Con una cerimonia pubblica, preceduta dalla Santa Messa presieduta dal vicario generale mons. Roberto Pacini, domenica 6 settembre si è riaperto al culto il Santuario della Madonna di San Romano. Da qualche mese era chiuso a causa di importanti lavori di consolidamento e restauro dell’apparato decorativo in gesso e stucco delle cupole e delle volte. Quattro anni fa, proprio durante la messa uno dei rosoni si staccò e cadde al suolo, per fortuna in un punto in cui non c’era nessuno. Fu un segnale di allarme, perché di rosoni come quello, sopra alle teste dei fedeli, ce ne sono a centinaia: non si poteva rischiare. Il santuario fu prima chiuso e poi messo in provvisoria sicurezza con la posa in opera di una rete protettiva. Si trattava però di una soluzione provvisoria in attesa di poter disporre delle risorse per provvedere in maniera definitiva: il lavoro da fare era lungo e complesso, perché si trattava di verificare la stabilità di tutti i rosoni e di intervenire con le adatte metodologie di consolidamento su quelli che fossero risultati ancorati in maniera precaria. Si trattava di un lavoro complesso, anche perché tutte queste decorazioni si trovano appese sotto le coperture a volta e a cupola del santuario e soprattutto a una quota che va dai dodici ai diciotto metri dal piano del pavimento.
A ogni buon conto si trattava di un lavoro indispensabile e inderogabile e quindi, una volta recuperati i finanziamenti presso la CEI (Confederazione Episcopale Italiana), la Regione Toscana, La Fondazione Cassa di Risparmio di San Miniato e naturalmente dalle elargizioni popolari si è dato il via ai lavori secondo il progetto di restauro messo a punto dall’Arch. Paolo Tinghi e dal Geom Luca Rossi, concordato e approvato dall’Architetto Maria Grazia Tampieri della Soprintendenza ai Monumenti di Pisa.
Sono stati allora posizionati i ponteggi che hanno riguardato tutta la superficie del Santuario e che si sono spinti fino a Quindici metri di altezza per poter lavorare alle decorazioni in piena sicurezza. La ditta Pulvirenti Restauri Architettonici di Pisa ha portato a termine tutti le operazioni necessarie con sapienza e maestria. Naturalmente dopo l’impegnativo lavoro del posizionamento delle impalcature, non ci si poteva limitare al puro e semplice consolidamento delle strutture pericolanti, ma si è colta l’occasione per ripristinare le cromie originali che, nel corso dei decenni erano state manomesse, sicuramente dagli interventi frettolosi del dopoguerra, ma anche da inadeguate manutenzioni avvenute negli anni successivi. Inoltre in ogni caso sarebbe stato necessario “pulire” le superfici ingrigite e opacizzate dai fumi e dalle polveri nel tempo accumulate. Si sono effettuati allora dei saggi stratigrafici per andare a recuperare sotto i vari strati di pittura quelli più antichi, quelli originali e sulla base di queste ricerche si è concordato con la funzionaria della Soprintendenza una “palette” di sfumature di colori, che è stata applicata secondo un preciso abaco ai vari componenti della struttura e delle decorazioni.
Il risultato finale, che si poteva già intuire salendo sulle impalcature, si è rivelato sorprendente, quando le stesse sono state rimosse e il cielo del santuario si è mostrato in tutta il suo articolato splendore. Le decorazioni a stucco seguono e valorizzano l’andamento della cupola centrale e della semicupola dell’abside, ma anche quello della volta a botte di ingresso e delle corte scarselle laterali. In questo caso la decorazione non è solo forma, ma diventa parte integrante dell’architettura.
