Tradizioni

Il fuoco e la «guazza» nella magica notte di San Giovanni

di Pitinghi

La notte di San Giovanni, tra fuochi purificatori, guazza benedetta, erbe magiche e riti apotropaici, affonda le radici in una civiltà contadina che cercava di aiutare il sole dopo il solstizio d’estate. Tradizioni antiche rivivono nel «bruciare la mosca» davanti al Duomo

San Giovanni è l’unico santo della tradizione cristiana che si ricorda anche nel giorno anniversario della nascita e non solo in quello della morte, come invece succede per tutti gli altri. Ci sarà pure un motivo! Esattamente sei mesi dopo nascerà Gesù, mentre esattamente tre mesi prima l’Angelo aveva preannunciato a Maria, tra l’altro, che la cugina Elisabetta avrebbe avuto in tarda età questo figlio. E quindi fin dalle origini la notte in cui nasce San Giovanni è una notte di prodigio ed è anche curioso notare come tutti questi eventi su cui si fonda la religione cristiana coincidano con eventi astronomici culminanti. L’annunciazione con l’equinozio di primavera, la nascita del Battista con il solstizio d’estate e la nascita di Cristo con il solstizio d’inverno.

L’inizio degli eventi appare quindi sempre come preordinato da una mente superiore, mentre la fine no, la fine appare casuale, spesso condizionata più dagli eventi umani, che soprannaturali. Cristo infatti muore e risorge a Pasqua in una data variabile, in una data stabilita dalla tradizione ebraica: e la data della Pasqua non corrisponde mai a nessun evento astronomico culminante. Ma qui si parlava della festa di San Giovanni o meglio della «notte magica» di San Giovanni. Lui sì, lui è nato proprio quando il sole arriva in cima alla sua salita, appena un attimo, il tempo di guardarsi intorno e deve iniziare a scendere. Per noi qui sulla terra significa che le ore di luce diminuiscono quindi si dice che le giornate scorciano. È un guaio, perché a noi piace più la luce del buio e allora, quando gli uomini erano più ingenui, pensarono di poter dare una mano al sole, di poterlo aiutare in qualche modo a continuare a splendere un po’ di più, anche dopo che aveva iniziato la discesa. E allora un po’ per fede e un po’ per gioco all’imbrunire, quando il sole non ce la faceva più e spariva per andare a dormire loro accendevano dei fuochi e rischiaravano il buio e questa era una magia, perché si poteva continuare a vivere, a ballare, a cantare intorno al fuoco, mentre il fuoco consumava il male, purificava il mondo, perché anche il fuoco, come questa notte, è magico, anzi sacro. forse è questa l’origine dei fuochi che poi si sono continuati a accendere nella notte di San Giovanni.

Ma nella notte di San Giovanni il fuoco è sacro, ma anche l’acqua è sacra, nella sua forma più pura, nella sua forma più inconsistente di rugiada, ovvero di “guazza”, come si dice in Toscana: la guazza è un’acqua che c’è, ma non si vede, è un’acqua che cade lentamente appoggiandosi sull’aria, un’acqua magica e, proprio come il fuoco, un’acqua sacra. Si posa sui campi, si posa sui fiori, si posa sulle erbe odorose e le ragazze non resistono, con le loro vestagliette leggere si rotolano sui prati e ne escono bagnate, purificate, ammaliate da un rito spontaneo che le fa rinascere dalla terra con la stoffa appiccicata alla pella e l’ebrezza di una nuova fertilità. Ma prima si erano raccolti i fiori di campo, i mazzetti odorosi, i petali carnosi delle rose, che si erano annegati nella catinella con l’acqua pura della fonte, che diventa nella notte sotto la sacra guazza, acqua lustrale, acqua magica con cui lavarsi il viso stropicciarsi gli occhi, detergersi il corpo. È l’acqua di San Giovanni che fa diventare più belli, che illumina lo sguardo, che alliscia anche la pelle. E c’erano donne molto esperte, che raccoglievano piante, erbe, fiori e ne facevano infusi e pozioni, che curavano molti mali e anche queste donne dicevano che certe erbe, certi fiori, certe piante dovevano essere raccolte, per essere efficaci, solo nella notte magica di San Giovanni. Così prima dell’alba fasci di camomilla venivano trasferiti nelle case dei contadini, dove si staccavano i capolini e si facevano essiccare e così si faceva con altre erbe che magari io non conosco. Queste donne erano esperte erboriste, tanto esperte e tanto brave, che spesso creavano invidie e sospetti fino al punto che la gente riteneva che fossero dotate di poteri soprannaturali a loro concessi dalle forze del male. Forse sono nate proprio così le storie, purtroppo spesso più reali che fantastiche delle streghe. Si dice quindi che durante questa magica notte, a Benevento tutte le streghe si riunivano intorno al famoso noce, in un mitico sabba.

