14 Settembre

L’Esaltazione della Santa Croce

di don Francesco Ricciarelli

Nella cappella maggiore della basilica di San Francesco ad Arezzo, un uomo avanza a piedi nudi verso le porte della Città santa, portando sulle spalle il legno pesante della Croce. È la raffigurazione (oggi purtroppo in gran parte perduta) dell’imperatore Eraclio che riporta a Gerusalemme la Vera Croce, riconquistata ai Persiani.

Nell’affresco che chiude il ciclo dedicato alla Leggenda della Vera Croce, Piero della Francesca dipinge un condottiero che si è fatto piccolo per poter passare da una soglia che il trionfo militare, da solo, non gli avrebbe consentito di varcare. Il ciclo di affreschi è un capolavoro del Rinascimento, realizzato nella cappella Bacci, dal nome della famiglia che ne finanziò la decorazione, tra il 1452 e il 1466, e traduce in immagini la narrazione che due secoli prima il domenicano Jacopo da Varazze aveva raccolto nella sua celebre opera sulle vite dei santi: la Legenda Aurea. La storia comincia con la morte di Adamo e il ramo dell’albero della vita piantato sulla sua tomba, passa attraverso l’incontro tra re Salomone e la regina di Saba, che riconosce in una trave della reggia il legno dell’albero della Conoscenza; il sogno di Costantino e la vittoria su Massenzio nella battaglia di Ponte Milvio; la madre di Costantino, Elena che fa scavare il terreno sul Golgota e ritrova la croce di Gesù; e infine il furto della preziosa reliquia da parte del re persiano Cosroe II e la sua riconquista da parte di Eraclio. È nell’ultima scena, quella del ritorno a Gerusalemme, il riferimento diretto all’evento che la liturgia celebra il 14 settembre.

La Croce può rientrare nella Città Santa, ma solo dopo che l’imperatore sia sceso da cavallo e si sia spogliato dei simboli del suo potere. Un angelo, racconta Jacopo da Varazze, gli ha infatti ricordato che Cristo attraversò quella porta non su un destriero da guerra ma su un umile asino. Qui il pennello di Piero della Francesca interpreta con precisione teologica la parola «esaltazione»: un innalzamento che nasce dallo svuotamento, la vertiginosa kénosis di cui parla san Paolo nell’inno della lettera ai Filippesi. Colui che si è fatto servo e si è umiliato fino alla morte, e alla morte di croce, proprio per questo è stato innalzato e ha ricevuto un nome che è al di sopra di ogni altro nome. Nel 569 d.C., il poeta Venanzio Fortunato avrebbe composto il celebre inno Vexilla Regis per celebrare l’arrivo a Poitiers della reliquia della Vera Croce, inviata dall’imperatore bizantino Giustino II alla regina dei Franchi, Radegonda. Qui la kénosis divina è condensata in quattro parole: regnavit a ligno Deus, Dio regnò dal legno. L’inno di Venanzio Fortunato è entrato nel breviario: si canta il Venerdì Santo e nelle feste della Croce. Lo reciteremo quindi nei Vespri del 14 settembre. Nel Cinquecento Tomás Luis de Victoria rivestì quest’inno di una solenne veste polifonica. Ne compose due versioni, una a quattro voci, stampata nella raccolta Hymni totius anni (1581) e successivamente una more hispano, a sei voci, utilizzando una variante melodica legata alla tradizione mozarabica. Strofa dopo strofa, il canto piano gregoriano, spoglio come il legno della croce, si alterna a complesse tessiture polifoniche, esprimendo lo stesso movimento che l’affresco racconta per immagini: una voce che si spoglia, nella semplicità del canto monodico, che viene di nuovo ornata con la gloria di una melodia intonata a più voci. L’imperatore Eraclio, spogliandosi della porpora per rientrare scalzo, non fa che ripetere simbolicamente il gesto che Gesù Cristo ha compiuto una volta per tutte per la nostra redenzione: Dio regnò dalla Croce. Mentre il mondo continua a misurare il valore delle cose dalla loro capacità di apparire in pompa magna, la festa dell’Esaltazione della Croce ci ricorda una verità fondamentale che deriva dal cuore stesso della Rivelazione, una lezione che non è ispirata a prudenza umana ma al mistero stesso di Dio: chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato.