Dialogo interreligioso ed ecumenismo

Due strade per un orizzonte di pace

di Antonio Baroncini

Spesso confusi, i due concetti rappresentano percorsi distinti ma complementari nel cammino della Chiesa verso l’unità e la comprensione tra i popoli.

Capita sempre più spesso, nella vita di tutti i giorni, di sentir parlare di dialogo interreligioso e di ecumenismo come se fossero la stessa cosa. L’equivoco si è fatto ancora più frequente in questi ultimi tempi, quando episodi insoliti – come la partecipazione di fedeli cattolici alle preghiere islamiche al termine del Ramadan hanno riacceso il dibattito su cosa significhi, concretamente, aprirsi all’altro nella fede. Eppure, dietro queste due espressioni si celano percorsi profondamente diversi, e comprenderli è il primo passo per apprezzare davvero la ricchezza spirituale e culturale delle tradizioni religiose che hanno plasmato la storia dell’umanità.

L’ECUMENISMO: L’UNITÀ RITROVATA TRA CRISTIANI

L’ecumenismo è, prima di tutto, un movimento interno al cristianesimo. Il suo obiettivo è ambizioso: riavvicinare e, idealmente, riunire tutte le Chiese cristiane – cattolica, ortodossa, protestante e le altre confessioni superando le divisioni storiche che nel corso dei secoli hanno lacerato il corpo della Chiesa. Il fondamento è comune: il battesimo e la fede nella Trinità. Lo strumento è il dialogo, la preghiera condivisa, la collaborazione. «Il movimento dell’unità dei cristiani non è una appendice che si aggiunge all’attività tradizionale della Chiesa», ammoniva papa Giovanni Paolo II. «Al contrario, esso appartiene organicamente alla sua vita e alla sua azione.» Un’affermazione che trovò terreno fertile nel Concilio Vaticano II, il quale con il decreto Unitatis Redintegratio tracciò la rotta dell’impegno ecumenico cattolico. Ma attenzione: ecumenismo non significa uniformismo. Non si tratta di cancellare le differenze dottrinali tra le confessioni, bensì di costruire un riconoscimento reciproco, una comunione nella diversità. Come sottolineava Benedetto XVI, l’unità tra i cristiani non può essere “fabbricata” con le sole forze umane: «La possiamo soltanto ottenere come dono dello Spirito Santo». Da qui la centralità di quello che viene definito “ecumenismo spirituale”: preghiera, conversione, santificazione della vita. Il cuore pulsante di ogni autentico incontro tra cristiani divisi.

IL DIALOGO INTERRELIGIOSO: UN PONTE VERSO L’ALTRO

Diverso nei presupposti e negli obiettivi è il dialogo interreligioso, che la Chiesa cattolica intrattiene con le religioni non cristiane: l’islam, l’ebraismo, l’induismo, il buddhismo e tutte le grandi tradizioni spirituali dell’umanità. Qui il punto di partenza è radicalmente altro: non si condivide il battesimo, né la fede in Cristo. Si condivide, però, la ricerca dell’Assoluto, la domanda di senso, l’orizzonte della dignità umana. Il grande impulso a questo dialogo venne dal Concilio Vaticano II (1962-1965), con documenti fondamentali come la dichiarazione Nostra aetate, che per la prima volta guardava con rispetto e apertura alle altre religioni, riconoscendovi «l’eco di millenni di ricerca di Dio», per dirla con le parole di Paolo VI nella sua esortazione apostolica Evangelii nuntiandi. Fu sempre Paolo VI, nel 1964, a istituire il Segretariato per i Non Cristiani – oggi Dicastero per il Dialogo Interreligioso – con la convinzione espressa nell’enciclica Ecclesiam suam che «il dialogo è il principale compito del nostro tempo». La Chiesa, scriveva, «si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio».

PREGARE INSIEME O PREGARE GLI UNI ACCANTO AGLI ALTRI?

Una delle questioni più delicate riguarda la preghiera. Possono cattolici e fedeli di altre religioni pregare insieme? La risposta della Chiesa è sfumata, ma chiara. Dopo il celebre incontro interreligioso di Assisi del 1986, Giovanni Paolo II fissò un principio destinato a diventare un punto di riferimento: «Non si può certo “pregare insieme”, cioè fare una preghiera comune, ma si può essere presenti quando gli altri pregano». Stare insieme per pregare, dunque, ma non pregare insieme – una distinzione sottile eppure essenziale, che preserva l’identità di ciascuno evitando derive sincretistiche. Vanno perciò evitate, nelle occasioni di preghiera multireligiosa, quelle pratiche che potrebbero dare l’impressione di un relativismo religioso: l’invenzione di servizi paraliturgici, la preparazione di preghiere comuni “neutre”, la lettura indiscriminata di testi sacri di diverse tradizioni. La preferenza, in questi contesti, va al silenzio e alla preghiera personale.

LE CONDIZIONI PER UN DIALOGO AUTENTICO

Affinché il dialogo interreligioso sia genuino e fecondo, il Dicastero vaticano individua alcune condizioni irrinunciabili. La prima è il rispetto reciproco: non solo teorico, ma pratico, nel riconoscimento della dignità di chi ci sta di fronte e della sua libertà religiosa. La seconda è l’identità: nessun dialogo autentico è possibile se i suoi protagonisti non sanno chi sono e cosa credono. Chi entra nel dialogo interreligioso deve essere, per dirla con il documento vaticano, «ben formato nelle proprie convinzioni e ben informato su quelle degli altri». Ci sono anche i pericoli da evitare. Il dialogo non può essere strumentalizzato per fini politici, economici o di immagine: sarebbe un tradimento della sua stessa natura. E non può ridursi a un «incontro fine a sé stesso», senza la volontà di costruire ponti reali di comprensione e collaborazione. Dove manca la fiducia reciproca, il dialogo stenta a decollare.

UNA MISSIONE APERTA AL MONDO

In definitiva, dialogo interreligioso ed ecumenismo sono due espressioni distinte di uno stesso impulso: l’apertura della Chiesa al mondo, nella convinzione che Dio «vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tm 2,4). Due percorsi che non si escludono, ma si intrecciano, ciascuno con la propria logica, i propri strumenti, le proprie sfide. In un tempo in cui le tensioni religiose tornano prepotentemente alla ribalta della cronaca, riscoprire la differenza tra questi due concetti non è un esercizio accademico. È, al contrario, il fondamento indispensabile per costruire quella cultura dell’incontro senza la quale ogni discorso di pace rischia di restare una bella parola vuota.