E si dice che, oltre allo Strega il famoso liquore giallo, abbia avuto origine sempre da questa città, da questo noce, la preparazione del famoso liquore detto appunto Nocino. Occorrono 24 noci e, a salire sull’albero a piedi nudi per coglierle deve essere la donna più abile e più esperta. Deve scegliere le noci più belle: devono essere ancora verdi e dal mallo perfetto, e solo se colte nella notte di San Giovanni avranno i profumi migliori e saranno ricche di linfa, oli e vitamine. Non si può fare il nocino se le noci non sono di quella notte. Ma legato alla notte di San Giovanni c’è anche l’aglio, che proprio per il suo forte odore di zolfo si collega ai miasmi sulfurei della magia nera e degli spiriti sia buoni che cattivi. E allora non va evitato, ma addirittura acquistato nel giorno di San Giovanni. Sembra che ci sia un detto che recita: «Chi non compra l’aglio di San Giovanni, sarà poveretto tutto l’anno!».

E allora, perché non acquistare un capo d’aglio a San Giovanni per scongiurare la miseria? E poi l’aglio in cucina, fa sempre comodo. Un detto questo che spinge ancora oggi molte persone, che tengono a tradizioni e superstizioni, ad accaparrarsi in questo giorno almeno un capo d’aglio, per avere soldi tutti l’anno. L’aglio, è potente contro i sortilegi, ma propizia anche l’arrivo di denaro. Ma una delle tradizioni più poetiche da mettere in atto a San Giovanni è quella del “veliero” fatto con l’albume d’uovo. È semplice. Si prende una caraffa di vetro chiaro, si riempie di acqua fresca di fonte, si prende un uovo e si separa l’albume dal tuorlo, il tuorlo si usa per lo zabaione e invece l’albume si appoggia sulla superficie dell’acqua con cui abbiamo riempito la nostra caraffa. Non si agita. Si mette la caraffa sotto il cielo della notte di San Giovanni in modo che la guazza portentosa faccia il suo magico effetto e la mattina dopo i filamenti bianchi dell’albume all’interno della massa d’acqua avranno formato un vero e proprio veliero. In base alla bellezza della barca, all’ampiezza delle sue vele, all’altezza dell’albero maestro, potremo sortire tutti i nostri migliori auspici per il nostro futuro. Se poi ci troviamo solo un piccolo ammasso lattiginoso sul fondo della caraffa possiamo sempre dire che l’uovo non era fresco.

Ma tutta questa storia che ho raccontato mi è venuta in mente, perché la scorsa settimana per davvero a San Miniato sul prato del Duomo, abbiamo bruciato la mosca! Anche questa è una tradizione magica della notte di San Giovanni: Bruciare la mosca vuol dire in senso reale sbarazzarsi di un parassita, in senso figurato può voler dire tante cose. Il tutto nasce nella civiltà contadina, quando non si conoscevano le malattie delle piante e i motivi per cui si potessero ammalare e allora si dava la colpa alla “mosca” in senso lato, un nemico subdolo che bisognava eliminare, soprattutto, se, come in questa stagione, avesse compromesso il prossimo raccolto del grano, che si stava per mietere. Il rito apotropaico si faceva, anche questo, nella notte di San Giovanni. Dopo aver acceso il grande fuoco per ridare vigore al sole in mezzo all’aia, sulle ceneri ancora ardenti si bruciavano dei mazzetti di spighe di grano legati con dei capi d’aglio. Quei mazzetti rappresentavano proprio le “mosche” che avevano anche l’aria di volare, perché erano appesi in cima a una canna flessibile.

Ebbene davanti alla cattedrale il rito è stato riprodotto, nel senso che lo abbiamo rivisto dal vero, anche se di certo non lo abbiamo rivissuto con la stessa trepidazione dei contadini di un tempo. Abbiamo trovato lì, già preparate le “mosche” fatte con le spighe e, quando il fuoco stava per spengersi, le abbiamo fatte tutte bruciare, avvicinandole ai tizzoni ardenti. Mentre le mosche bruciavano ho pensato che ciascuno di noi in cuor suo potesse aver dato una sembianza alla sua mosca da bruciare: che so: il lavoro noioso, la bolletta del gas, il vicino di casa invadente, la suocera, ma poi mi è venuto il dubbio che invece vedessero bruciare solo le spighe e l’aglio: mi è un po’ dispiaciuto e allora per quanto riguardava la mia mosca ho subito pensato di bruciare la mosca dell’oblio, la mosca della perdita della memoria collettiva, la mosca che fa dimenticare il passato e la storia e ci sradica dalle nostre radici. Questa mosca, ho pensato, dev’essere bruciata! Poi sono ripresi i canti, i balli e l’allegria indotta dai cantanti e dai musici dei Vincanto, che invece rinfocolano la nostra antica memoria popolare e poi siamo scivolati nella magica notte di San Giovanni.