Nel «Parzival» di Wolfram von Eschenbach, durante la prima visita al castello del Graal, il giovane cavaliere vede una lancia dalla cui punta stilla sangue vivo, goccia a goccia, senza sosta. La lancia di Longino non smette di sanguinare. È il Sangue che, come un torrente, continua a scorrere sugli altari di tutto il mondo. Parzival dovrebbe porre al Re Pescatore la domanda giusta per liberarlo dalla ferita che lo affligge e succedergli sul trono, come custode del Graal, ma il primo tentativo del giovane cavaliere fallisce. Tornerà in seguito, dopo un viaggio che lo avrà iniziato alla compassione, e riuscirà nell’impresa. Francesco d’Assisi sognava di diventare cavaliere.
Un’antica biografia, «La Leggenda dei tre compagni», che il cappuccino Fabio Furiasse ha interpretato, in un recente volume, come una riscrittura cristiana del ciclo arturiano, racconta di Francesco che in sogno vede un palazzo colmo di armi lucenti e di scudi, e si convince di essere chiamato a diventare un principe. Durante il viaggio che intraprende per ottenere l’investitura a cavaliere, in un dormiveglia, una voce lo ammonisce: «Chi può esserti più utile: il padrone o il servo?». Capisce così di aver interpretato male il sogno e decide di mettersi al servizio del Padrone vero, diventando cavaliere di un regno dove il torneo è l’abbraccio al lebbroso e l’armatura è la nudità.
Nel bacio del lebbroso, che la leggenda colloca come svolta decisiva nella conversione di Francesco, la cavalleria trova il suo compimento e la sua trasfigurazione. La dama alla quale Francesco si vota è Madonna Povertà, amata con la fedeltà assoluta che il codice cavalleresco richiedeva. Padre Furiasse nota che in questo sposalizio Francesco unisce l’ardore di Lancillotto e la purezza di Galaad. La Povertà è una dama che non allontana dal Graal, ma vi conduce, e il Graal, per Francesco è il Sangue di Cristo nell’Eucaristia, bevanda che sazia ogni sete e vincolo che stringe i compagni in una salda fraternità.
Leone, Rufino e Angelo, scrivendo insieme la vita di Francesco, compiono un gesto da «custodi del Graal»: narrano la quête, la ricerca di un cavaliere che ha trovato il tesoro e che lo ha voluto condividere. Il vertice della somiglianza tra Francesco e il cavaliere del Graal è sul monte della Verna, dove il Santo di Assisi riceve le stigmate. Le piaghe del Crocifisso si imprimono nel suo corpo e diventano sorgenti stillanti. Il cavaliere si inginocchia davanti al suo Signore e si rialza con i segni della Passione nella carne, fatto egli stesso calice. Secoli dopo, Richard Wagner riprenderà il mito del Graal. Il suo Parsifal è il «folle di Dio», sapiente per pietà, che redime grazie alla capacità di compatire, patire-con-l’altro.
Nella partitura wagneriana, il Graal si svela perché il giovane cavaliere sa porre finalmente la domanda giusta, che nasce dall’amore che ha attraversato il dolore. Il mese di luglio, che il calendario liturgico dedica al Preziosissimo Sangue di Cristo, ci invita a sostare davanti al Graal eucaristico, come Francesco, senza pretendere di conoscere già la domanda giusta. Forse non sappiamo ancora cosa chiedere, come il giovane Parzival ammutolito al suo primo incontro col Mistero, ma possiamo restare lì, esposti a quel Sangue che scorre ancora, lasciandolo parlare. Giungerà, a suo tempo, la parola che ci manca.

