Un incontro sull’enciclica di Leone XIV con mons. Ciattini e il prof. Simoncini

Una magnifica fragilità: l’umano davanti all’AI

La Redazione

Una partecipazione al di sopra di ogni aspettativa ha salutato, lunedì 23 giugno, una serata di approfondimento dedicata alla recente enciclica di Papa Leone XIV Magnifica humanitas, sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Relatori d’eccezione, monsignor Carlo Ciattini, vescovo di Massa Marittima-Piombino e Isola d’Elba, e il prof. Andrea Simoncini, ordinario di diritto costituzionale all’Università di Firenze, dove è anche titolare del corso in Rights and Rules for Artificial Intelligence. L’incontro, organizzato dal Centro Culturale San Miniato insieme alla Fondazione Madonna del Soccorso ETS e all’Uneba Pisa, si è svolto a Fucecchio, presso il Centro di Aggregazione «La Calamita». La serata è stata moderata dalla presidente del circolo culturale San Miniato, Benedetta Panchetti.

UN DOCUMENTO CHE PARLA A TUTTI

Il primo nodo sollevato, e forse il più importante metodologicamente, è stato quello del destinatario dell’enciclica. Non un testo rivolto soltanto ai fedeli cattolici, bensì — come recita esplicitamente il punto 16 del documento: «a tutti i fedeli cattolici, a tutti i cristiani, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà». Una scelta che il Prof. Simoncini ha sottolineato con forza, richiamando la tradizione inaugurata da Giovanni XXIII con la Pacem in Terris e la celebre autodefinizione che Paolo VI aveva offerto nell’ottobre 1965, davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite: la Chiesa come «esperta in umanità». Non una pretesa di governo spirituale universale, ma la rivendicazione di un’esperienza storica bimillenaria «la più antica organizzazione sociale giuridica che esista al mondo», ha osservato il professore fiorentino – che conferisce al magistero pontificio un’autorevolezza che trascende i confini confessionali. Tanto che la settimana precedente all’incontro, Simoncini aveva presentato l’enciclica in Consiglio Regionale Toscano insieme all’Arcivescovo di Firenze.

LA DOTTRINA SOCIALE COME TEOLOGIA DELLA RELAZIONE

Mons. Ciattini ha voluto sgombrare il campo da un equivoco frequente: la dottrina sociale della Chiesa non è un corpus di indicazioni assistenziali, né una «terza via» tra capitalismo e socialismo. È, come ha scritto Giovanni Paolo II nella Sollicitudo rei socialis, parte integrante della teologia morale. Il suo nucleo è antropologico e trinitario: l’uomo è creato a immagine di un Dio che è comunione di persone, e dunque è costitutivamente essere-in relazione. Il peccato, nella lettura biblica che Ciattini ha proposto, non è anzitutto trasgressione di una norma, ma rottura progressiva di legami: con Dio, con se stessi, con l’altro, con il creato. La storia del magistero sociale è la storia di come la Chiesa ha risposto, di volta in volta, a ciascuna di queste rotture. «Magnifica humanitas» si inserisce in questo solco con piena consapevolezza: il sottotitolo «sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale» – indica che l’IA è il contesto, non il soggetto. Il soggetto è sempre e soltanto l’uomo. Come ha ricordato il vescovo citando il pontefice stesso, Leone XIV non intende offrire «una trattazione sull’intelligenza artificiale né ripercorrere una bibliografia ormai vastissima», ma richiamare «alcuni elementi essenziali per un discernimento morale e sociale che costituisca il primato della persona».

BABELE E NEEMIA: DUE VISIONI DEL MONDO

Il cuore speculativo della serata è stato occupato da una delle più originali architetture concettuali dell’enciclica: l’opposizione tra Babele e Neemia come due modelli contrapposti di organizzazione sociale. La Torre di Babele – riletta alla luce del presente dal prof. Simoncini attraverso un episodio reale del 2017, quando due sistemi di intelligenza artificiale sviluppati da Meta avevano cominciato a comunicare tra loro in un linguaggio che i ricercatori umani non riuscivano più a comprendere- rappresenta la pretesa tecnocratica di eliminare ogni limite, ogni bisogno, ogni fragilità. Una pretesa che si traduce, sul piano sociale, in concentrazione di potere senza precedenti: non negli Stati, ma in pochi grandi attori economici e tecnologici privati che «fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità, le possibilità stesse di partecipazione». L’enciclica è esplicita su questo punto, e Simoncini ha riferito di aver letto quel passaggio ai propri studenti universitari senza dire chi fosse l’autore: lo hanno attribuito a Ursula von der Leyen. Neemia è l’alternativa. L’omonimo libro biblico, ben più esteso e articolato rispetto al breve episodio di Babele nella Genesi, racconta di un uomo che torna a Gerusalemme distrutta e, invece di affidarsi a un progetto centralizzato, assegna a ogni famiglia, a ogni tribù, un pezzo di muro da ricostruire. La corresponsabilità diffusa contro la delega totale alla macchina; la vulnerabilità accettata come condizione della relazione contro il sogno transumanista di un’umanità senza limiti. «Neemia è il mio nuovo idolo», ha concluso il professore con una battuta che ha strappato un sorriso alla sala, «farò una maglietta: “Io sto con Neemia”».

