Omelia delle Veglia di Pentecoste

San Miniato, Cattedrale ore 21.30
23-05-2026

(Letture: Gn 11, 1-9; Sal 32; Ez 37, 1-14; Sal 50; Gl 3, 1-5; Sal 103; Rm 8, 22-27; Gv 7, 37-39)

 

Fa impressione immaginarsi Gesù, come descrive il Vangelo, ritto in piedi che grida: «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva! Chi crede in me, dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva». Chi ha sete… Chi di noi potrebbe dire: «Non ho sete», sete di vita, di bene, di amore, di giustizia, di libertà, di felicità? Una sete senza limiti, una sete che nulla può esaurire, verrebbe da dire. Nulla, infatti, di ciò che cerchiamo – e conquistiamo magari – per soddisfare questa sete, riesce a rispondere pienamente.

Gesù, invece, ritto davanti a tutti, dice: «Chi beve di me, dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva». Cioè sarà inesauribile l’esperienza di una sete dissetata. Non è la promessa di un appagamento… Quando uso questa parola, mi viene a mente che in spagnolo, lingua che ho parlato per tanti anni, appagare vuol dire spegnere. Gesù non vuole spegnere la nostra sete, renderci imperturbabili, indifferenti, ma anzi vuole rendere la nostra sete ancora più profonda, ancora più inesauribile, affinché ci rendiamo conto che solo Lui, solo Dio, può soddisfare la nostra sete.

Noi cercando di dissetarci da soli, siamo capaci di trasformare il mondo in una grande Babele, dove ognuno «crede allargarsi i beni/ e dalle sue mani febbrili/ non escono senza fine che limiti» (Giuseppe Ungaretti, La Pietà). Ci troviamo così a dividerci, perché seguendo ognuno la propria idea di ciò che potrebbe appagarci, ci troviamo inevitabilmente a scontrarci con i progetti degli altri. Se identifichiamo, infatti, il bene della nostra vita con un particolare, allora tutti quelli che vogliono quello stesso particolare (ad esempio nella carriera lavorativa), da cui pensiamo dipenda la nostra felicità, gli altri diventano nemici.

Invece il Signore ci promette una risposta che non finisce mai, non finisce di esaltare la nostra umanità facendoci scoprire che siamo fatti per l’infinito. Fatti per  l’infinito amore che è Lui, per l’infinito amore che è il Suo Spirito, che oggi, nella festa di Pentecoste, ci dona, e dona in modo particolare a voi che riceverete adesso il Sacramento della Confermazione, che comunque tutti noialtri abbiamo ricevuto.

Che cosa vuol dire che Gesù ci dona il Suo Spirito? Che Gesù ci permette vedere le cose, pensare, amare come Lui, in Lui. C’è una distanza impossibile da superare tra il nostro niente e la grandezza infinita di Dio, ma è Lui che la supera, facendosi piccolo, l’ultimo tra di noi. Per questo Lui è la nostra speranza e in questo senso lo Spirito Santo fa rivivere, rimette in piedi, rimette in cammino, e noi che riceviamo lo Spirito Santo, lo riceviamo per essere nel mondo testimonianza che è possibile l’amore, che è possibile la giustizia, la libertà, anzi che tutte queste cose hanno un nome: Gesù. Chi ne ha fatto esperienza lo può dire e, se siamo qui, è perché in qualche modo ne abbiamo fatto esperienza. Magari solo come intuizione, presentimento che c’è un bene nell’avvicinarsi al Signore, che c’è una promessa per noi.

Questa promessa – come ci hanno detto le letture – è che tutto cambi, che la morte diventi vita. Le ossa aride della visione di Ezechiele, che diventano un popolo pieno di vita, descrivono ciò che succede quando lasciamo agire lo Spirito. Anche noi, Chiesa, rischiamo di essere un po’ ossa aride, ma è lo Spirito che ci rimette in piedi e in cammino, che ci rialza e ridona la vita, e scopriamo che tutto lo fa Lui. Chiede solo la nostra disponibilità.

Chiediamo stasera che Lui invada i nostri cuori, che il dono dello Spirito si rinnovi ora, e chiediamolo ogni giorno. C’è una breve giaculatoria latina che dice: «Veni Sancte Spiritus (Vieni Santo Spirito), Veni per Mariam (Vieni attraverso Maria)». Chiediamo questo adesso e ogni giorno: che il Signore ci doni il Suo Spirito: «Vieni Sancte Spiritus!»

«Veni per Mariam»: siamo alla fine del mese di maggio: pensiamo a Maria, pensiamo alla sua diponibilità totale all’azione dello Spirito. Lei non si è mai sentita grande, si è sentita anzi «l’umile serva de Signore», ma proprio per questo è diventata la fonte della nostra speranza.

Che il Signore, donandoci il Suo Spirito ci faccia riscoprire che la grandezza a cui siamo chiamati, proprio nell’essere piccoli, consiste nell’affidarci a Lui. Ciò che agli occhi del mondo è una contraddizione, cioè che la libertà, la giustizia, la bellezza, l’amore, passino attraverso il nostro dire sì all’opera di un Altro, è un’esperienza che siamo chiamati a mostrare al mondo. Far vedere come nella disponibilità all’azione dello Spirito si supera la Babele della divisione e dell’odio, e sorge ciò che ogni persona attende: comunione, unità, amicizia senza fine.

 

+ Giovanni Paccosi