Il Mistero dell’Eucaristia è il luogo in cui il divino abita l’umano nella forma più concreta e più fragile: il cibo. E il Corpus Domini è la festa di questo scandalo dolcissimo: Dio si è fatto non soltanto carne, ma anche pane spezzato, cibo a noi donato. Per rivestire di musica questo Mistero, i compositori di tutti i tempi hanno scritto un numero impressionante di capolavori, da Guillaume de Machaut a Mozart, da Palestrina a Schubert, da Bach a Verdi. Mi vorrei soffermare qui su una Messa più vicina a noi ma forse meno conosciuta: la Berliner Messedi Arvo Pärt. Compositore estone nato nel 1935, Pärt fu scoperto dal mondo occidentale nel 1980 quasi con stupore, come se fosse un’apparizione venuta da un altro mondo. Nel 1990, a pochi mesi dalla caduta del Muro di Berlino, Pärt ricevette la commissione di comporre una Messa, che fu eseguita per la prima volta il 24 maggio, festa dell’Ascensione, nella cattedrale di Sant’Edvige a Berlino Est, in una città che portava ancora i segni di quella frattura che aveva separato per decenni l’Europa.
La cifra stilistica della Berliner Messe è la tecnica che Pärt chiama tintinnabuli- dal suono delle campane – che consiste nell’intreccio di due voci: una melodica, che si muove per gradi attorno a una nota centrale, e una che fa risuonare la triade dell’accordo fondamentale, come un’eco che precede e segue ogni parola. Lo stesso compositore ne ha offerto una chiave interpretativa spirituale: «Una linea siamo noi, la nostra realtà, i nostri peccati; l’altra è Colui che si prende cura di noi e ci perdona». La voce che oscilla, che inciampa, che sale e che scende, con la fatica propria delle cose mortali, siamo noi. La voce che la sostiene, imperturbabile, come un fondamento che non cede, è Lui. Il Corpus Domini celebra proprio questo intreccio: l’ostia, realtà umilissima, strettamente legata alla terra, diventa il corpo di Cristo, pur mantenendo gli accidenti del pane; la voce fragile dell’umano non viene soppressa ma avvolta, trasfigurata, tranustanziata dalla voce divina. Non è una fusione che cancella le differenze, ma una comunione che porta a compimento. È la logica dell’Incarnazione: Dio non si sostituisce all’uomo ma lo unisce profondamente a sé, rendendolo più pienamente umano.
Il Kyriedella Berliner Messe avanza con un passo quasi esitante. Non c’è virtuosismo né ornamento, c’è soltanto la parola e il suo respiro, e il silenzio che la precede e che la segue. È la preghiera di chi sa di avere le mani vuote e le tende. Le rare dissonanze sono risolte in accordi perfetti, creando un senso di sospensione temporale e di raccoglimento.
Il Gloria irrompe con la gioia di chi ha finalmente trovato quel che cercava: le voci salgono e scendono attorno a un luminoso sol, mentre i tintinnabuli le sorreggono con la stessa incrollabile fedeltà. Le frasi musicali seguono con naturalezza il respiro del testo latino, con una purezza che richiama il canto gregoriano. Il fatto che questa Messa fosse stata scritta originariamente per la solennità della Pentecoste è evidenziata dalla presenza, dopo i due Alleluia, della sequenza Veni Sancte Spiritus, costruita con una tecnica di permutazione ciclica, utilizzando una serie di 22 note. Così le due voci dei tintinnabuli si uniscono inestricabilmente in un’unica linea. Il Credo, che Pärt aveva già intonato anni prima sotto il regime sovietico in tonalità minore – con il peso di chi professa la fede a rischio della propria vita – risuona qui in tonalità maggiore, come liberato: è la stessa fede passata attraverso il fuoco. Il Sanctus ha un tono più scuro, spiccatamente introspettivo: è il silenzio davanti alla Presenza, la soglia che si attraversa solo togliendosi i sandali. L’Agnus Dei finale porta tutto a compimento con una bellissima transizione dal minore al maggiore con la medesima logica: il dolore non cancellato, ma trasfigurato – in un clima di calma mistica e serena, come una tavola apparecchiata dopo un lungo viaggio. Come nell’Eucaristia. Il Corpus Domini ci ricorda che questa è la forma definitiva dell’amore di Dio. Una forma che Arvo Pärt non trova nel fragore del tuono o della tempesta, ma nel suono di una campana che continua a vibrare dopo essere stata percossa.