E proprio il recupero delle decorazioni ha permesso di porre l’attenzione sulla genesi costruttiva di questo complesso edilizio, cosi particolare e originale. Nel corso delle ricerche storico artistiche precedenti e parallele all’esecuzione dei lavori è stato interessante riscoprire e approfondire la storia di questo monumento e scoprire che quello che si sapeva non era tutto, ma solo una parte e forse anche minima di quello che invece si poteva, e sicuramente si doveva, sapere. In effetti in ambito locale ma forse anche in un ambito più generale questo complesso monumentale del Santuario Mariano di san Romano è stato sempre sottovalutato e forse oggi è arrivato il momento di ricredersi. È sempre stato considerato e classificato frettolosamente come un’espressione di un’architettura ottocentesca corrente e invece, a un attento e più consapevole esame, sicuramente si mostra come un prodotto importante di una eccellente architettura, anche perché era stato ideato e realizzato da un valente e famoso architetto dell’epoca: Pasquale Poccianti, l’architetto granducale: l’autore di tante opere pubbliche della prima metà dell’800; basti ricordare: l’acquedotto di Colognole con il grande edificio del Cisternone a Livorno, lo scalone di Palazzo Pitti e La tribuna d’Elci in San Lorenzo a Firenze. Pasquale Poccianti era un architetto vero, un professionista esperto e informato, innamorato del suo lavoro, su cui si impegnava sempre, indipendentemente da chi fossero stati i committenti: francesi o austriaci, non importava; quello che contava era risolvere i problemi, anche se, a volte anche lui forse aveva momenti di scoramento quando si scontrava con una rigida e incompetente burocrazia e con le inaccettabili richieste di una committenza gretta e retriva. Anche il cantiere di San Romano si è protratto un po’ per le lunghe, finisce nel 1837, mentre l’incarico gli era stato conferito nel 1816 subito dopo il congresso di Vienna, perché il nuovo tempio per la Madonna doveva rappresentare una specie di ex voto per grazia ricevuta, dopo le scorrerie dei francesi di Napoleone in Italia e in Toscana.
Prima di quella che ci è rimasta, e sulla quale si sono effettuati gli interventi di restauro aveva proposto per la grande cappella altre soluzioni architettoniche diverse di cui ci sono rimasti schizzi e disegni. Tutte queste notizie, i grafici e i disegni si sono potuti trovare nella voluminosa cartella che riguarda San Romano, che ancora amorevolmente si conserva presso i discendenti dell’architetto che hanno messo benignamente e cortesemente a disposizione tutto il materiale nella stessa contenuto. Per ora, nella mole dei documenti, si è potuto spigolare un po’ qui e un po’ là, ma di certo occorrerà approfondire e capire quali e quanti siano stati davvero i rapporti che il famoso architetto granducale ha avuto con la comunità di San Romano. Inoltre appare certo ed è documentato, che sia stato proprio lui (il Poccianti) l’artefice della ricomposizione complessiva della facciata esterna sulla piazza: sono stati trovati i disegni della sistemazione e poi quelle due grandi finestre a lunetta una a destra e una a sinistra rappresentano uno dei suoi tipici tratti distintivi, il suo marchio di fabbrica.
Ebbene, si auspica allora che presto si possa porre mano anche al restauro della facciata, riconsiderando e prendendo in considerazione proprio gli appunti e gli schemi di progetto dell’architetto granducale. In conclusione si può dire che i lavori di consolidamento e restauro della decorazione interna hanno contribuito a mettere in luce l’importanza di un’opera architettonica colpevolmente fino a oggi poco valorizzata: l’intero complesso monumentale del Santuario di San Romano, che l’architetto Pasquale Poccianti ha magistralmente inquadrato all’interno della corrente stilistica, ancora non sufficientemente né studiata, né conosciuta del Neo Classicismo ottocentesco italiano. Si deve quindi a lui se oggi San Romano può vantarsi di poter presentare al mondo un’opera architettonica così di pregio. In attesa di ulteriori sviluppi collegati ai nuovi e doverosi studi, ci si goda per ora, all’interno la visione pacificante, finalmente recuperata, della “Divina Bellezza”.