IL LIMITE COME LUOGO DELL’UMANO

Uno dei punti più densi teologicamente, e più controcorrente culturalmente, è stato quello sul valore positivo del limite. L’enciclica, al numero 118, afferma che tutto ciò che appare come «incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità» tende oggi «ad essere letto anzitutto come difetto da correggere più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione». Ciattini ha citato in questo senso il Cardinale Fernándeze il richiamo dell’enciclica al transumanesimo: sopprimere il dolore significa sopprimere l’amore, perché chi ama è costitutivamente esposto alla sofferenza. Un paradosso antico – «sine dolore non vivitur in amore», è già nell’Imitazione di Cristo medievale – che il documento ripropone con tutta la sua forza provocatoria di fronte alle promesse della tecnica. Anche Romano Guardiniè chiamato in causa, attraverso una citazione che Leone XIV recupera quasi un secolo dopo la sua formulazione originale: «l’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza». Più potente non significa necessariamente migliore. La macchina che promette di liberarci da ogni fragilità, ha osservato Simoncini, chi la controlla ha «il potere più grande che esista sulla terra», perché chiunque promette all’uomo l’eternità acquista su di lui un potere assoluto.

LA GRANDE ALLEANZA EDUCATIVA

Di fronte a questa sfida, l’enciclica non si limita a invocare una regolamentazione normativa, pur riconoscendola come necessaria e imprescindibile. L’Unione Europea ha prodotto leggi sull’intelligenza artificiale, ha ricordato Simoncini, ma si applicano principalmente a soggetti non europei, e il problema di chi deve applicarle resta irrisolto. La risposta più radicale che Leone XIV propone è educativa: «una grande alleanza educativa per l’era digitale». Educare non significa vietare. «Educare all’uso dell’intelligenza artificiale implica educare a decidere quando e per cosa non usarla», ha citato Simoncini. La velocità e la facilità con cui l’IA fornisce risposte rischiano di «spegnere il desiderio di porre domande», che è invece il motore di ogni formazione autentica. La scuola torna ad essere luogo strategico; la famiglia, pur affaticata, resta il nucleo irriducibile del processo educativo. Il professore ha portato la propria esperienza universitaria: ha scelto deliberatamente di permettere l’uso dell’IA nei propri corsi, ma rendendo visibile e discusso il modo in cui viene impiegata, trasformando la trasparenza sull’uso in strumento pedagogico.

LA VOCE DEL VESCOVO DI SAN MINIATO

Tra gli interventi dall’assemblea, ha preso la parola anche monsignor Giovanni Paccosi, vescovo della nostra diocesi, che ha colto nell’enciclica non solo un documento di denuncia ma uno «sguardo più umano» sulla realtà, capace di «tenere insieme tutto ciò che è la persona umana». Girando in questi giorni tra oratori, centri estivi e campi solari della diocesi, il vescovo ha osservato come i ragazzi, quando sono immersi in esperienze concrete e relazionali, semplicemente «non cercano il cellulare». La migliore risposta alla dipendenza tecnologica non è la proibizione ma l’offerta di qualcosa di più: un’esperienza dell’umano che la macchina non può imitare.

UN’ENCICLICA DA MASTICARE LENTAMENTE

Ciattini, chiudendo il suo intervento, ha offerto ai presenti un consiglio di lettura: cominciare dall’indice, saltare al capitolo terzo- il più ricco e definitorio sulla dottrina sociale – per poi procedere al capitolo sull’intelligenza artificiale e infine alle tre grandi aperture tematiche del documento: la verità, il lavoro, la libertà. Un’enciclica che cita Francesco d’Assisi, la Nona di Beethoven e Guernica di Picasso; che apre più strade di quante ne percorra; che non è, per usare le parole del vescovo, «un cibo facilmente digeribile» ma «un cibo buono, gustoso che richiede la fatica di riportarlo continuamente nella vita». La serata si è conclusa con l’annuncio della programmazione di nuovi incontri di approfondimento a partire da settembre: ci sarebbe da dire ancora tanto, ha sottolineato Benedetta Panchetti. E l’affollamento della sala, in una serata di fine giugno, con il caldo estivo già opprimente, confermava che l’invito verrà raccolto.