Diocesi

Comunione tra le Chiese nella festa di Arezzo

di Antonio Baroncini

Una festa liturgica emozionante e partecipata ha segnato domenica 15 febbraio la ricorrenza della Madonna del Conforto, patrona della città di Arezzo.

La celebrazione rievoca il miracolo del 1796, quando l’immagine della Vergine, annerita dal fumo, tornò splendente segnando la fine del terremoto che aveva colpito la città. La sera del 15 febbraio 1796, quattro persone raccolte in preghiera assistettero a un prodigio: la piccola immagine di Maria Santissima, scurita dalla fuliggine, divenne improvvisamente bianca e luminosa. L’evento, interpretato come un segno di consolazione celeste, coincise con la cessazione delle scosse sismiche che da giorni tormentavano Arezzo.

Quest’anno la celebrazione ha assunto un significato particolare per la comunità sanminiatese, presente con il vescovo Giovanni Paccosi e alcuni sacerdoti della nostra diocesi. La partecipazione è stata resa ancora più significativa per la nostra chiesa locale dato che a guidare la diocesi di Arezzo c’è monsignor Andrea Migliavacca, che per sette anni è stato nostro pastore. Un legame che ha fatto sentire anche i fedeli sanminiatesi «un po’ aretini», come testimoniato dall’atmosfera di fraternità che ha caratterizzato la giornata.

A presiedere la Messa pontificale c’era il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, la cui presenza ha conferito alla celebrazione una dimensione universale. Nell’omelia, il porporato ha saputo unire la grande partecipazione di popolo in un unico abbraccio di fede, toccando i cuori dei presenti con riflessioni profonde sulla U speranza che nasce anche dal dolore. «Dove vediamo solo macerie», ha affermato il cardinale Pizzaballa riferendosi alla desolazione che la guerra sta infliggendo da Gaza alla Cisgiordania, «Isaia ci dice che nella fede si può vedere anche qualcosa oltre la realtà immediata».

Una visione, ha sottolineato, che è «una scelta del cuore», perché «si vede con gli occhi, ma si vede soprattutto con il cuore». Di fronte alle stesse macerie, ha spiegato, due persone possono avere letture completamente diverse «a seconda di cosa hanno nel cuore». Quelle rovine non sono solo pietre, ma «disastri umani nelle relazioni, nella vita». Eppure, ha assicurato il patriarca, «non è tutto perduto, si può ricominciare» da Gaza alla Cisgiordania, fino alle nostre famiglie. «Dappertutto c’è bisogno di ricostruire, di sanare, di guarire». «Abbiamo bisogno di una parola di conforto», ha concluso Pizzaballa, «una parola che, come quella di una madre, sappia generare vita».

Parole che hanno trovato eco nella scritta che campeggia sopra la cancellata della cappella: Confortetur cor tuum: ecce Mater tua (Si conforti il tuo cuore: ecco tua Madre). Un messaggio di speranza e di affidamento materno che, dalla piccola città toscana, si è irradiato verso Gerusalemme e il mondo intero, ricordando che la fede sa vedere oltre le macerie, verso la possibilità di una rinascita.